Gli effetti collaterali della guerra in Ucraina stanno avendo pesantissime ripercussioni sulla qualità della vita della popolazione africana, già stremata da due anni di Covid e dalla siccità. Intere aree del continente sono state dichiarate dall’Onu e dalla Fao prossime alla crisi umanitaria per fame e decine di milioni di persone rischiano di morire. Ne parliamo con l’analista dell’Ispi, Lucia Ragazzi

Il 3 giugno il presidente del Ciad ha dichiarato lo stato di emergenza alimentare e nutrizionale. Secondo l’Onu 5,5 mln di abitanti (un terzo della popolazione) avranno presto bisogno di assistenza umanitaria. Tutto ciò è accaduto nel giorno in cui il presidente senegalese e dell’Unione africana Macky Sall ha incontrato Putin a Sochi per discutere delle forniture di grano, bloccato nei porti ucraini. Sall aveva già lanciato l’allarme – anche presso l’Unione europea – per il rischio di una carestia storica in Africa, legata alla guerra in Ucraina e al blocco delle esportazioni di grano dal Paese sotto attacco, e amplificata nel continente dalla penuria di fertilizzanti. Con le sanzioni alla Russia i prezzi si sono triplicati o non si riescono ad acquistare per l’uscita delle banche russe dallo Swift. Questi sono solo alcuni esempi della situazione che si sta determinando in Africa, vittima principale degli effetti collaterali del conflitto europeo. Per capire in che modo può evolvere il quadro abbiamo rivolto alcune domande alla ricercatrice e analista dell’Ispi-Istituto per gli studi di politica internazionale, Lucia Ragazzi, esperta in questioni africane.
Allo stato attuale quali sono le prospettive per la sicurezza alimentare nel Continente e quali sono i Paesi o le aree più a rischio?
Il conflitto in Ucraina ha provocato una congiuntura di fattori che dal punto di vista della sicurezza alimentare creano pressione in generale sull’Africa. Una combinazione che poi si innesta sulla crisi climatica, sugli effetti a lungo termine della crisi provocata dal Covid e su varie instabilità politiche. Tutti problemi che adesso vengono aggravati dallo shock dei prezzi dei beni alimentari sui mercati internazionali .
In che modo?
L’Africa è un importatore netto di cereali e quindi è già di per sé esposta alle diminuzioni delle forniture a livello globale attraverso il canale dei prezzi. Per cui l’aumento della volatilità dei prezzi, oggi a livelli record, e le difficoltà di approvvigionamento materiale legate al blocco delle esportazioni nelle zone di guerra hanno creato un mix che grava pesantemente sulle economie del Continente.
Ci può fare qualche esempio?
Basterebbe dire che 25 Paesi africani importano più di un terzo del loro grano da Russia e Ucraina e 15 ne importano più della metà. Questi sono i Paesi più esposti. In questa situazione una crisi alimentare è data praticamente per inevitabile dai principali organismi internazionali e la Banca africana di sviluppo si sta preparando a questa evenienza. L’Onu ha paventato un “uragano di carestie nel mondo”, un timore che coinvolge naturalmente anche molti Paesi africani.
Quali sono le aree più a rischio?
Nell’Africa subsahariana ad essere particolarmente esposte sono l’Africa occidentale, il Sahel e il Corno d’Africa. Qui grandi livelli di dipendenza dalle importazioni si uniscono a una forte vulnerabilità a livello climatico. Il Corno d’Africa e la Somalia in particolare stanno affrontando la peggiore siccità degli ultimi 40 anni. Gli ultimi 4 anni sono stati molto difficili in tal senso, per cui la Fao stima circa 16mln di persone in condizione di insicurezza alimentare acuta.
Già prima della guerra in Europa c’erano dei segnali…
L’attuale pressione sui mercati dei beni alimentari…

L’intervista prosegue su Left del 10 giugno 2022 

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