Negli occhi abbiamo tutti le immagini dei passeggini vuoti, della manifestazione silenziosa che si è svolta a Leopoli per ricordare i bambini uccisi in questo terribile conflitto. Più di cento bambini hanno perso la vita a causa dell’aggressione russa all’Ucraina.

Non possiamo dimenticare le immagini dell’attacco all’ospedale pediatrico di Mariupol, città fortemente colpita, ormai semi distrutta. La propaganda russa ha sostenuto che fosse un quartier generale del battaglione neonazista Azov di stanza in questa città. Tanti altri obiettivi civili sono stati colpiti come se fossero militari. La popolazione ucraina è stremata, le città assediate e messe alla fame. Impossibile rimanere insensibili al grido di dolore, alla richiesta di aiuto dei civili. In questa forsennata escalation si teme anche che Putin possa usare armi chimiche, come è già accaduto in Siria. Come è accaduto a Grozny, in Cecenia, rasa al suolo con la stessa tecnica usata ad Aleppo.

Da un lato l’agghiacciante show propagandistico allo stadio di Mosca dove Putin, benedetto dal patriarca Kirill, ha inneggiato alla guerra santa e al sacrificio citando la Bibbia, dall’altro il lancio di missili ipersonici che hanno seminato ancora altro terrore in Ucraina. L’imperialismo di Putin, per il quale la rivoluzione russa non è mai esistita, riesuma gli Zar e Stalin, pesca dall’ideologo Dugin, nume tutelare dell’oscurantista Congresso mondiale delle famiglie voluto dalla Lega a Verona nel 2019 e dal filosofo fascista Ivan Ilyin che teorizzava il ruolo della Russia come centro di un vastissimo impero «dove avverrà il ritorno di Dio». Con questa miscela esplosiva Putin nutre la sua guerra che mira a riportare l’Ucraina nella sfera di influenza russa.

Democrazia fragile quella di Kiev, che stava muovendo i primi passi, guidata da un ex comico che proprio questo conflitto ha trasformato in un simbolo della Resistenza. Intanto a causa di «questa guerra voluta da uno solo», come ha detto Zelensky il 22 marzo in video collegamento con il Parlamento italiano i civili ucraini continuano a morire. «Non possiamo voltarci dall’altra parte», ha commentato Draghi. Parole che condividiamo profondamente. Ma poi a Zelensky, che in questa occasione non ha chiesto né l’intervento della Nato, né la No fly zone e nemmeno armi, ma sanzioni al gas russo, embargo navale e sanzioni agli oligarchi di Putin, il nostro presidente del Consiglio ha risposto promettendo l’invio di altri armamenti, in un crescendo interventista.

Ma siamo sicuri che armare ulteriormente l’Ucraina (e innalzare fino al 2 per cento del Pil la spesa militare italiana) sia il modo per fermare questo e altri conflitti? La nostra Costituzione ripudia la guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti internazionali, e indica anche la necessità di operare con tutti i mezzi possibili per arrivare a una soluzione pacifica. In Ucraina l’obiettivo primario è un cessate il fuoco immediato. Ciò che conta più di tutto è fermare la strage di civili e soccorrere i profughi. Per questo serve almeno una tregua, servono corridoi umanitari sicuri (non sotto le bombe), occorre finanziare e sostenere le reti di aiuto umanitario. Sono decine e centinaia le persone, attivisti, cooperanti, che ogni giorno rischiano la vita per portare in salvo profughi ucraini, in gran parte donne, bambini. In molti sono partiti anche dall’Italia. Su questo numero abbiamo raccolto alcune loro testimonianze.

Luca Casarini di Mediterranea ha lanciato la proposta provocatoria di una grande marcia della pace a Kiev; azione che se ben costruita e in sicurezza avrebbe un grande significato simbolico. Ma non possono essere certo i volontari a sostituire l’iniziativa dei governi. Quello dei migliori si è precipitato ad aumentare la spesa militare annua, che passa da 25 a 38 miliardi mentre l’Italia stenta a farsi sentire nell’iniziativa umanitaria e diplomatica. Neanche l’Europa fin qui ha giocato un ruolo da protagonista come potrebbe. Perché non si è pensato ad organizzare una conferenza mondiale di pace? Perché non si trova il modo di far intervenire l’Onu? All’orizzonte al momento si prospetta solo l’ambiguo ruolo di mediazione della Turchia.

Un ruolo importante potrebbe svolgerlo la Cina, che, come scrive il sinologo Federico Masini rivendica una lunga tradizione storico culturale di pace (ora nell’ottica di raggiungere l’egemonia economica). Si usi ogni via diplomatica possibile per fermare questa carneficina. La storia umana e l’antropologia insegnano che la guerra non è destino inevitabile, come scrive lo psichiatra Fernando Panzera. Con la violenza e la sopraffazione non si arriva ad alcuna soluzione evolutiva. L’elemento che più ci ha fatto evolvere come specie umana è stata la cooperazione, la socialità, l’esigenza di realizzarci insieme agli altri. Fermiamo questa guerra insensata. Fermiamo la cultura della guerra che la prepara.


L’editoriale è tratto da Left del 25 marzo 2022 

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