Mentre l’ultimo raid militare israeliano è costato la vita a oltre venti palestinesi, tra cui sei bambini, ecco qual è la crisi sanitaria e umanitaria che ogni giorno deve affrontare il direttore della Palestinian medical relief society

Dopo 74 anni dalla Nakba-Catastrofe e a 15 di assedio alla popolazione che vive nella striscia di Gaza, e “assedio” è una parola difficile da scrivere senza tremare, una parola che ricorda orrori indicibili che avrebbe dovuto essere rilegata nel Medio Evo, i riflettori sono ancora accesi sulla tragedia umana del popolo palestinese. (Nella Striscia di Gaza il 5 agosto l’attacco aereo del governo d’Israele ha provocato decine di vittime ndr).

Gaza una striscia di terra e sabbia di 360 kmq, due volte l’area metropolitana di Milano, dove sono accatastati due milioni di palestinesi di cui il 74% sono rifugiati che vivono con gli aiuti dell’agenzia delle Onu, Unrwa e con una disoccupazione che nel 2020 è stata stimata del 53%. Due milioni di persone, il 56% sono bambini, costrette a rimanere in quel lembo di deserto schiacciato contro il mare, sorta di campo di concentramento dal 2007, perché i valichi di Rafah e Erez sono chiusi e sotto controllo militare, martellati da bombardamenti continui, nel ripetersi cadenzato delle demolizioni punitive di case e luoghi pubblici a contare, giorno dopo giorno, i feriti e i morti.

La falda acquifera è inquinata e l’acqua è ben sotto la soglia considerata “potabile” dall’Oms; la luce è erogata a intermittenza e i servizi sanitari sono al collasso per la cronica mancanza di attrezzature e medicine. In una simile situazione non stupisce che il Comitato Internazionale della Croce Rossa dichiari che circa 100mila persone, il 5% della popolazione nella Striscia di Gaza soffra di disabilità e che l’Oms abbia valutato che, nel 2018/2019, ogni mese, almeno tre bambini diventano permanentemente disabili a causa dei conflitti armati.

Di questa realtà parliamo con il dottor Aed Yaghi direttore del Palestinian medical relief society (Pmrs) a Gaza. Aed è un uomo gentile e determinato che non si perde d’animo. A fatica è riuscito ad ottenere il permesso per arrivare a Milano e conoscere i responsabili dell’Associazione Fonti di pace che, grazie al contributo dell’8 per mille della Chiesa Valdese, finanzia un progetto di Servizi socio sanitari e riabilitativi a favore di 180 persone diversamente abili, in particolare donne e bambini. Il progetto, della durata di sei mesi, è totalmente realizzato dal Pmrs nella striscia di Gaza nel governatorato di Khan Younis.
Aed a Gaza ci è nato, anche lui come la maggioranza degli abitanti della Striscia è un rifugiato, figlio di rifugiati cacciati dal villaggio di Al Masnia nel governatorato di Ramla, oggi una base militare israeliana.

Aed Yaghi, direttore del Palestinian medical relief society

«Tempo fa mi è capitato di viaggiare con mio figlio dalla striscia di Gaza in Giordania. Il villaggio di Al Masnia è sulla strada. Ci siamo fermati perché volevo mostragli l’unico edificio rimasto integro, la scuola dove suo nonno aveva studiato. Non ci siamo potuti avvicinare, cancelli e barriere impediscono il passo. Per i rifugiati che anni fa hanno lasciato la loro casa, i campi ricchi di frutta, la terra, e adesso non hanno nulla, è una grande sofferenza. Dalla Nakba sono passati 74 anni e rispetto a quella storia, ciò che sentiamo io e mio figlio è diverso da quello che prova mio padre. Ma noi siamo cresciuti e abbiamo educato i nostri figli e la nostra gente nella consapevolezza della nostra storia di rifugiati, del nostro diritto a tornare nei villaggi dove sono le nostre origini. Quando, non lo sappiamo, ma abbiamo speranza». Aed in arabo significa “la persona che torna alla sua terra”.

