Il musicista tra i fondatori del punk rock italiano e scrittore ha realizzato un nuovo lavoro da solista, “La mia patria attuale”. Un album in cui ha compiuto una ricerca sul linguaggio che «mantiene in vita qualcosa, un’immagine, un’idea»

«Patria non è parola leggera. Contiene in sé anche il mascheramento delle diseguaglianze, l’esercizio della violenza in difesa di interessi personali o di casta». È così che Massimo Zamboni parla del suo ultimo album, La mia patria attuale, titolo straniante che anticipa la poetica antiretorica che caratterizza ogni brano.
Il disco è prodotto da Alessandro “Asso” Stefana, storico chitarrista di Vinicio Capossela, che ha anche partecipato come polistrumentista insieme a Gigi Cavalli Cocchi, Simone Beneventi, Cristiano Roversi ed Erik Montanari.

Il risultato è un album il cui sfondo è la migliore tradizione del cantautorato italiano del Novecento: Guccini, Battiato, De André con alcuni riferimenti ai Csi, soprattutto negli arrangiamenti.
Di questo lavoro colpisce subito il rigore della levità. Condotti da sonorità intense ma contenute, si entra in un bosco di parole a volte leggere, a volte spinose, che si impigliano un po’ ovunque e costringono a soffermarsi, a tornare indietro, a guardare ed ascoltare meglio, colti dall’effetto di uno straniamento garbato. Massimo Zamboni, scrittore e musicista, tra i padri fondatori del punk rock italiano, storico chitarrista e compositore, dei Cccp prima, dei Csi poi, approda a questo album solista dopo un percorso intenso e consapevole in cui l’oggetto della ricerca sembrano essere proprio le parole.

La mia patria attuale (Universal) esce dopo dieci anni dal tuo ultimo progetto musicale La macchia mongolica, che era un album quasi esclusivamente strumentale. Nel frattempo hai scritto un libro sulla Mongolia e poi un romanzo, La trionferà (Einaudi), in cui sono invece le parole ad essere protagoniste. A guardare da fuori questa tua ricerca stilistica, La macchia mongolica sembra rappresentare una sorta di cesura come se ci fosse un prima e un dopo separato da un momento in cui le parole erano scomparse ed era rimasta la musica. Come ne sono uscite poi queste parole, quale è stato il loro viaggio e come sono diventate?
Quando ho pensato l’album La macchia mongolica avevo bisogno di lasciare le parole. Perché la Mongolia ha spazi sconfinati che si possono evocare più con i suoni che con le parole. Le parole in Mongolia, sono più definite, più radicate, hanno un significato pieno che noi ci siamo in qualche modo dimenticati e che non riuscivo a restituire con la nostra lingua. La lingua italiana è una lingua ricchissima di parole, ma usiamo sempre le stesse che alla fine si svuotano di significato; vorrei andare alla ricerca dei…


L’articolo prosegue su Left dell’1-8 aprile 2022 

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