Impegno civile, formazione, cultura, diritti sociali e diritti civili sono le "armi" su cui punta la candidata dem, capolista al Consiglio comunale di Firenze, per sconfiggere Eike Schmidt, ex direttore degli Uffizi e candidato della destra

Rimettere al centro il mondo della formazione, del diritto allo studio e della cultura, è uno obiettivi di Irene Micali, docente a contratto all’Università di Firenze e dal 2021 nel consiglio di amministrazione dell’azienda regionale per il diritto allo studio della Toscana; oggi è candidata capolista al consiglio comunale di Firenze con la lista dem. L’abbiamo incontrata durante un evento di confronto con gli studenti e le associazioni e le rappresentanze studentesche.

Irene Micali ha origini calabresi e come prima cosa le abbiamo chiesto come mai ha deciso di trasferirsi a Firenze e a che età è venuta qui? «Ho scelto Firenze quando avevo 14 anni durante una classica gita scolastica. Ricordo perfettamente il giorno in cui me ne sono innamorata visitando il duomo, Santa Croce e camminando tra le sue strade e le sue piazze. Al rientro a casa dissi ai miei genitori che avrei studiato lettere nella terra di Dante, Petrarca e Boccaccio, nella città più bella del mondo. Andò davvero così, quattro anni più tardi sostenevo il mio primo esame di letteratura italiana alla facoltà di lettere e filosofia, accanto alla meravigliosa Rotonda del Brunelleschi».
È facile rimanere colpiti dalla bellezza di Firenze come accadde allo scrittore francese Stendhal che uscendo emozionato da Santa Croce diceva «Ebbi un battito del cuore, la vita per me si era inaridita, camminavo temendo di cadere».
Una bellezza che va preservata non solo in termini materiali o astratti, ma anche di benessere dei cittadini e cittadine di Firenze, di studenti e studentesse, in termini di sicurezza e in questo il consiglio comunale avrà una grandissima responsabilità.

«Poter essere circondati dalla bellezza non è affatto scontato e i cittadini e le cittadine di Firenze devono tornare ad avere la possibilità di goderne ogni giorno. La bellezza di questa città è indubbiamente sinonimo di ricchezza ma merita anche di essere curata, tutelata e protetta. Riappropriarsi del senso della bellezza avvicina, unisce, fa partecipi e rende la società più inclusiva e più giusta», aggiunge Micali.

Micali viene dal mondo universitario, come l’ha vissuto a Firenze e cosa bisognerebbe fare? «Ho sempre vissuto l’università, prima come studentessa, poi come giovane dottore di ricerca e adesso come docente. Ho attraversato tutti gli step della vita accademica e posso dire con orgoglio di averne una conoscenza approfondita. Ecco il perché del mio impegno, per rimettere al centro il mondo della formazione, del diritto allo studio e della cultura. Perché non si tratta di concetti  lontani dai “problemi reali” dei cittadini e delle cittadine come spesso viene mal interpretato dando dell’intellettuale snob a chi se ne occupa. Ditemi: cosa c’è di più concreto che investire sulla formazione di una giovane mente per renderla libera, autonoma nel giudizio e capace di elaborare un pensiero critico? Io credo fermamente che siano questi gli strumenti più potenti per arginare il razzismo, la violenza, il sessismo, l’incapacità di essere manipolati politicamente. Sono queste le armi di cui si stanno servendo i populisti e i sovranisti».

Candidarsi al consiglio comunale è una grande responsabilità, ci chiediamo quali siano state le motivazioni. «Amministrare Firenze è una grande responsabilità perché si ha la possibilità di incidere sul suo presente ma soprattutto sul suo futuro. È per questo che ho accettato questa candidatura. Per potermi mettere al servizio di una città che ho scelto e che amo e che vorrei anzitutto ripartisse dall’ascolto dei suoi cittadini e delle sue cittadine. Per troppo tempo il non ascolto della classe politica ha logorato il rapporto con gli elettori. Chiudersi in una torre d’avorio con una sorta di superiorità etica ha compromesso la loro fiducia e aumentato delusione e disillusione. Su questo bisogna riflettere e intervenire. Le sfide per la città sono molte e complesse. Servono politiche integrate capaci di rispondere ai bisogni delle persone. Penso alla questione legata alla sicurezza che, seppur di competenza dello Stato, deve essere proclamata come emergenza politica e amministrativa, senza più indugi perché in alcune zone della città compromette quotidianamente la qualità della vita dei cittadini. Questo non è più accettabile. Penso a politiche abitative efficaci per risolvere l’emergenza casa perché vivere a Firenze deve essere possibile a tutti e tutte, nessuno escluso, ma anche a misure a sostegno della formazione e dell’occupazione giovanile. 
È poi necessario investire su servizi che permettano alle famiglie di lavorare e conciliare il carico di cura dei figli. E ancora politiche ambientali, culturali e di inclusione per una città più sostenibile e che non lascia indietro nessuno. Ecco perché ritengo necessario per il consiglio comunale affiancare alla buona amministrazione un cambio di rotta. Un rinnovamento reale, concreto, efficace».

