Comunione e Liberazione applaude, fedele alla sua antica inclinazione a carezzare il potere, qualsiasi volto indossi

C’è un tratto costante nell’ultima stagione di Giorgia Meloni: trasformare ogni palco in un contro-Parlamento. Al Meeting di Rimini ha ripetuto il canovaccio: santini e poeti, promesse per «famiglie» e scuole private, poi l’affondo contro giudici e migranti. «Le toghe non ci fermeranno», «non c’è giudice, politico o burocrate» che le impedirà di imporre il suo schema securitario. La fiera devota diventa tribunale itinerante: la premier accusa, decide, assolve se stessa. 

Il dettaglio politico, più che estetico, è la gestione della parola pubblica. Meloni è fieramente allergica alle domande: lo ha detto a Trump con un orgoglio che suona programma, e a Rimini l’hanno blindata perfino dai cronisti. Niente conferenze stampa, pochi spigoli imprevisti, molto palco amico per «fare opposizione all’opposizione». E Comunione e Liberazione applaude, fedele alla sua antica inclinazione a carezzare il potere, qualsiasi volto indossi.

Nel merito, la sostanza sta nei bersagli. La riforma della giustizia è proclamata come liberazione dalle «correnti», ma si addita una «minoranza di giudici politicizzati» come nemico politico. Sull’immigrazione si rivendicano i campi in Albania e la guerra alle Ong; sul welfare si invoca la «libertà educativa» con più fondi alle private; sui salari, silenzio. È una pedagogia del consenso che alimenta tifoserie e non risposte. Gli applausi di Rimini dicono molto di lei, ma soprattutto di chi preferisce il quieto zelo all’utile contraddizione. 

Buon giovedì. 

 

Foto Gov

Giulio Cavalli
Autore, attore, scrittore, politicamente attivo. Racconto storie, sul palcoscenico, su carte e su schermo e cerco di tenere allenato il muscolo della curiosità. Quando alcuni mafiosi mi hanno dato dello “scassaminchia” ho deciso di aggiungerlo alle referenze.