Candidato per Alleanza Verdi Sinistra, Giuseppe Buondonno, che è anche insegnante, spiega i punti fondamentali del programma: riduzione delle classi numerose, gratuità dal nido all’università, tempo pieno e tempo prolungato ovunque. Le risorse? «Faremo una battaglia in Parlamento»

La scuola purtroppo non figura tra i temi principali della campagna elettorale. E gli scarni programmi dei partiti su questo tema talvolta risultano perfino regressivi e conservatori, come nel caso del centrodestra che persegue nel sostenere il bonus scuola per le famiglie e quindi sostanzialmente apre ancora di più le porte ai privati, indebolendo l’istruzione pubblica, già sotto attacco dopo decenni di pseudoriforme.

Abbiamo chiesto a Giuseppe Buondonno, responsabile scuola di Sinistra italiana e candidato in Lombardia per Alleanza Verdi Sinistra di raccontarci i punti fondamentali del programma sulla scuola e le sue idee sulla formazione. Buondonno è un insegnante, docente di italiano e storia da trent’ anni nel liceo artistico di Fermo, nelle Marche, «una scuola dove è meraviglioso vedere quanti siano i linguaggi espressivi degli studenti». Inoltre, con Giuseppe Bagni, presidente del Cidi, ha scritto Suonare in caso di tristezza. Dialogo sulla scuola e sulla democrazia (Pm, 2021), un epistolario che ha abbracciato anche il difficile periodo della pandemia, quando le domande di sapere si scontravano con l’emergenza della didattica a distanza.

Buondonno, nei programmi elettorali manca una visione organica, di lungo e medio termine sulla scuola. Lei che è anche insegnante, che idea si è fatto?
Prima di tutto va detto che la scuola è stata sì dimenticata nei programmi dei partiti, ma purtroppo in passato molte forze politiche se ne sono occupate in modo estemporaneo e propagandistico senza un minimo coinvolgimento del mondo della scuola. Dalla “riforma” Gelmini alla Buona scuola, ci sono stati tutti interventi calati dall’alto senza nemmeno tener conto della letteratura pedagogica che aveva prodotto idee e proposte. Quindi la prima cosa da affrontare, su qualunque proposta di legge futura, è provare a coinvolgere seriamente il mondo della scuola – lo dico da insegnante che ha vissuto sulla propria pelle una serie di cambiamenti, come il passaggio degli istituti d’arte a licei artistici voluto da Gelmini, su cui ci sarebbe molto da dire.

Come è nato il vostro programma, qual è la ricerca che c’è dietro?
Questo nostro programma è stato preparato da un lavoro lungo, perché quando non avevamo la più pallida idea che il governo sarebbe caduto in estate, noi come Sinistra italiana abbiamo promosso lo scorso maggio a Pisa l’iniziativa “Pensiero stupendo. Sapere è democrazia”. Il documento che allora è stato prodotto insieme all’elaborazione di Europa verde è stato alla base della nostra proposta programmatica. A Pisa c’erano undici tavoli di lavoro a cui hanno preso parte i sindacati, Cidi, Cgd, le associazioni degli studenti. Il lavoro era articolato in due sessioni: una sulla scuola e l’università e un’altra su come cambia il sapere, il sapere nell’era digitale. Quindi, in sintesi, il programma è stato il frutto di una elaborazione, non di una improvvisazione, un lavoro che voleva ribaltare la logica di una scuola pensata unicamente per il mercato del lavoro, selettiva e prestazionale. Il che non significa che non debba essere una scuola seria, che formi, ma che debba formare persone non pezzi di ricambio per la produzione.

Quali sono i punti che ritiene fondamentali per un miglioramento della formazione?
In questa ottica di ribaltare la visione mercantile della formazione – tanto mercantile per cui si è arrivati a parlare di didattica orientativa al lavoro alle scuole elementari – uno dei punti fondamentali è la riduzione degli alunni a un massimo di 15 in ogni classe. E non per problemi di Covid o in previsioni di emergenze pandemiche, ma per poter realizzare una didattica che possa essere veramente attenta ai problemi che queste generazioni hanno di concentrazione, di analisi, di attenzione, di riflessione, determinati da una rivoluzione digitale che dura da decenni. Sto parlando di una didattica che sia veramente inclusiva nel senso profondo del termine, non che si limiti ad accogliere, ma che accolga formando, integrando le differenze. Insomma, non ci possono essere classi numerose, bisogna eliminare la situazione assurda che abbiamo solo noi in Italia per cui è previsto un numero minimo di alunni per classi ma non un numero massimo.

