Milano, ore 16,37. Tutto avviene in meno di un secondo. Il racconto dell'attentato neofascista alla Banca Nazionale dell’Agricoltura e dei depistaggi nelle indagini. La ricostruzione di un momento cruciale della storia italiana dal libro "Stragi d'Italia. Ombre nere. 1969-1980”

Dal convegno all’hotel Parco dei Principi a Roma alle attività di Aginter presse a Lisbona, da piazza Fontana alla morte di Pino Pinelli, al tentato colpo di Stato di Junio Valerio Borghese, alle stragi di Gioia Tauro, alla morte misteriosa dei cinque anarchici di Reggio Calabria, agli eccidi di Peteano di Sagrado, dalla Questura di Milano, alla strage di piazza della Loggia a Brescia, dalla bomba sul treno Italicus, alla strage alla stazione di Bologna, ai piani golpisti, agli omicidi politici della destra eversiva. Vent’anni dopo la prima edizione di Ombre nere, torno a raccontare le increspature dello Stato, i depistaggi dei servizi segreti, i fragorosi silenzi degli apparati, gli intrighi di Palazzo, le compromissioni delle istituzioni, le intromissioni di altri Stati stranieri, le assoluzioni, ma anche le condanne (stragi di Peteano di Sagrado, Brescia, stazione di Bologna). Il mio nuovo libro Stragi d’Italia. Ombre nere. 1969-1980 (Jaca Book, collana Contastorie), completamente riscritto rispetto alla prima edizione di vent’anni fa, tesse le vecchie trame, coglie sfumature e particolari dimenticati, mette in evidenza le incongruenze, smussa gli angoli delle menzogne. Vent’anni dopo, diventa il grande libro delle stragi italiane che non sempre hanno colpevoli accertati dalla giustizia, ma che rappresentano il profondo buco nero nel centro della Storia italiana. Sentivo il bisogno di riannodare i fili di questa storia che sembra non aver mai fine. È venuto fuori un nuovo racconto di un pezzo di Storia contemporanea destinato ai più giovani che nulla sanno, perché nulla è scritto nei loro libri di testo scolastici. Un testo attuale, il cui capitolo dedicato a piazza Fontana, “Il pomeriggio del 12 dicembre”, viene pubblicato da Left, da sempre attento a questi temi e ai miei libri.

Milano, venerdì 12 dicembre 1969, ore 16.37. Piazza Fontana. “Una bomba, è stata una bomba”.
Tutto avviene in meno di un secondo.
Il salone centrale della Banca Nazionale dell’Agricoltura diventa un mattatoio.
Chi organizza l’attentato ha ben presente il risultato finale.
A quell’ora c’è il mercato del venerdì, il momento propizio per l’azione. È un appuntamento conosciuto quello dei coltivatori diretti e imprenditori agricoltori che provengono da ogni parte della Lombardia e del Piemonte, gente semplice, che vive da sempre con l’unica cosa che possiede: zolle di terra, ettari di lavoro.
Sette chilogrammi di gelignite vengono compressi in una cassetta metallica, poi inseriti dentro una valigetta nera, tipo ventiquattr’ore, utilizzata per il trasporto di valori.
La gelignite è un esplosivo delicato da usare e da trasportare; viene fabbricato alla fine dell’Ottocento e impiegato in operazioni sottomarine. Composto in gran parte da nitroglicerina, la gelignite ha una potenza devastante, superiore alla dinamite ed al TNT (trinitrotoluene). Dopo la deflagrazione, lascia nell’aria un odore accentuato di mandorle amare.
La Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana è un luogo strategico, l’orario è scelto con cura, per fare uno scempio di vittime innocenti. L’attentato provoca la morte di diciassette persone, quattordici sul colpo, e ottantotto feriti.
Resta un grande, enorme foro nel mezzo della banca. Un profondo buco nero.
Lì intorno sono ben visibili centinaia di piccoli frammenti metallici d’acciaio, quelli della cassetta dell’esplosivo.
Un attentato tecnicamente perfetto.
La resistenza opposta dal piano di cemento armato scaraventa l’onda d’urto contro le pareti del salone.
