L’incontro tra popoli, il rispetto delle differenze, la solidarietà e l’armonia con la natura. Sono i punti di una proposta rivoluzionara che fonde il socialismo con la cultura andina. Ne parlerà a Roma il 21 settembre il vicepresidente boliviano David Choquehuanca

Il concetto andino del Vivir bien è un paradigma innanzitutto biocentrico, perché preserva l’esistenza di tutti gli “esseri viventi”. È una proposta che nasce dalla sapienza dei popoli originari: gli Aymara, i Quechua, i Guaraní. Si crea e si ricrea con il passare del tempo come espressione della dinamica permanente delle culture ancestrali in relazione e conflitto con le dinamiche globali.

Il Vivir bien è una critica ai modelli di civiltà occidentali concepiti a partire dal colonialismo e dal capitalismo, un ripensamento dei modelli di sviluppo della “civiltà del progresso”, che si basano su un costante aumento della produzione e della circolazione dei beni, sulla natura consumistica degli esseri umani rispetto ad altre dimensioni della loro esistenza, sulla natura come fornitore permanente di risorse, vittima incessante dello sfruttamento umano, e sul mercato come regolatore dell’economia.

Il Vivir bien è una parte sostanziale del patto sociale espresso nella Costituzione politica dello Stato del 7 febbraio 2009 che, pur riconoscendo la diversità delle cosmovisioni dei suoi popoli e delle sue nazioni, afferma che: Lo Stato assume e promuove come principi etico-morali della società plurale.
Secondo il Piano nazionale di sviluppo attuato a partire dal 2006 con il primo governo di Evo Morales, Vivir bien è l’accesso e il godimento dei beni materiali e la realizzazione affettiva, soggettiva, intellettuale e spirituale, in armonia con la natura e in comunità con gli altri esseri umani. Un concetto che presuppone l’equilibrio e l’armonia con la Madre Terra, e che stabilisce come l’essere umano, la comunità, la natura e il cosmo siano parte di un tutto.

Il Vivir bien è l’incontro dei popoli, è il rispetto delle differenze, più che della diversità. Non è la tolleranza ma è la valorizzazione dell’identità culturale, il recupero del godimento di una vita basata su valori semplici. Una convivenza comunitaria senza asimmetrie di potere, perché uno non può vivere bene se vive male l’altro. Un’unione dei popoli in una grande famiglia, l’abya yala, dove lavorare nella reciprocità, nella gioia, perché il lavoro è una forma di crescita e non una fonte di guadagno. Dove rimettere al centro la cura, dando priorità alla vita e alla Pachamama, la Madre Terra, che della vita è origine.
Vivir bien non significa vivere meglio. Vivere meglio è un’aspirazione tutta capitalista che sottintende vivere a spese degli altri, sfruttare i propri simili e la terra, saccheggiare le risorse naturali, privatizzare i servizi di base. I popoli indigeni originari propongono di vivere bene per il mondo, in solidarietà, in uguaglianza e in armonia.
Vivir bien è una scelta etica, un modello alternativo di essere nel mondo.

Venti anni di vittorie e sconfitte

Gli eventi della guerra dell’acqua a Cochabamba, in Bolivia, nel 2001, hanno cambiato in modo permanente la traiettoria politica del Paese. Quello che è iniziato come un tentativo di privatizzazione dei servizi idrici nella città di Cochabamba ha portato a una straordinaria e suggestiva dimostrazione di solidarietà e coraggio tra i lavoratori boliviani, che testimonia la forza dei movimenti popolari. Una dimostrazione del potere dei lavoratori sulle imprese e sulle multinazionali orientate al profitto.Per comprendere la guerra dell’acqua, è importante capire come e perché l’acqua sia stata privatizzata in Bolivia. Alla fine del XX secolo, il neoliberismo e le politiche economiche di laissez faire hanno giocato un ruolo considerevole nella politica latinoamericana, incoraggiando il settore privato a rilevare molte industrie che un tempo erano considerate parte del settore pubblico.