La riduzione delle classi numerose, che non è mai stata voluta né dai governi di centrodestra né di centrosinistra, che cosa comporterebbe?
Naturalmente per far questo servono più spazi, aule nuove, o meglio, aule che per esempio in molti casi – noi lo scriviamo a latere del programma – possono essere recuperate, coinvolgendo i governi locali, in spazi pubblici esistenti e non utilizzati senza realizzare nuove edificazioni. Ma non c’è solo l’edilizia scolastica. Ridurre il numero degli alunni significa assumere molti più insegnanti, e in pianta stabile. Il sistema continua a produrre precariato e tra l’altro non garantisce spesso la nomina dei docenti all’inizio dell’anno scolastico, come accadrà adesso, visto che si prevedono ancora 150mila supplenti. Serve assumere, se necessario stabilizzare i precari storici ma creando un sistema che sia veramente formativo, smantellando questa cosa dei Cfu (Crediti formativi universitari) che costano solo un sacco di soldi. Serve garantire una formazione seria e un percorso lineare e semplice. Noi abbiamo bisogno di insegnanti preparati, non di percorsi a ostacoli per l’accesso all’insegnamento. Così come abbiamo bisogno di insegnanti di sostegno che abbiano un percorso di formazione serio, lineare e certo. A questo aggiungiamo interventi che per me sono importantissimi.

Vale a dire?
L’estensione del tempo pieno e prolungato in tutta la penisola e in ogni ordine di scuola. Credo che questo vada discusso con il mondo della scuola, per esempio il tempo pieno nella primaria e il tempo prolungato alla scuola media e alle superiori, dove nel triennio potrebbe essere anche con accesso volontario. E tutto questo confrontandoci con i collegi docenti, con le organizzazioni sindacali, con gli studenti, con il personale Ata. Si tratta di pensare come tradurre tutto questo creando una progettazione che sia didattica e formativa anche aperta ad altre esperienze del territorio, culturali e artistiche ma che sia comunque incentrata su un progetto formativo della scuola, elaborato dalla scuola, non dato in appalto come avviene per i Pof. Quello non è tempo scuola.

La scuola, in certe aree marginali dal punto di vista economico e sociale, può fare poco se attorno non esiste una rete “protettiva”. È il problema che poi è all’origine della dispersione scolastica, di cui il nostro Paese detiene un record negativo in Europa. Cosa proponete?
È un punto importante del nostro programma. Riguarda la definizione delle Zone di educazione prioritaria e solidale. Siamo partiti da un dato di fatto: è vero che il problema della povertà educativa è più generale, però è indiscutibile che ci sono zone del Paese – zone geografiche e zone sociali come le aree montane o le periferie delle città – in cui al fenomeno generale si aggiunge una difficoltà, un disagio sociale profondo, qualche volta anche un deserto culturale fuori della scuola, con interi quartieri senza biblioteche, cinema e teatri. Insomma, luoghi dove non c’è quella rete di supporto alla formazione che è importantissima. Quindi, in accordo con le amministrazioni locali, si tratta di individuare queste zone e di portarvi un maggiore contributo in termini di risorse e di personale, finanziando veri e propri progetti specifici per contrastare l’abbandono scolastico, anche con interventi rispetto all’orientamento, per affrontare il delicato passaggio soprattutto dalla scuola media alle superiori.