La potenza dell’ordigno si sviluppa tra il cemento e la parte sinistra del salone, e provoca il crollo del rivestimento sulla parete della banca.
Fortunato Zinni è un dipendente della Banca Nazionale dell’Agricoltura.
In quei minuti dopo la strage si rende conto che le persone corrono fuori dal locale, colleghi che fuggono con il volto insanguinato. Istintivamente attacca la cornetta e si reca verso il salone dove viene fermato da un ferito che gli chiede aiuto.
Lo scenario è infernale: un acre odore di fumo, per terra cadaveri, pezzi di suppellettili, un buco sulla sua sinistra dove chiaramente è stato depositato l’ordigno.
Nella banca entra il parroco Corrado Fioravanti.
Parla di un’esplosione tremenda, un boato vero e proprio, di un forte odore di miccia, di polvere. Don Corrado resta fuori dalla banca, per un attimo, nascosto dietro ad alcune macchine. Poi vede una ragazza ferita e si precipita nel salone. Lo spettacolo è tremendo. Trenta, quaranta persone gli chiedono aiuto. Molti muoiono poco dopo.
Il 12 dicembre 1969 i terroristi non colpiscono solo in Piazza Fontana.
Nel loro mirino ci sono istituti bancari, edifici, simboli dello Stato.
Pochi minuti dopo la strage di Piazza Fontana, un ordigno viene rinvenuto dagli artificieri nella sede milanese della Banca Commerciale Italiana, in piazza della Scala. Non esplode.
Ancora una volta, la polvere da sparo è contenuta in una cassetta metallica portavalori, posta in una borsa nera e azionata da un timer.
Alle 16.55, una bomba deflagra nel passaggio sotterraneo della Banca Nazionale del Lavoro a Roma, quello che collega l’entrata di via Veneto con quella di via San Basilio. Tredici feriti. Alle 17.22 e alle 17.30, sempre a Roma, scoppiano altri due ordigni di elevata potenza all’Altare della Patria e sull’ingresso del museo del Risorgimento, in piazza Venezia. Quattro feriti. È un piano coordinato.
I periti balistici sono già al lavoro.
Uno di loro, Teonesto Cerri, fa brillare perfino l’ordigno contenuto nella valigetta piazzata nella Banca Commerciale di Milano. Una delle prove che portano ai terroristi svanisce nel nulla. Con l’esplosione dell’ordigno viene meno la possibilità di esaminare numerosi elementi che si sarebbero potuti rilevare di ottima rilevanza probatoria. Come giustificazione per tale “singolare” procedura viene adottata una direttiva generale emanata con la finalità di tutelare la vita degli agenti, dopo che a Verona sono morti due agenti di polizia durante il trasporto di una valigia contenente esplosivo.
Gli inquirenti compiono perquisizioni nelle sedi delle principali organizzazioni della sinistra extraparlamentare.
Per le Questure di Milano e Roma i colpevoli vanno cercati solo in quella direzione.
Le indagini sfiorano qualche elemento di estrema destra, ma risparmiano “Ordine Nuovo” e “Avanguardia Nazionale”, i gruppi più importanti in attività in quegli anni.
Il commissario Luigi Calabresi guarda verso le sigle di sinistra:
Certo è in questo settore che noi dobbiamo puntare: estremismo ma di sinistra. Sono dissidenti di sinistra: anarchici, cinesi, operaisti.
La polizia di Milano, diretta dal questore Marcello Guida, già direttore del confino fascista di Ventotene, esegue decine di fermi: sono militanti anarchici e della sinistra extraparlamentare. Oltre ottanta fermati e arrestati. Su una decina di persone “gravano pesanti indizi”. Sono tutti anarchici: tra loro ci sono il ballerino Pietro Valpreda e il ferroviere Giuseppe Pinelli.
Il commissario Luigi Calabresi invita Giuseppe Pinelli per una breve testimonianza nei locali della Questura. Lo vuole sentire, interrogare.
Quando raggiunge con il suo motorino la sede della Questura di Milano, Pinelli ha 41 anni.
