Siamo tornati nell’isola greca simbolo del fallimento delle politiche migratorie dell’Ue. Anche se nei campi profughi sono rimasti solo un migliaio di rifugiati, la situazione per loro non è granché migliorata

C’è stato un periodo in cui sentivamo parlare di Lesbo in continuazione. Nuovi profughi in arrivo, campi sovraffollati, condizioni di vita disumane. Manifestazioni di protesta, tensioni tra i volontari e la popolazione locale, abusi della guardia costiera. Erano i titoli che dipingevano perfettamente la situazione in quella che in molti si sono immaginati come una specie di “isola maledetta”, un luogo dannato in cui testare le politiche anti-migratorie dell’Unione Europea. E poi quell’incendio a Moria, nel settembre 2020, che ha spaventato un po’ tutti. Il più grande campo profughi d’Europa bruciato nel giro di una notte, incredibilmente – per fortuna – senza portare con sé morti.

Tutto questo oggi sembra appartenere al passato, un lontano ricordo di cui è meglio sbarazzarsi invece che conservare la memoria. Poco più di un migliaio di rifugiati, condizioni di vita decisamente migliori a Kara Tepe (il nuovo campo, chiamato anche Moria 2.0), una quindicina di ong in totale rimaste sull’isola. Gli abitanti di Mitilene sono concordi nell’affermare che “ora si sta molto meglio”, anche se in verità preferiscono non parlarne più di tanto; si capisce che negli anni la situazione li ha logorati. Anche chi inizialmente era ben disposto nei confronti degli ultimi arrivati, alla lunga ha perso le speranze e assunto un atteggiamento di ostilità, complice in questo soprattutto l’aggressività del governo Mitsotakis. Nell’insieme, la consapevolezza che la propria abitazione sia conosciuta nel mondo come una prigione a cielo aperto non aiuta molto. Una reputazione che non giova all’immagine dell’isola, né tanto meno a chi possiede attività legate al turismo.

«Dopo gli accordi tra l’Ue e la Turchia del 2016 è cambiato tutto», spiega a Left Michael Aivaliotis, manager di Stand by me Lesbo, organizzazione locale che si occupa prevalentemente di istruzione. «Prima i rifugiati non stavano qui molto, un paio di settimane, poi se ne andavano verso altri Paesi. Dopo l’accordo con la Turchia hanno cominciato a rimanere bloccati sull’isola, sempre più a lungo, fino a rimanerci anche diversi anni. Così hanno cominciato ad accumularsi a dismisura e i campi profughi sono diventati sempre più sovraffollati. Moria è arrivato ad ospitare 20mila rifugiati, un campo che inizialmente era stato progettato per 3mila persone. Ora ce n’è circa 1.300, ne arrivano più o meno 50 a settimana, però nessuno sa cosa succederà domani. Nel frattempo stanno costruendo un altro campo in mezzo al nulla, e nessuno capisce perché, visto che ci sono pochi arrivi. Le cose vengono fatte quasi di nascosto, senza informare la popolazione locale».

L’accordo tra Ue e Turchia firmato il 18 marzo 2016 aveva sin da subito generato accesi dibattiti, proseguiti sino ad oggi. Il primo punto della Dichiarazione recita: «Tutti i nuovi migranti irregolari che hanno compiuto la traversata dalla Turchia alle isole greche a decorrere dal 20 marzo 2016 saranno rimpatriati in Turchia, nel pieno rispetto del diritto dell’Ue e internazionale, escludendo pertanto qualsiasi forma di espulsione collettiva. Tutti i migranti saranno protetti in conformità con le pertinenti norme internazionali e nel rispetto del principio di non-refoulement». L’accordo dunque si fonda sul postulato che la Turchia sia un Paese sicuro per i rifugiati e i richiedenti asilo e in virtù di ciò ogni migrante che arrivi in maniera irregolare sulle isole greche verrà restituito alla Turchia, dove attualmente vi sono circa quattro milioni di rifugiati.

A suscitare tutt’oggi polemiche è soprattutto il fatto che la Turchia venga considerata un Paese sicuro, mentre violenze e discriminazioni sono all’ordine del giorno. Inoltre, secondo il principio di non-refoulement, cioè di non-respingimento, sancito dall’art.33 della Convenzione di Ginevra del 1951, un rifugiato non può venire respinto «verso confini di territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a motivo della sua razza, della sua religione, della sua cittadinanza, della sua appartenenza a un gruppo sociale o delle sue opinioni politiche». Molti però ritengono che sia proprio quanto succede in Turchia e denunciano la natura illegittima dell’accordo, che violerebbe in questo modo uno dei principi fondamentali del diritto internazionale. L’obiettivo dell’accordo – definito «deleterio per la storia dei diritti umani dell’Ue» da Amnesty international – sarebbe quello di esternalizzare i flussi migratori: fare in modo che i rifugiati non arrivino in Europa, in cambio di miliardi di euro per la Turchia.

Da qui cominciano i problemi per Lesbo che, assieme a Chios, Samos, Leros e Kos, le altre isole greche affacciate sulle coste della Turchia, è diventata l’epicentro della crisi migratoria. Dopo l’accordo infatti la Grecia ha introdotto delle misure che obbligano i rifugiati a rimanere nei campi finché le domande d’asilo non vengono accolte o respinte. Chi arriva dalla Turchia quindi è soggetto a “restrizioni geografiche” che non permettono di lasciare l’isola e recarsi nella Grecia continentale finché l’intera procedura non sia stata completata – salvo circostanze eccezionali in cui si può ottenere la revoca della restrizione. Il problema è che le pratiche per l’asilo possono richiedere anni prima di venire risolte, al termine dei quali, chi non viene ritenuto idoneo alla protezione internazionale, verrà rispedito in Turchia. Durante questi anni i rifugiati rimangono segregati nei campi, non lavorano, non hanno accesso all’istruzione e vivono in condizioni di assoluta povertà. Molti cominciano a soffrire di disturbi psichici e alcuni arrivano a togliersi la vita.

«Anche se sull’isola sono rimasti solo un migliaio di rifugiati o poco più, non significa che le cose per loro siano migliorate» ha dichiarato a Left Nikolaos Markou, responsabile della comunicazione di Lesbo solidarity. «Il sistema non riesce a integrare queste persone. Il processo di asilo, di integrazione, di alloggiamento e di inserimento nel mondo del lavoro semplicemente non funziona. Tutt’ora c’è molta discriminazione. Per fare qualche esempio: i rifugiati non possono uscire durante Pasqua e Natale perché i locali escono in questo periodo ed è meglio non importunarli. Tutti i turisti possono entrare senza Covid test ma i rifugiati no, appena sbarcati sull’isola devono farne uno ed eventualmente andare in isolamento per un mese».

E poi, prosegue Markou, «c’è la questione della solidarietà; ti racconto la mia esperienza. Appena arrivato a Mitilene, un anno fa, incontrai una persona che mi disse “se vedi qualcuno sulla spiaggia con vestiti sporchi e bagnati, non toccarlo, non aiutarlo, potrebbe essere un rifugiato”. Questo è il classico consiglio che oggi un greco potrebbe dare a un altro. Un consiglio utile per salvare se stessi perché in Grecia la criminalizzazione della solidarietà ha raggiunto dei livelli senza precedenti: si può venire accusati di traffico di esseri umani e rischiare fino a dieci anni di prigione».

 

* In apertura, due bambini guardano fuori dalla finestra del loro alloggio nel campo profughi di Kara Tepe, nell’isola di Lesbo in Grecia