Il caso della Bolivia è esemplificativo: le disastrose circostanze finanziarie hanno costretto il governo boliviano a rivolgersi alle organizzazioni monetarie internazionali, in particolare al Fondo monetario internazionale e alla Banca mondiale. Organizzazioni in gran parte neoliberali, che hanno imposto alla Bolivia la privatizzazione di una serie di industrie nazionali strategiche. Tra queste, l’acqua.
La Banca mondiale riteneva che la privatizzazione in Bolivia avrebbe eliminato la burocrazia corrotta e portato a un aumento della qualità e dell’efficienza dell’industria idrica. In ottemperanza alle pressioni esterne, lo Stato ha pertanto venduto i diritti idrici della città di Cochabamba alla società privata Aguas del Tunari, della statunitense Bechtel Corporations.
La famigerata Legge 2029 ha ufficialmente permesso alla società di applicare prezzi elevatissimi per il diritto all’acqua, divenuta ormai un business nell’intera regione. Una legge che prevedeva persino la vendita di quelle risorse idriche che non avevano mai fatto parte del Servicio municipal de agua potable y alcantarillado (Semapa), autorizzando di fatto i nuovi concessionari a espropriare i sistemi idrici comunali indipendenti, addebitandone l’installazione ai residenti.

Nel giro di pochi mesi molte regioni di Cochabamba hanno visto i prezzi dell’acqua inizialmente raddoppiarsi, per raggiungere poi degli aumenti medi del 350% sulle tariffe minime, di fatto tramutando un bene di prima necessità in uno di lusso.
Il malcontento ha iniziato a crescere tra la popolazione, e a gennaio del 2000 sono iniziate, in modo pacifico, le prime proteste: in una dimostrazione di coraggio e solidarietà, centinaia di migliaia di boliviani, molti dei quali non vivevano neppure a Cochabamba, sono scesi in piazza per chiedere la nazionalizzazione dell’acqua. In particolare, erano contrariati dal fatto che le zone più povere della città non avessero lo stesso accesso all’acqua potabile.

Nel frattempo ai manifestanti si sono uniti i cocaleros, guidati dall’allora membro del Congresso Evo Morales, per chiedere la fine del programma di estirpazione delle coltivazioni di coca. Un’occasione, per il governo, per accusare i manifestanti di essere solo delle pedine nelle mani dei narcos: il ministro dell’Informazione Ronald MacLean Albaroa parlava delle rivolte come di una cospirazione finanziata dai trafficanti di cocaina.
Solo a febbraio le proteste sono diventate violente, quando il governo boliviano ha inviato i militari per disperdere la folla, e la disputa sull’acqua è diventata una vera e propria guerra, con il presidente Hugo Banzer che ha dichiarato lo stato d’assedio.

La violenza dell’esercito contro i manifestanti è diventata sempre più frequente nei due mesi successivi: centinaia di pestaggi e di arresti e 6 morti. In particolare, la morte dello studente diciassettenne Víctor Hugo Daza per mano di un ufficiale militare, ripresa dalle telecamere, è diventata il simbolo della brutalità delle repressioni indette dal governo. Ma i manifestanti sono rimasti fermi e le proteste sono proseguite fino ad aprile dello stesso anno, quando il governo ha finalmente ceduto alle pressioni e ha annullato il contratto con Aguas del Tunari comunicando ai dirigenti che non ne avrebbe potuto garantire la sicurezza personale e abrogando la legge 2029.

La guerra dell’acqua è stata in gran parte un grande successo per i manifestanti: la popolazione è stata in grado di opporsi alla privatizzazione dell’acqua e di sconfiggere efficacemente multinazionali e organizzazioni estremamente potenti. Tuttavia, l’eredità degli eventi di Cochabamba non si è esaurita e la battaglia contro le privatizzazioni è ancora in corso. La crisi di Cochabamba ha creato un senso di solidarietà internazionalista tra i lavoratori, oltre i confini della Bolivia. La lotta contro la privatizzazione ha portato i Boliviani a credere che le proprie azioni potessero portare a un cambiamento reale, anche di fronte alle immense ricchezze straniere. I movimenti popolari, guidati da leader e attivisti sindacali, sono tornati al centro del mondo politico del Paese.

Il governo neoliberale e moderato della Bolivia, lo stesso che aveva permesso le privatizzazioni, è stato rovesciato e nel 2005 è stato eletto presidente Evo Morales, leader sindacale ed ex agricoltore. Uno scenario possibile soprattutto grazie alla dimostrazione di forza popolare nella guerra dell’acqua. Una cultura politica più incentrata sul popolo e sull’azione diretta nel governo. Evo Morales si era già candidato alla presidenza del Paese nel 2002, quando era arrivato secondo, dopo Gonzalo Sánchez de Lozada, e aveva mandato già un segnale importante. Un cocalero Aymara poteva aspirare alla massima carica dello Stato.

