Dopo essere stato respinto verso la Libia a bordo di una nave italiana, Malik ha vissuto in quei lager per migranti finanziati dall'Italia. Adesso chiede giustizia. Ma il nostro Paese si gira dall'altra parte

Tra il 1 e il 2 luglio 2018, 276 bambini, donne e uomini (con Loni, che era ancora nella pancia della sua mamma, fanno 277) in acque internazionali salirono a bordo della nave italiana Asso ventinove, chiesero di fare domanda di asilo politico in Italia (Paese di bandiera), ma il comandante della nave fece rotta su Tripoli. Secondo la compagnia di navigazione ad ordinare questo sarebbero state le navi Caprera e Caio Duilio della Marina militare italiana. Il tutto in totale segreto.

Left è stato il primo media a parlarne, nel 2019, quando pubblicammo una lunga inchiesta sul caso.

La storia la racconta Sarita Fratini nel suo blog di saritalibre ed è anche un appello: tra quelle persone c’era Malik. Racconta Sarita: «Negli ultimi cinque anni, dopo la deportazione operata dalla Asso ventinove, è stato recluso in diversi terribili lager, dove ha visto morire tanti compagni e compagne di sventura. È riuscito a fuggire dai lager e nell’autunno-inverno 2021-2022 ha partecipato al presidio di protesta davanti all’ufficio di Unhcr a Tripoli. Malik, come tanti altri rifugiati/e, ha il numero Unhcr ed attende l’evacuazione. Da 4 anni. Due mesi fa le guardie libiche hanno arrestato i rifugiati del presidio e deportato tutti nel lager di Ain Zara. Malik è uno di loro».

«Ieri al tribunale civile di Roma – prosegue Sarita – c’è stata una causa: una donna, un bimbo e tre ragazzi sono riusciti a scappare dalla Libia e hanno presentato un ricorso contro il comandante della nave, la compagnia di navigazione, il consiglio dei ministri italiano e i ministeri di Difesa, Trasporti e Interno (allora retto da Salvini). Malik e tutti gli altri sopravvissuti che sono ancora in Libia purtroppo non hanno diritto a venire rappresentati da avvocati. Non possono quindi unirsi alla causa civile italiana. Malik si sta spegnendo in un lager. Con le poche forze che ancora gli rimangono, ha aiutato a ricostruire il caso Asso ventinove per la causa civile intentata da quei compagni di viaggio che, più fortunati, sono usciti dalla Libia. Il sistema dei lager libici, finanziato dall’Italia, si sta liberando di tutti i testimoni delle violazioni dei diritti umani compiute dal governo italiano».

L’idea di far eliminare i testimoni delle nostre violazioni è qualcosa che non sarebbe nemmeno immaginabile. E invece accade.

Buon mercoledì.