Dottor Aed Yaghi, cosa significa fare il medico a Gaza?
È difficile svolgere qualsiasi attività a Gaza, ma noi medici dobbiamo pensare oltre che a prenderci cura delle nostre famiglie anche delle altre persone, gente che vive in estrema povertà e chiede aiuto. Per noi medici che viviamo a Gaza, il problema più grande è la difficoltà di muoverci, di uscire dall’assedio, di fare esperienze professionali altrove. Israele impedisce infatti la formazione del personale medico. Le nuove tecnologie, internet, zoom, ci aiutano nella comunicazione con l’esterno ma manca la possibilità di fare esperienza diretta. Siamo sotto stress come persone e come medici, l‘occupazione ci toglie vita ma la nostra resistenza continua perché non possiamo perdere la speranza. Senza speranza la vita non può continuare.

Le disposizioni previste dalla Convenzione di Ginevra dovrebbero proteggervi…
Le quattro Convenzioni di Ginevra del 1949 e i Protocolli aggiuntivi del 1977 e 2005 costituiscono la base del Diritto internazionale umanitario. Le Convenzioni impegnano gli Stati occupanti a proteggere la popolazione nel corso degli attacchi, in modo particolare i malati, i feriti, il personale medico, le ambulanze e gli ospedali. Ma Israele non rispetta le Convenzioni. Quattro anni fa un cecchino dell’esercito israeliano ha assassinato Razan al Najjar di 21 anni, una giovane volontaria paramedico che con il Pmrs portava soccorso ai palestinesi feriti. L’esercito israeliano attacca deliberatamente ambulanze, personale medico, distrugge ospedali e centri sanitari. Nel corso dell’attacco israeliano del 2014 l’ospedale al Wafa di Gaza, l’unico nella striscia destinato al ricovero di persone ferite e con disabilità, fu totalmente demolito e altri 52 centri sanitari ed ospedali furono colpiti e danneggiati dai bombardamenti israeliani.

Qual è oggi la situazione sanitaria nella striscia di Gaza?
Dal 2007 la popolazione della striscia di Gaza vive sotto assedio e sotto continui attacchi armati. Questa condizione ha determinato, per un settore sanitario già in sofferenza, carenza di adeguate infrastrutture, attrezzature, medicinali e materiali di consumo. Per il personale medico e paramedico è difficile, ripeto, avere l’opportunità di fare formazione e aggiornamento. Le poche strutture mediche accessibili sono sovraccaricate e le prestazioni sanitarie sono spesso interrotte per mancanza di elettricità. Molte cure specialistiche e farmaci salvavita non sono disponibili. Negli ultimi due anni con l’emergenza Covid-19 la situazione si è aggravata, minacciando ulteriormente la salute e le strutture pubbliche sanitarie. Di fatto gli ospedali e i distretti sanitari non sono stati in grado di rispondere alle necessità della popolazione. L’insicurezza alimentare è in aumento, sono in crescita i livelli di malnutrizione e anemia tra i bambini, i traumi psicologici, la povertà e il degrado ambientale hanno avuto un impatto negativo sulla salute fisica e mentale dei residenti che soffrono di ansia, angoscia e depressione. Dall’inizio dell’assedio, l’accesso alle cure mediche negli ospedali fuori dalla striscia di Gaza è diminuito: Israele ha ulteriormente limitato il rilascio di permessi per migliaia di pazienti che necessitano di cure immediate poiché i trattamenti specialistici ed urgenti non sono disponibili nel nostro territorio. Secondo gli ultimi rapporti del Ministero della salute mancano circa il 41% di farmaci di base come antibiotici e il 27% dei materiali sanitari, mentre Israele ritarda e impedisce l’entrata degli aiuti sanitari nella striscia di Gaza. È leggermente migliorata la situazione dell’erogazione di energia elettrica, ora disponibile per 10-13 ore al giorno rispetto alle 8 ore dello scorso anno, tuttavia secondo l’ultimo rapporto pubblicato dall’Office for the coordination of humanitarian affairs dell’Onu, Ocha, non è sufficiente a soddisfare i bisogni. Chi può, supplisce alla mancanza di corrente elettrica con l’uso dei generatori, ma questa soluzione crea nelle strutture sanitarie grossi problemi. Quando i macchinari passano dall’energia elettrica al generatore si rileva una irregolarità per la caduta della tensione che molto spesso causa la rottura o il malfunzionamento delle attrezzature sanitarie.

