«In questi anni intermittenti, sospesi, ho ripensato più volte al mito di Venere e Adone e spero che questo tempo, seppur tragico, possa regalarci bellezza e colori. 
Il teatro è una delle possibilità più concrete, anche se, per sua natura, intrattenibile» dice il regista, drammaturgo e attore che debutta con il nuovo spettacolo l’8 agosto a Segesta

Una vera e propria ripartenza. L’edizione 2022 ci consegna un Segesta Teatro Festival rinnovato nel nome e nella direzione artistica. Un’edizione che, come scrive Claudio Collovà, «racchiude la magia del silenzio e delle voci che… sono state chiamate a raccolta: la creatività della nostra isola, e della comunità artistica nazionale e internazionale».
L’8 agosto, nello scenario del Parco archeologico di Segesta, va in scena Roberto Latini con la prima nazionale di Venere e Adone. Siamo della stessa mancanza di cui son fatti i sogni. variazione n.7. Latini sarà presente al festival (che si svolge fino al 4 settembre) anche con il Cantico dei Cantici, Premio Ubu 2017 per il miglior attore o performer e per il miglior progetto sonoro o musiche originali a Gianluca Misiti.

Latini, spesso assistiamo ai suoi spettacoli in spazi inusuali, capaci di restituire immediatezza e intensità alla messinscena. Pensiamo allo Spazio Garage a Largo Spartaco a Roma, che ha ospitato nel 2018 Della delicatezza del poco e del niente o, come in questo caso, al ritorno dell’artista ad un teatro antico. Che importanza riveste il luogo nel tuo incontro con lo spettacolo e con lo spettatore?
I luoghi sono le persone. Penso sia sempre così e nei teatri o negli spazi allestiti per spettacolo è ancora più evidente. Le persone e la loro partecipazione, cura, condivisione, sono i luoghi dell’occasione dell’incontro.
 Alcune volte, certamente, la differenza la fa la storia, l’emozione rispetto a chi ci ha preceduto, l’architettura o la funzionalità delle soluzioni, ma quando inizia lo spettacolo, lo spazio sparisce e rimangono le persone. Forse sono loro stesse a “farsi luogo” e quando saliamo sul palco dobbiamo solo andargli incontro.
 Che questo accada in spazi improvvisati o in teatri convenzionali, abbiamo a che fare sempre con un’unicità irreplicabile, come il tempo.

Venere e Adone è l’argomento che Shakespeare scelse per la riapertura dei teatri dopo che nel 1593, a Londra, i teatri erano stati chiusi per l’epidemia di peste. Come è avvenuto l’incontro tra la sua ricerca, tra il tuo corpo/voce e il racconto mitologico? Profonda intuizione e, insieme, dialogo invisibile tra l’artista e il suo tempo?
Venere e Adone è un mito al quale penso come una piccola primavera. Il fiore che compare dove scompare il corpo di Adone, mi piace pensare possa essere il primo di tanti altri lasciati da Venere o Amore. 
In tutti i suoi elementi, la narrazione sembra prestarsi a una metafora: Amore e i baci, la caccia, il bosco, il cinghiale, Adone, Venere, si raccontano al di là dell’evidenza.
 In questi anni intermittenti, sospesi, ho ripensato più volte a questo mito e spero che questo tempo, seppur tragico, possa regalarci bellezza e colori. 
Il teatro è una delle possibilità più concrete, anche se, per sua natura, intrattenibile.

Nelle Metamorfosi di Ovidio, Adone muore nel bosco durante una battuta di caccia, e dal suo sangue spunta un fiore bianco e rosso. Possiamo leggervi, in questa ri-nascita, la resistenza e la vitalità dell’artista, al quale il presente – interrogato con domande precise e decise – sembra chiedere di stare dentro gli eventi e di essere rivoluzionario?
La variazioni che il mito permette sono le pagine di un diario immaginario che testimonia i tentativi e le tentazioni.
 Mi sembra impossibile non stare dentro gli eventi. Il Teatro è convocazione, prossimità, interazione, partecipazione. Con ostinazione e certo impegno, impegno certo, cerchiamo di cambiare le domande per cambiare le risposte, ma quello che possiamo fare di rivoluzionario è semplicemente, costantemente, rinnovarci nel patto tra platea e palco.

Kazimir Malevich, nel 1916, scriveva: «In arte c’è bisogno di verità, non di sincerità.» Fortebraccio Teatro mostra di sospingere la ricerca in tal senso, scegliendo sapientemente i gesti, il ritmo delle parole e anche i silenzi intorno. E, a proposito di silenzi, sui profili social della compagnia scorgiamo numerose immagini di platee vuote, sospese, in attesa che l’appuntamento tra il teatro e il suo pubblico si compia. Alludono, forse, queste immagini, alla ricerca dell’artista che – dopo questi anni di pandemia che hanno investito e travolto la cultura e, in particolar modo lo spettacolo dal vivo -, si confronta con l’urgenza di una radicale trasformazione?
Proprio nelle settimane scorse, durante una prova, ho insistito sulla parola “verità”. Non era prevista. Non era scritta. Forse si è detta da sola, attraverso me, mentre cercavo la strada. Si è articolata in un piccolo testo che spero possa avere capacità future, oppure senza ulteriore destinazione, rimanere nel circolo dei pensieri.
Poi, se è vero, ed è vero, che la qualità delle parole si misura nella qualità di silenzio che queste producono, nella qualità di silenzio che ci consegnano, l’immagine delle platee vuote può sembrare quella di un’assenza. In realtà, mi piace pensare che siano gli scatti “della festa”. Da lì a poco, o appena dopo, mentre “nel mentre” non è documentabile. Un’evocazione. Un ricordo prima di ricordare, prima di averne memoria e poi nella sensazione del tempo, diramato.

In Esercizi del no (all’interno della raccolta Giuramenti) Mariangela Gualtieri “cerca il suo no”. E scrive: «È tempo di pronunciare ora /dire, quella secca parola. /Tempo di saperla dire. No… Vieni dentro il petto /dentro la voce. Radica in me, /cresci, fermo, netto, disadorno, nitido no.»
A cosa dice “no”, oggi, l’uomo e l’artista Roberto Latini?
Spero di imparare da Mariangela e dai suoi esercizi.
 Intanto, direi all’insidia delle politiche culturali, difficilmente meritevoli di corrispondere alla realtà lavorativa degli artisti.