Questi interventi necessitano di molte risorse.
È vero, tutto questo costa, qualcuno potrebbe dire che il nostro è un libro dei sogni. Però rispondo citando Me-ti di Bertolt Brecht: «Bisogna essere radicali come la realtà». Credo prima di tutto che sia indecente che un Paese come l’Italia investa così poco (3,9 %) rispetto al Pil anche rispetto alla media europea (4,6%). Dobbiamo portare la spesa per la formazione al 6% del Pil, e non con finanziamenti straordinari ma con il bilancio ordinario dello Stato. Non è una battaglia che si può vincere in un anno, ma l’orizzonte è questo, non bisogna andare in direzione contraria. La tendenza, anche del governo Draghi, è stata quella di risparmiare, con la motivazione che è diminuita la natalità. Ora faccio notare che questo fenomeno per un governo non dovrebbe essere un problema statistico ma un problema da risolvere, visto che la natalità diminuisce perché i giovani sono sempre più precari, malpagati e quindi non in condizione di costruire un progetto di futuro. E poi, se mai è proprio questo il momento di diminuire il numero di alunni per classi, non di continuare ad accorpare classi, come stanno facendo gli uffici scolastici regionali, sempre nella logica di risparmiare.

Ma dove pensate di recuperare i soldi per finanziare questo insieme di interventi?
Li dobbiamo prendere con una battaglia, con un conflitto. Questo è un Paese in cui si è deciso l’aumento della spesa militare – stiamo parlando di 100 milioni di euro a giorno, quando verrà portato a regime – ed è gravissimo investire sulle armi invece che sull’istruzione, perché risponde ad un modello di umanità altro rispetto a quello che noi proponiamo. Poi ci sono 120 miliardi all’anno di evasione fiscale: una parte del recupero di questa cifra basterebbe ad alzare l’investimento per la scuola, per non parlare degli extraprofitti delle aziende energetiche, della tassa aggiuntiva costituita dalla corruzione… Insomma, bisogna mettere mano a tutto questo per finanziare l’istruzione. Noi abbiamo proposto e raccolto firme per la Next generation tax che prevedeva appunto una tassazione solidale sui grandi patrimoni. Una patrimoniale finalizzata in qualche modo al futuro delle nuove generazioni perché non possiamo immaginare che l’orizzonte che lasciamo, oltre il disastro climatico, sia questo a livello sociale, fatto di abbandono scolastico e di un basso numero di laureati (sempre un record in Europa). Per superare questo gap, nel nostro programma proponiamo la gratuità del sistema formativo, dal nido all’università, che purtroppo è tornata classista. E tutti questi, sottolineo, sono problemi che dalla scuola si riflettono sul sistema Paese.

Il problema è che nella politica italiana – basta scorrere le riforme della scuola degli ultimi decenni – è sempre mancata una visione di medio lungo termine.
Sì, bisogna investire sulla formazione, ma con un’idea che rifiuta la concezione miope secondo cui si investe sulla formazione solo in termini di competenze lavorative. L’investimento profondo è la formazione di esseri umani e di cittadini, anche perché con le trasformazioni che sono in atto anche nei processi produttivi, è se mai l’elasticità della formazione, la capacità di conoscenze generali, di astrazione, che consentono poi ad una persona la possibilità di adattarsi alle esigenze lavorative. Noi insegnanti non facciamo gli addestratori, facciamo i formatori e gli educatori e questo deve fare la scuola, secondo quanto chiede la Costituzione. A me interessa questo, non quello che chiede il mercato, anche perché ciò che prescrive la Costituzione è l’espressione di un’idea di società, di organizzazione della vita e delle relazioni umane.

Voi siete in coalizione con il Pd, ma molti degli interventi che hanno impoverito la scuola in passato sono venuti proprio dal centrosinistra. Come pensate di muovervi in futuro?
Sono perfettamente consapevole che molte di queste controriforme sono state fatte anche dai governi di centrosinistra, ma noi continueremo a fare la battaglia su questo programma in Parlamento.

A partire dal ministro Luigi Berliguer la sinistra ha mostrato un ritardo, una miopia nei confronti della formazione intesa come strumento di emancipazione individuale e collettiva, cosa che sosteneva Gramsci, la cui lezione sulla scuola è sempre stata ignorata.
Più che di un ritardo, io parlerei di un cedimento culturale alla logica neoliberista. Ora bisogna con forza cambiare radicalmente questa prospettiva. Anche il ministro Bianchi è stato il distillato di quella che io considero una involuzione culturale e che noi continueremo a combattere per cambiare completamente l’asse. Certo, lo faremo molto meglio se al governo non ci sarà la destra che vuole cambiare la Costituzione.