Contaminazione ed inquinamento dell’acqua, mancanza di elettricità: quali danni per la salute della popolazione e come affrontare il problema?
La situazione idrica a Gaza è disperata: oltre il 90% dell’acqua estratta dalla falda acquifera risulta non sicura per il consumo. Tre abitanti di Gaza su cinque acquistano acqua potabile da venditori privati non regolamentati con pesanti ricadute economiche sull’economia delle famiglie già povere. La falda acquifera è stata inquinata a causa delle infiltrazioni di acque reflue che non trattate vengono scaricate in mare e una parte di esse finisce nelle acque sotterranee. Gli impianti di trattamento delle acque non sono adeguati, spesso fuori servizio a causa della mancanza di energia elettrica o perché distrutti nel corso degli attacchi militari israeliani. Uno studio ha rivelato che più di un quarto delle malattie diffuse e il 12% delle morti di bambini e neonati a Gaza sono riconducibili all’acqua inquinata. Sono stati, inoltre rilevati livelli di contaminazione dell’acqua, dovuti alla presenza di metalli pesanti derivati dai bombardamenti e dall’ uso di armi “non convenzionali” come il fosforo. Il centro statistico del Ministero della Salute ha denunciato un aumento di diverse forme di tumore, riconducibili anche alla situazione ambientale e dell’acqua in particolare. (vedi studio Water Quality in the Gaza strip: the present scenario).

Rispetto alla salute delle donne, quali progetti di prevenzione sono necessari secondo il Pmrs?
Presso i suoi centri sanitari il Pmrs garantisce alle donne assistenza sanitaria tra cui l’assistenza preconcezionale, salute della madre e del bambino, assistenza prenatale, parto sicuro e assistenza postnatale, pianificazione familiare, servizi per la menopausa, assistenza sanitaria per adolescenti. Inoltre fornisce medicinali, vitamine e integratori. Serve più informazione sui temi legati alla salute riproduttiva e un’adeguata prevenzione per contrastare infezioni veneree e da epatiti. Il Pmrs si avvale anche di un team specializzato che fornisce la consulenza domiciliare a donne di diversi gruppi di età. Inoltre durante le emergenze viene attivato un team mobile. Nel corso dell’ultima aggressione israeliana, nel maggio 2021, il Pmrs ha operato con personale paramedico per fornire a domicilio servizi sanitari alle donne in gravidanza e in particolare a quelle che stavano allattando. Abbiamo anche attivato un servizio Srh (Sexual reproductive health) con il quale, attraverso un’applicazione, diamo informazione sui temi di salute sessuale e riproduttiva. Questa iniziativa in particolare è rivolta a giovani e adolescenti che possono porre domande senza il timore che la loro privacy venga compromessa. Altre iniziative, in particolare per le donne, sono finalizzate a dare supporto psicosociale, consulenza legale e prematrimoniale per i fidanzati.