È sposato con Licia Rognini e ha due figlie, Claudia e Silvia.
Lavora come frenatore delle Ferrovie dello Stato nella stazione di Porta Garibaldi. L’anarchico precipita dal quarto piano di Via Fatebenefratelli, nella notte tra il 15 e il 16 dicembre 1969, e cade proprio dalla finestra dell’ufficio di Calabresi.
Assistono alla scena tre sottufficiali e un tenente dei carabinieri. Negli uffici della Questura sono presenti tredici funzionari dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno sotto la direzione del Prefetto Federico Umberto D’Amato. Degli anarchici fermati in quei giorni, il commissario Luigi Calabresi si interessa a Pietro Valpreda, 36 anni.
Viene convocato al Palazzo di Giustizia a Roma da un magistrato che vuole interrogarlo in merito ad alcuni attentati avvenuti il 25 aprile 1969 ed attribuiti ingiustamente agli anarchici. Valpreda, non temendo particolari conseguenze, la mattina di lunedì 15 dicembre 1969, si reca all’incontro insieme alla zia Rachele Torri, ma all’uscita dal palazzo viene avvicinato da due poliziotti i quali gli comunicano che è in stato di arresto. Il giorno dopo a Roma, Valpreda incontra il giudice Vittorio Occorsio che gli contesta formalmente di essere l’autore della strage di Piazza Fontana. Con Pietro Valpreda sono coinvolti con l’imputazione di associazione a delinquere e concorso in strage altri cinque ragazzi del circolo “22 marzo”. Sono Roberto Mander, 17 anni, studente di seconda liceo, figlio di un direttore d’orchestra; Emilio Borghese, 18 anni, figlio di un alto magistrato; Roberto Gargamelli, 19 anni; Emilio Bagnoli, 24 anni, studente d’architettura; Mario Merlino, classe 1944, laureato in filosofia, figlio di una famiglia della media borghesia romana, transitato dall’estrema destra al Movimento Studentesco, è in contatto con Stefano Delle Chiaie di “Avanguardia nazionale”.
Il tassista Cornelio Rolandi riconosce in Pietro Valpreda le sembianze del passeggero che accompagna da piazza Beccaria a Piazza Fontana, angolo via Santa Tecla (solo cento metri), il pomeriggio del 12 dicembre 1969. Dopo aver fornito agli inquirenti l’identikit del passeggero, il 16 dicembre 1969, Rolandi viene trasferito a Roma presso il Palazzo di Giustizia dove viene invitato a procedere ad un “confronto all’americana”.
Dall’altra parte del vetro, Rolandi vede cinque persone, Valpreda e quattro comparse: quattro indossano giacca e cravatta, uno invece si presenta con un vestito normale e i capelli spettinati. La foto che li ritrae è già un indizio del clamoroso depistaggio. Prima del confronto, i carabinieri e il Questore Guida mostrano a Rolandi una foto di Valpreda: una procedura vietata perché in grado di condizionare fortemente colui che deve procedere nell’individuazione della persona sospetta. Poi, una volta riconosciuto, Valpreda avrebbe detto: “Ma m’hai guardato bene?”. E Rolandi avrebbe risposto: “Beh… Se non è lui, chi el gh’è no”. Inoltre Rachele Torri, zia di Valpreda, ha sempre fornito un alibi sostenendo che, venerdì 12 dicembre 1969, suo nipote ha passato tutto il pomeriggio a casa sua, a Milano, in via Orsini, perché bloccato a letto dalla “cinese”, l’epidemia di influenza che in quel periodo colpì mezza Italia.

Daniele Biacchessi, giornalista e scrittore, il 12 dicembre presenta il libro “Ombre nere. 1969-1980. Il racconto delle stragi in Italia” (Jaca Book, collana Contastorie) con Giulia De Santis e Renato Trapè. A Rocca dei Papi, il 12 dicembre ore 10,30, per le scuole. E la sera, dalle 21 da Cosmonauta, a Viterbo in collaborazione con l’Arci. Altre presentazioni del libro il 21 gennaio a Fano e il 28 gennaio a Genova