Una domanda sul libro che ha scritto insieme a Giuseppe Bagni, Suonare in caso di tristezza, un dialogo anche sui cambiamenti del sapere all’epoca del digitale. Che tipo di scuola vorrebbe?
Noi siamo partiti da una considerazione, che per quanto mi riguarda è diventata quasi un’ossessione. Lo Stato ha fatto una pioggia di pseudo riforme senza mai fermarsi a ragionare seriamente su un aspetto fondamentale: come sta cambiando il sapere. E questo nel pieno di una rivoluzione digitale che non impatta solo sui processi conoscitivi ma anche sui processi emotivi, relazionali, su come e se sta cambiando il cervello di homo sapiens.

Il digitale cambia il cervello?
Secondo me il funzionamento cerebrale, le funzioni atte alla praticità e alla rapidità sono molto più stimolate, affievolendo l’elemento riflessivo dell’assimilazione lenta. Il problema è che la conoscenza richiede tempi lunghi, la conoscenza profonda delle cose, dico. Credo che la scuola debba rimanere prima di tutto un luogo che dà tempo ai ragazzi per svolgere i propri processi di assimilazione, che rispetti il loro tempo di crescita. Serve una pedagogia per far sì che la scuola, anche nel pieno di questi cambiamenti, anzi, soprattutto nel pieno di queste trasformazioni, continui ad essere un luogo che produce pensiero critico e pensiero complesso. Questo è il problema principe che una democrazia si deve porre perché i processi sul piano conoscitivo e anche quelli della vita democratica sono strettamente correlati. Non cogliere questo nesso secondo me è molto grave. È un problema della democrazia non solo della sinistra .

Riprendendo un po’ Gramsci, forse il vero problema rispetto ai giovani, è quello della mancanza di idee da proporre loro. Non diamo troppa importanza al digitale?
Rispondo con una battuta: insieme a Gramsci c’è anche MacLuhan che diceva che il mezzo è il messaggio. Il cellulare ormai è un arto, l’impatto di questo strumento è enorme e non è paragonabile all’impatto della televisione. Io, che sono di formazione marxista, è chiaro che non sono contrario alla modernizzazione. Sono contrario a viverla in modo subalterno e inconsapevole. I processi vanno governati consapevolmente e collettivamente, sapendo che ci sono dei cambiamenti. Poi tu dici giustamente che mancano le idee: io credo che su questo incida il fatto che anche la politica nel corso dei decenni, più che essere diventato un luogo di elaborazione collettiva di formazione delle coscienze, è diventato un luogo di riferimento del consenso. E invece bisogna tornare a ridare alla politica la forza di un grande strumento formativo di massa perché altrimenti i luoghi della complessità saranno sempre più ristretti e autoritari, producendo messaggi semplificati e inducendo le masse a svolgere una funzione di subalternità. Questo modello va ribaltato. Non ci dobbiamo rassegnare. Se facciamo politica è per cambiare il mondo nel senso dell’uguaglianza e della libertà, non per inseguire un cantuccio nel mercato del consenso.

Nella foto: sit in degli studenti al Pantheon a Roma per la mancanza di interventi nelle scuole dopo la riapertura, Roma, 18 gennaio 2021

Una laurea in Filosofia (indirizzo psico-pedagogico) a Siena e tanta gavetta nei quotidiani locali tra Toscana ed Emilia Romagna. A Rimini nel 1994 ho fondato insieme ad altri giovani colleghi un quotidiano in coooperativa, il Corriere Romagna che esiste ancora. E poi anni di corsi di scrittura giornalistica nelle scuole per la Provincia di Firenze (fino all'arrivo di Renzi…). A Left, che ho amato fin dall'inizio, ci sono dal 2009. Mi occupo di: scuola, welfare, diritti, ma anche di cultura.