L’assedio e i continui attacchi armati causano in particolare per i bambini disturbi permanenti derivanti da stress post traumatico. Quali soluzioni e progetti in corso ha previsto il Pmrs?
Da 15 anni Gaza è sotto assedio terrestre, marittimo e aereo, un blocco illegale israeliano che ha causato diffusa disoccupazione e povertà, entrambi noti fattori di rischio per lo sviluppo di malattie mentali. L’impatto della pandemia di Covid-19 e i continui attacchi armati, cinque negli ultimi 14 anni, l’ultimo a maggio 2021, hanno determinato una situazione umanitaria disperata, provocando gravi danni materiali. Un vero e proprio strangolamento psicologico quotidiano e i bambini sono i soggetti più vulnerabili. In quella fascia di età, infatti, si registrano alti tassi di disagio mentale e conseguenti disturbi da stress post-traumatico (Ptsd), depressione, ansia, problemi comportamentali, disturbo da deficit di attenzione e iperattività. Nel 2021 la Global child protection area of responsability (Gcp AoR) stima che il 53% dei bambini di Gaza hanno bisogno di protezione e servizi del Mental mealth and psychosocial support (Mhpss). In questo campo il Pmrs ha svolto un ruolo fondamentale implementando attività volte a ridurre questi disturbi attivando sessioni individuali di supporto psicosociale per bambini con disabilità e bambini rimasti feriti nel corso delle aggressioni israeliane e promuovendo attività ricreative come i campi estivi rivolti ai bambini di tutta la striscia di Gaza con particolare attenzione a quelli che vivono in aree emarginate.

Intravede una soluzione politica per risolvere l’assedio di Gaza e bloccare la sistematica occupazione di case e terre in Westbank?
Una soluzione politica esiste ma può essere raggiunta solo con l’impegno del governo israeliano a rispettare il Diritto Internazionale e le risoluzioni Onu che affermano il ritiro di Israele dalle terre occupate del 1967 e il diritto del popolo palestinese ad avere uno Stato. Israele deve anche porre fine a tutte le sue violazioni, rilasciare i prigionieri, porre fine alle attività di colonizzazione, smantellare gli insediamenti, rimuovere il muro dell’apartheid, cessare le procedure di ebraizzazione di Gerusalemme, fermare l’espulsione dei palestinesi dalle loro case e terra e porre fini ai criminali assassini dei civili palestinesi. Fino ad ora il governo israeliano non ha mai rispettato le molteplici risoluzioni delle Nazioni Unite che andavano anche in tal senso. Noi palestinesi abbiamo bisogno che si ponga fine all’occupazione, ma anche di rimuovere l’intero sistema di apartheid.

Quale ruolo può avere l’Europa per arginare l’espansione israeliana?
L’Europa in particolare, e la comunità internazionale in generale, potrebbero fare molto per obbligare Israele al rispetto del diritto internazionale, purtroppo però l’Europa continua a non svolgere il proprio ruolo in questo contesto politico. Basta guardare le azioni messe in campo dopo lo scoppio del conflitto russo-ucraino alla fine dello scorso febbraio. Sono state imposte sanzioni contro la Russia, ma in tutti questi anni l’Europa e la comunità internazionale non sono stati in grado di prendere alcuna decisione riguardo all’occupazione israeliana. L’Europa è tenuta ad esercitare una reale pressione sullo Stato di Israele per obbligarlo al rispetto del diritto internazionale e porre fine all’ occupazione. L’Europa dovrebbe boicottare, imporre sanzioni, fermare gli investimenti e smettere di fornire armi a Israele; riconoscere il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese e continuare a sostenere i palestinesi senza legare gli aiuti alla pretestuosa richiesta di far decadere i legittimi diritti del popolo palestinese. E in tal senso la domanda è “l’Europa oserebbe chiedere a Israele di cambiare i suoi programmi?” Fino ad ora l’Europa ci ha fornito aiuti in cambio di sottomissione ed accettazione e non è questo che il popolo palestinese vuole. Il popolo palestinese chiede all’Europa di perseguire attraverso la Corte penale internazionale i responsabili israeliani dei crimini commessi. Siamo costretti a registrare che ad oggi la comunità internazionale non ha ancora attivato azioni per rendere giustizia alle vittime palestinesi, a quelle donne, a quegli uomini, a quei bambini massacrati dalle bombe israeliane.

Nella foto: case distrutte a Gaza dopo l’attacco aereo israeliano, 8 agosto 2022