Alle elezioni del 2005 Morales ha ottenuto quasi il 54% dei voti: il primo presidente di origine indigena. È stato rieletto alle elezioni del 2009 con il 64,22% dei voti e alle elezioni del 2014 con il 63,36%. È il terzo presidente boliviano nella storia della Repubblica a essere eletto con la maggioranza assoluta dei voti. Rimasto al potere per 14 anni, è uno dei leader più riconosciuti della sinistra latinoamericana. Nel 2008 la rivista Time lo ha inserito tra le 100 persone più potenti del mondo.

Durante il suo mandato, la Bolivia è stata uno dei Paesi con la più alta crescita economica del Sud America, con una crescita media annua del Pil del 5%: il “miracolo economico boliviano”. La povertà estrema in Bolivia è scesa dal 36,7% al 16,8% tra il 2005 e il 2015. Si è registrato anche un miglioramento nella distribuzione del reddito, con l’indice di Gini che è sceso da 0,60 nel 2005 a 0,47 nel 2016, secondo i dati dell’Istituto nazionale di statistica boliviano. In termini di istruzione, nel 2006 è stato attuato il piano di alfabetizzazione cubano Yo, sí puedo (Sì, posso), che ha permesso di ridurre il tasso di analfabetismo dal 13,3% del censimento del 2001 al 3,7%. Un dato che, nel 2008, ha portato l’Unesco a dichiarare la Bolivia “Paese senza analfabetismo”. Inoltre, nel 2010, il governo Morales ha approvato la legge sull’istruzione “Avelino Siñani-Elizardo Pérez”, che istituisce un’istruzione gratuita e interculturale.

Dal 2007 al 2014, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), il budget stanziato per la salute è aumentato del 173%, rendendo la Bolivia uno dei Paesi sudamericani più impegnati a dare priorità alla salute. L’Organizzazione panamericana della sanità riferisce nel 2015 che le campagne di vaccinazione hanno eliminato o ridotto significativamente la poliomielite, la rosolia e il morbillo. Nel 2017, l’Oms riporta una diminuzione del 50% della mortalità infantile e del 14% della malnutrizione infantile, il tutto nel corso di un decennio. La Costituzione politica della Bolivia del 2009 stabilisce un Sistema sanitario unico che deve essere universale, gratuito, equo, intra-culturale, interculturale, partecipativo, con qualità, calore e controllo sociale (articolo 18).

Il golpe e la rinascita

Il panorama politico della Bolivia ha vissuto dei mesi di intenso fermento, che hanno generato un golpe e uno spaventoso conflitto sociale.
Il 21 febbraio 2016 è una data fondamentale per il futuro politico del Paese: è il giorno in cui il 51,3% degli elettori boliviani, tramite il referendum indotto dal governo del Mas, respinge la proposta di Evo Morales di modificare la Costituzione e correre per il quarto mandato consecutivo (2020-2025). È la prima grande sconfitta per il presidente boliviano, dopo anni di vittorie quasi costanti.

Il 4 dicembre 2018, tuttavia, il Tribunale elettorale supremo conferma la sua eleggibilità: il Presidente potrà ricandidarsi. Il 28 gennaio 2019, in un’elezione primaria senza precedenti, Evo Morales e altri otto candidati dell’opposizione confermano le loro candidature. L’opposizione denuncia che le primarie siano servite solo a dare legittimità alla candidatura del presidente.

Pochi mesi dopo, il 20 ottobre, la giornata elettorale si conclude con lo scandalo dell’interruzione del conteggio dei voti e le affermazioni dell’opposizione secondo cui il voto sarebbe stato modificato per favorire Evo Morales e impedire un secondo turno contro il candidato dell’opposizione ed ex presidente Carlos Mesa. Il 1° novembre, tra un’ondata di proteste sociali e scioperi nelle città che denunciavano brogli, il Tribunale elettorale supremo sancisce la vittoria di Evo Morales al primo turno. Dieci giorni dopo, tuttavia, l’Organizzazione degli stati americani (Osa) pubblica un rapporto preliminare che segnala irregolarità «molto gravi» nel conteggio dei voti.

