Cercando tra le carte della missione a Megiddo dell’Oriental institute e in molti altri archivi coinvolti nello scavo della città cananea, Eric Cline ne “La città perduta di re Salomone” traccia uno spaccato vivo e pulsante della vita dei protagonisti di questa grande avventura archeologica

Il bel volume di Eric Cline – La città perduta di re Salomone (Hoepli) – che racconta della famosa città di Megiddo legata inscindibilmente nell’Antico Testamento al figura eccezionale del Re Salomone, e soprattutto degli scavi che la videro protagonista, prende le mosse, direi inevitabilmente, da un famoso passo del libro dell’Apocalisse: «Poi dalla bocca del Drago, dalla bocca della Bestia e dalla bocca del Falso Profeta vidi uscire tre spiriti immondi, simili alle rane, cioè spiriti di demoni che avrebbero operato prodigi e si sarebbero messi a radunare i re di tutta la terra per la guerra del grande giorno di Dio, l’Onnipotente… E i tre spiriti radunarono i re nel luogo che in ebraico si chiama Armageddon».

Con queste parole nell’Apocalisse di Giovanni, omonimo ma probabilmente diverso dall’apostolo autore dell’ultimo dei Vangeli sinottici, ai versetti 14-16 che abbiamo qui sintetizzato e liberamente tradotto, si ricorda il luogo in cui i demoni, usciti dalla bocca della bestia e dei suoi seguaci, raduneranno i re della terra e dei quali dio decreterà poi la sconfitta per istituire alla fine della storia (il “grande giorno”) il suo regno infinito, la Gerusalemme celeste. Questo luogo è noto nella tradizione giudeo-cristiana, sulla base essenzialmente del passo citato, appunto come Armageddon.

Come tutti i vari, misteriosi aspetti di questo complesso ultimo libro del canone cristiano, anche il nome Armageddon è entrato prepotentemente nella cultura occidentale, accompagnato da una serie sinistra di meta-significati millenaristici (appunto, apocalittici), che sono molto cari anche alla cultura New Age contemporanea. Armageddon è, nella tradizione dell’Occidente sia colto che pop(olare), par excellence il luogo deputato alla “guerra”, anzi, è considerato il toponimo che racchiude simbolicamente in sé la quintessenza di tutte le guerre, fatte e fattibili, e ad esso gli uomini hanno fatto ricorso nella drammatica e crudele storia occidentale per descrivere sinteticamente e icasticamente quanto avveniva ai loro tempi (il nome è apparso, in epoca moderna, in relazione ad esempio alla due guerre mondiali e all’olocausto). E come per tutti gli altri “segni” che nel libro dell’Apocalisse si ritrovano, anche questo, considerato nella luce più pacata della realtà storica, rivela una premessa tutt’affatto drammatica.

Come mette in risalto da subito l’autore, Armagèddon (o meglio Harmagedòn, come si ritrova nella versione greca) è in realtà semplicemente la volgarizzazione greco-latina dell’espressione ebraica har megiddo, cioè il “monte della città di Megiddo” (si legga Armaghedon e Meghiddo, in ebraico non esiste la /g/ palatale), città cananaica realmente esistita, importante centro urbano sulla via che connetteva il levante e la Palestina da ovest alla valle di Jezreel verso l’Egitto, rotta utilizzata poi anche dai Romani, che la ribattezzarono come via maris, “la via del mare”: si tratta di…

L’articolo prosegue su Left dell’8-14 luglio 2022 

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