Orari vessatori, ambienti oppressivi, imprenditori che non sanno valorizzare i dipendenti. Sono solo questi i motivi che spingono alle “grandi dimissioni”? Ne parliamo con lo psichiatra e psicoterapeuta Andrea Filippi, segretario nazionale Fp Cgil medici e dirigenti Ssn

Sono state circa due milioni le dimissioni volontarie nel 2021, stando ai dati del ministero del Lavoro, e in base ai primi studi resi pubblici nel 2022 il fenomeno delle “grandi dimissioni” prosegue anche quest’anno segnando un grande distacco in termini percentuali dagli anni pre-Covid (come abbiamo visto nell’inchiesta a pagina 6). Sono sempre di più in Italia i lavoratori, soprattutto giovani, che rifiutano orari insostenibili, impieghi sottopagati o frustranti, e si licenziano per cercare altro, sfidando anche il rischio di una prolungata disoccupazione specie al centro-sud. Oltre alle motivazioni appena elencate ci sono altre molle che fanno scattare questa scelta? Ne parliamo con lo psichiatra e psicoterapeuta Andrea Filippi, segretario nazionale Fp Cgil medici e dirigenti Ssn. «Il fenomeno delle dimissioni volontarie è certamente molto articolato – osserva Filippi -, spesso si cerca una ricollocazione interna all’azienda oppure si punta al pre pensionamento, laddove ci siano le condizioni, a causa della frustrazione che comporta il proprio lavoro. Ma volendo fare una riflessione specifica politica e sindacale il vero nodo è rappresentato dal tentativo di riconciliare i tempi di vita/lavoro». Vale a dire? «In Italia, non solo nel privato ma anche nel settore pubblico siamo al rischio del lavorare per vivere. Cioè non è più neanche un vivere, siamo ancora nella fase in cui il centro di tutto diventa il lavoro e non è più la vita».

Il problema, secondo Filippi, è che nelle economie neoliberiste, come la nostra, il modello di lavoro che ci viene proposto è ancora tutto fordista, cioè tutto è imperniato sulla catena di montaggio. E questo accade anche laddove c’è maggiore autonomia professionale e maggiore indipendenza o creatività. «Di fatto – osserva il segretario nazionale Fp Cgil medici – si sta andando verso una dimensione di progressiva sempre maggiore delegittimazione dei ruoli professionali e delle competenze». In pratica, “tu” lavoratore devi entrare nell’ingranaggio che a “me” imprenditore serve, limitando sempre di più – perché rischiano di essere improduttive – le tue capacità creative, di fantasia e di intraprendenza personale.

«Rispetto a questo, le testimonianze di…


* In alto, un’immagine tratta dalla serie tv Severance

L’inchiesta prosegue su Left del 27 maggio 2022 

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