Nel programma elettorale di Irene Micali leggiamo una parola ricorrente: investiamo nel futuro. Vengono subito in mente le nuove generazioni e quelli che dovrebbero essere gli impegni fondamentali e imprescindibili che dovrebbe prendersi il Consiglio comunale per le nuove generazioni. «Anzitutto quello di garantire il diritto allo studio e alla formazione che è il termometro con il quale si misura il benessere delle nuove generazioni. Firenze come città degli studenti e della conoscenza può fare molto per i giovani. Penso all’istituzione di un coordinamento tra la formazione universitaria e professionale e il mondo delle imprese. Mi occupo di questo da anni all’interni di un master universitario e conosco bene le buone pratiche per favorire un vero dialogo con il mondo del lavoro, pratiche capaci di sostenere concretamente l’occupazione giovanile.  Ecco perché credo che per occuparsi dei giovani non sia sufficiente essere giovani o stare dalla loro parte. Servono anche e soprattutto competenza, esperienza e conoscenza delle istituzioni che per le nuove generazioni possono e devono agire per garantire loro il futuro che meritano».

La città di Firenze deve fare i conti anche con Schmidt, già direttore degli Uffizi, candidato (purtroppo) forte della destra, ora alla guida del Museo di Capodimonte, dove grazie al ministro Sangiuliano potrà tornare se non eletto. Tra le sue dichiarazioni c’è anche quella di voler risolvere il problema della sicurezza alle Cascine con i rangers «Di giorno i rangers del parco, dalle 2 alle 6 di mattina gli accessi controllati dalla security». Il tema della sicurezza è chiaramente un tema importante, abbiamo chiesto a Micali cosa pensa di queste dichiarazioni e soprattutto dell’avanzare della destra prima al governo e adesso forse a livello locale.
«Le Cascine vanno riconquistate con adeguata sorveglianza ma anche con la partecipazione delle cittadine e di cittadini incentivando adeguatamente una fruizione rispettosa delle sue caratteristiche. Per quanto riguarda la candidatura di Eike Schmidt, certamente persona stimabile nel campo dei beni culturali e della loro gestione, mi sembra che ci sia un grande equivoco. Il centrodestra che ha una spiccata caratterizzazione politica anche nella nostra città si “copre” dietro la figura di Schmidt e questi cerca di “coprirsi” elettoralmente con il centro-destra. Non mi sembra una grande operazione politica».

E aggiunge : «Ho accettato la candidatura per portare il mio contributo alla vittoria del Pd e del centro-sinistra. Colgo appieno la responsabilità di rinnovamento che mi conferisce il fatto di essere capolista. Lavoro per la vittoria di un Pd rinnovato e di un centrosinistra rinnovato. Non mi accontenterò di essere eletta. Con l’aiuto delle elettrici e degli elettori che mi avranno sostenuto e lavorerò per questo. Intanto impegnamoci tutti perchè l’11 agosto prossimo -ottantesimo anniversario della Liberazione di Firenze- la nostra città confermi la sua vocazione democratica e antifascista».

Un’ulteriore domanda, non meno importante è quella sull’essere una giovane donna lavoratrice e indipendente ai giorni d’oggi. Da giovane donna, prima studentessa e poi ricercatrice e poi ancora docente a contratto quanto è stato difficile superare tutti questi step e ci chiediamo cosa si potrebbe fare di più in un’ottica di parità di genere?

“Purtroppo devo confermare che è stato molto difficile e continua a esserlo anche ora che mi appresto a diventare mamma. Siamo circondati da stereotipi di genere e siamo ancora ben lontani dalla parità, nonostante gli importanti successi raggiunti.
I dati dicono che fare un figlio implica una condizione di dipendenza economica per il 62,3% delle donne e questo ci racconta come sia schiacciante il carico di cura soprattutto nei territori dove non sono previsti servizi a supporto dell’infanzia. Sappiamo poi che le donne che decidono di non avere figli sono più occupate e guadagnano il 40% in più delle donne che hanno figli. Ecco in questa prospettiva il congedo paritario obbligatorio, retribuito al 100% per i padri lavoratori sarebbe un chiaro segnale della volontà di andare nella direzione di una vera parità nella condivisione della cura dei figli”.

Nel programma leggiamo del sostegno alla genitorialità, in genere si sente parlare solo di sostegno alle mamme (sostegno chiaramente importantissimo) ma perché per te è importante sottolineare la genitorialità?
 
«Questo è un punto fondamentale. Io sono una linguista e dalle parole passa necessariamente anche la costruzione del pensiero. Fino a quando si continuerà a parlare di “sostegno alla maternità” sarà come legittimare che il carico di cura dei figli riguarda solo le madri e come dicevo i dati fotografano una situazione di assoluta disparità di genere. Ecco perché occorre cambiare il paradigma e riferirsi alla genitorialità o alle genitorialità in una prospettiva ancora più inclusiva che tenga conto delle famiglie omogenitoriali, delle madri e dei padri single.
Credo sia prima di tutto un problema di visione. In un paese che chiede con forza di intervenire sulla natalità attraverso un’ottica conservatrice, non è possibile pensare di aumentare il desiderio di fare figli senza cambiare i rapporti diseguali tra i generi e senza cambiare l’idea tradizionale di famiglia che informa le politiche».