Il celebre direttore, sul podio del festival MiTo il 5 e 6 settembre, racconta la sua formazione musicale. E l’incontro determinante con l’artista statunitense: «Era un umanista, non un director dictator»

John Axelrod è oggi uno dei più interessanti direttori d’orchestra. Musicista di grande prestigio e cultura, si è formato in particolare sotto la direzione di Leonard Bernstein da cui ha appreso non solo la pratica direttoriale ma quella relativa alla comunicazione. Ed è questo il punto forte di Axelrod: la sua vena comunicativa, per cui è impressionante come le sue interpretazioni risultino sempre intense e perfette nell’esecuzione. Frutto di un giusto equilibrio fra musicisti. Lo abbiamo incontrato a Salerno presso il Teatro Verdi dopo uno dei concerti della tournée estiva dell’Orchestra nazionale della Rai. Nei giorni 5 e 6 settembre Axelrod dirigerà la Philharmonia Orchestra nei due concerti inaugurali (dal titolo Luci immaginarie), a Torino e a Milano, di MiTo settembre musica.

John Axelrod, mi può parlare di Leonard Bernstein?
Bernstein aveva una personalità molto speciale. Come professore era il migliore di tutti, non solo perché era un grande divulgatore nei programmi televisivi, ma perché riusciva ad arrivare a tutti noi studenti, a noi musicisti. Io sono stato suo allievo a Houston che è la mia città, dove realizzò A Quiet Place la sua ultima opera andata in scena nel 1983 e ho avuto l’opportunità di studiare assieme a lui per tre mesi. Avevo paura di non essere capace, di non essere come lui. Bernstein lo capì e mi disse: «Tu sei direttore d’orchestra perché ami molto le persone e lo strumento del direttore d’orchestra sono i musicisti». Era un umanista, non un autocratico o un director dictator.

Leonard Bernstein nel 1973 (foto di Allan Warren)

Lui era un musicista profondamente umano.
Sì, lo era. Veniva da una famiglia ebraica, era un uomo dotato di grande empatia, intelligente, saggio. Una espressione che usava spesso era: «Ci sono due tipi di musica, una positiva e una negativa. Quando suoniamo la musica e la eseguiamo bene, allora la vita è bella». Ed aveva ragione, non solo nel suonare bene la musica classica, ma il jazz, il pop, il rock. Una fortuna avere avuto da lui questo insegnamento: è stato molto importante, un grande regalo per la vita.

È vero quello che dice, perché si percepisce questa sua dimensione di comunicatore, dagli orchestrali al pubblico, ed è una dote che non tutti i direttori hanno.
La comunicazione è l’elemento più importante anche per l’educazione e poi conta molto l’unità, perché la musica è una somma di parti individuali. Per me tutto ciò è una filosofia politica e l’orchestra deve essere un luogo democratico.

Infatti Bernstein è stato sicuramente uno dei pochi, se non il primo vero direttore democratico.
Lui ha iniziato a dirigere dagli anni Quaranta quando c’era una forte tendenza autocratica e il direttore d’orchestra era uno specchio della leadership nel mondo. Si dirigeva da director dictator come Arturo Toscanini, che non faceva altro che rispecchiare quello che succedeva nel mondo. Le cose sono poi cambiate, sono nati i sindacati per la tutela degli orchestrali e dei musicisti. E in tutto questo Bernstein è stato esemplare, è stato contrario all’autocrazia direttoriale. Lui era quasi come John Kennedy: infatti compose la Sinfonia n. 3 Kaddish in memoria dell’assassinio del presidente. Insomma, Bernstein era democratico e aperto. E fu messo duramente alla prova durante il periodo del maccartismo. Il suo esempio è stato fondamentale proprio per rendere l’orchestra un luogo democratico e questo ha permesso l’ingresso delle donne.

Ma c’è ancora qualcuno che non vuole le donne in orchestra…
Questo accade perché stiamo vivendo un nuovo periodo di autocrazia nel mondo e quindi oggi viene considerata importante la visione del direttore d’orchestra nel senso della leadership. Così come però è importante, in questa figura, la fusione di leader e di manager: ci sono direttori come Riccardo Chailly, Riccardo Muti, Daniele Rustioni che riescono a ricoprire questo ruolo e garantiscono democrazia all’orchestra. Trovo stupido poi chi ancora continua a sostenere la differenza di genere nella vita come nella direzione d’orchestra.

Lei come si sente e come vive questi tempi?
Naturalmente seguo la scuola di Bernstein, è evidente. Aveva ragione, io amo le persone. Stasera (a Salerno ndr) mi ero reso conto che per il caldo una musicista stava soffrendo e le ho quindi portato dell’acqua per farla stare meglio.

Un gesto encomiabile che cancella quella idea che la musica classica deve essere seria, rigida, difficile. Perché succede questo?
È importante sapere che la sala è come una chiesa, pensiamo solo al silenzio che vi deve essere durante un concerto, ad esempio. Tutto questo serve a sentire la spiritualità. Se lei ci pensa, tranne questa sera che fa caldo, l’orchestrale maschio indossa il frac che è la sua divisa da lunghissimo tempo. Due, sono le divise che nel corso del tempo non sono mai cambiate: quella dell’orchestrale e quella del sacerdote. In tempi più antichi il musicista era considerato malissimo a livello sociale. Dopo il 1650, la situazione è migliorata, nel ruolo che aveva nella società. Durante l’epoca di Haydn, di Mozart, e perfino di Beethoven, il musicista era a servizio dell’aristocrazia e quindi doveva avere un abbigliamento che fosse conforme a quello del pubblico che ascoltava i concerti. Lo stesso è successo nell’Ottocento quando gli spettatori maschi indossavano il frac e anche il musicista ha iniziato ad indossarlo. Dopo Liszt, dopo Wagner, dopo Verdi, il ruolo del musicista è decisamente cambiato: è diventato l’eroe. Non più quindi l’artista che serve il pubblico. Il musicista a questo punto diventa il dominatore della scena e il pubblico ne vive il fascino. Come ad esempio succede oggi in un concerto con un grande tenore, anche se succedeva ieri anche con Liszt. Oggi il direttore d’orchestra è posto su una pedana, è al di sopra di tutti. Questo dà la sensazione di stare più vicini al Paradiso.

Anche lei prova questa sensazione quando dirige?
No, assolutamente, io sento il Paradiso e la Terra, il bene e il male e come Buddha sento l’universo di tutto.

Lei ha scritto un libro su Stradivari, ce ne parli.
In verità ho scritto un libro nel quale ho studiato, ho cercato il motivo del dilagare del mercato degli strumenti musicali rari, degli Stradivari, appunto. Cosa ho scoperto? Che questo mercato è un settore più importante di quello delle criptovalute!

Nella foto: John Axelrod (dal sito di MiTo Settembre musica)