Scrivere qualcosa sulla guerra è difficile. Sono più di venti giorni ormai che leggo o guardo notiziari, reportage, commenti ma non trovo quello che cerco. Cerco, vorrei trovare, come sempre capita agli esseri umani di fronte a eventi luttuosi, un senso, una spiegazione, un motivo che non sia una semplice concatenazione di eventi come accade […]

Scrivere qualcosa sulla guerra è difficile. Sono più di venti giorni ormai che leggo o guardo notiziari, reportage, commenti ma non trovo quello che cerco. Cerco, vorrei trovare, come sempre capita agli esseri umani di fronte a eventi luttuosi, un senso, una spiegazione, un motivo che non sia una semplice concatenazione di eventi come accade in una reazione chimica, ma non trovo nulla che mi sembri accettabile. Vedo solo l’orrore di edifici ed esseri umani distrutti, lo smarrimento di chi deve fare fronte a qualcosa che è totalmente disumano, ma è causato da esseri umani, l’angoscia di chi deve affrontare questa contraddizione insanabile e penso che prima di tutto, prima della rabbia e dell’odio, prima della disperazione per ciò che si è perso, la prima reazione è proprio lo smarrimento, un pensiero o un vissuto di incomprensibilità, forse di incredulità. Il pensiero che dice «tutto ciò che è in noi è umano»* sembra doversi ripiegare su antiche credenze, sulla convinzione radicata da millenni di una realtà umana violenta, distruttiva, che accetta e usa la sopraffazione per ottenere benefici. L’immagine, o idea, di comportamenti che hanno qualcosa di ferino, di selvaggio, torna da tempi lontani e ci fa pensare di non aver fatto il passo decisivo per realizzarci come esseri umani o, peggio, che l’umanità sia questa, che contenga e conterrà sempre questa violenza. Per formazione personale e professionale ho rifiutato da tempo questo pensiero in realtà molto più vicino ad un pensiero religioso che non ad una osservazione della realtà.

Dalle osservazioni della tendenza alla socialità di bambini cresciuti senza privazioni materiali o affettive, alle numerose dimostrazioni di tolleranza e convivenza pacifica tra gruppi diversi per cultura e storia, le manifestazioni di una naturale capacità e ricerca di rapporto tra individui e tra gruppi diversi sono tanto numerose e significative da spingerci a pensare che lo scontro violento tra gli esseri umani non debba affatto essere considerato la norma e che, per rimanere su temi attuali, anche l’attuale conflitto tra Russia e Ucraina non possa essere ricondotto solo a contese preesistenti più o meno sopite. Né la facile obiezione della continua presenza di conflitti armati nella storia del mondo, come dimostrazione di innata bellicosità, può essere accettata essendo fin troppo facile rispondere che le guerre riempiono i libri di storia solo perché i periodi di pace, più o meno lunghi, che sembrano meno importanti sono, in realtà, più difficili da raccontare.

Se invece proviamo a partire da qui, da una idea di assenza di conflitto come base prevalente della convivenza, dobbiamo chiederci poi come si perda questa condizione, cosa accade a coloro che si scagliano contro i propri simili.
Una chiave per affrontare questo enigma è arrivata in modo inaspettato: una brava professoressa mi ha detto che altri, più giovani e più intuitivi di me, facevano questi pensieri e mi ha raccontato di come i suoi alunni e le sue alunne avessero impostato il problema della guerra. Con la geniale semplicità degli adolescenti si erano domandati: cosa pensano i soldati quando lanciano le bombe? E ho provato a rispondere.
Forse pensano che i nemici sono cattivi.
Ma quasi sempre non li conoscono affatto.
Forse pensano che potrebbero fargli del male.
Ma i bambini cosa c’entrano?
Forse pensano che vogliono la loro terra.
Ma la Russia come l’Ucraina è sconfinata, c’è terra per tutti.
Forse non pensano niente, perché per lanciare bombe devi pensare solo a fare centro.
Forse dopo avere fatto centro stanno male come dimostrano i tanti reduci delle tante guerre moderne che non riescono più a vivere dopo quello che hanno fatto e visto.
Forse i soldati, come le tante persone che credono di avere una identità “di appartenenza” ad uno Stato, ad un gruppo, ad un partito, sono degli ingenui che hanno creduto a chi dice che si può stare insieme solo tra uguali, che i diversi che hanno un’altra lingua o un altro colore sono pericolosi e magari cattivi, forse la risposta è questa.
Perché i soldati, come le…

  • L’autore: Fernando Panzera è psichiatra e psicoterapeuta

*Il virgolettato dello psichiatra Massimo Fagioli, «tutto ciò che in noi è umano», è tratto da una sua intervista rilasciata a TG3 Campania durante il convegno “Fantasia di sparizione, formazione dell’immagine e idea della cura”, Napoli 8 giugno 1996

  • Illustrazione di Chiara Melchionna


L’articolo prosegue su Left del 25 marzo 2022 

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