Evo Morales si dimette dal potere dopo 21 giorni di proteste urbane, la “revolución de los pititas” (dal nome delle piccole funi con cui i manifestanti di destra bloccavano le strade), e soprattutto dopo la rivolta della polizia e il “suggerimento” delle Forze armate di lasciare l’incarico. Il 12 novembre 2019, in una concitata sessione del Parlamento, peraltro senza quorum, la seconda vicepresidente del Senato, Jeanine Áñez, si autoproclama presidente di transizione, appoggiata dalla Corte. Evo Morales fugge in Messico per chiedere asilo. È il colpo di Stato.

Il 24 novembre, Áñez firma una legge che indice nuove elezioni, inizialmente previste per il 3 maggio 2020. Tra il 20 ottobre e il 27 novembre, un totale di 32 persone ha perso la vita in violenti scontri e proteste antigovernative a causa delle dure repressioni delle forze dell’ordine. Il 10 dicembre, la Commissione interamericana per i diritti umani (Cidh) definisce «massacri» le morti nel quartiere Alteño di Senkata e nella città di Sacaba durante le operazioni militari. Tra le vittime i sostenitori dell’ex presidente Morales.
Nonostante avesse detto più volte che non si sarebbe candidata, il 24 gennaio Jeanine Áñez annuncia la sua candidatura come tentativo di unire le forze che si oppongono a Evo Morales. Sono otto i candidati registrati per partecipare alle nuove elezioni del 3 febbraio 2020: tra questi, l’ex ministro dell’Economia Luis Arce, del partito Movimiento al Socialismo (Mas) di Morales, l’ex presidente Carlos Mesa e la stessa Añez.

Il 21 marzo, il Covid si inserisce nella crisi politica. Il nuovo Tribunale elettorale supremo (Tse) annuncia che, a causa della quarantena pandemica, le elezioni saranno rinviate al 6 settembre. Il 23 luglio il Tse annuncia un ulteriore rinvio delle elezioni al 18 ottobre, con eventuale secondo turno il 29 novembre.
A partire dal 1° agosto, la Centrale dei lavoratori boliviani e vari settori sociali e contadini simpatizzanti dell’ex presidente Morales avviano mobilitazioni e blocchi stradali per chiedere che le elezioni non vengano rinviate. Perciò il 13 agosto, di fronte alle pressioni, Áñez indice finalmente le elezioni per il 18 ottobre. La sua candidatura sarà ritirata di lì a un mese, dopo un sondaggio che indicava chiaramente un netto calo nei consensi.

Il bilancio del governo Áñez è impietoso: più di 100mila posti di lavoro persi in pochi mesi, più di 3 punti percentuali persi in termini di crescita e un aumento vertiginoso dei tassi di povertà. Senza contare la pessima gestione della pandemia: 75 morti ogni 100mila abitanti è lo spaventoso numero che porta la Bolivia al terzo posto al mondo per morti da Covid-19, nonostante dai dati dell’Anagrafe civile i decessi potrebbero essere ancora di più.
La giornata elettorale si svolge domenica 18 ottobre 2020 senza tensioni sostanziali. Nonostante la pandemia, l’affluenza alle urne è dell’87%. La vittoria è incontestabile: il 55,11% dei voti va al Mas. La distanza che separa Arce e Choquehuanca dal principale contendente Carlos Mesa è di circa 20 punti percentuali, ben oltre le aspettative che volevano un testa a testa con la necessità di un secondo turno per determinare il vincitore.

Il 21 settembre a Roma l’incontro con il vicepresidente Choquehuanca

Sarà il vicepresidente della Bolivia, David Choquehuanca (nella foto), a raccontare in Italia l’esperienza politica del Vivir bien e il rapporto tra socialismo e le culture indigene del Paese latinoamericano. L’incontro “Vivir bien, il paradigma del nuovo ordine mondiale”, è in programma il 21 settembre all’Università di Roma Tre (ore 16, Facoltà di giurisprudenza, Aula magna, via Ostiense 159) dove Choquehuanca terrà una lectio magistralis. Partecipano il rettore Massimiliano Fiorucci, l’ambasciatrice boliviana in Italia Sonia Silvia Brito Sandoval, il direttore del dipartimento di Giurisprudenza Antonio Carratta e l’europarlamentare S&D Massimiliano Smeriglio che ha contribuito a organizzare l’incontro.

Nella foto in apertura: la cerimonia per il giuramento del presidente Luis Arce, 8 novembre 2020