Nella notte tra il 6 e il 7 novembre del 1944 Giorgio Mesiti, ex partigiano comunista, assieme ad altri suoi compagni stava tracciando una scritta murale in via Ravenna a Roma, «Abbasso la monarchia sanguinaria», quando una pattuglia di polizia intervenne chiedendo i documenti di identità e cercando di condurre al commissariato Mesiti; al suo rifiuto un agente estrasse la pistola e, dell’intero caricatore che esplose, un “colpo di rimbalzo” - questa la versione ufficiale - ferì mortalmente alla schiena l’ex partigiano.
Fu il primo di una lunga lista che ha insanguinato le strade e le piazze di Roma e del Lazio dall’indomani della liberazione della Capitale fino al 1977.
Di questo, di questi caduti, si è parlato in un convegno organizzato dall’Istituto di ricerca economico storico e sociale (Iress) del Lazio in collaborazione con l’associazione Proteo fare sapere e con il patrocinio dell’Università Roma Tre proprio il 7 novembre, giorno dell’anniversario della morte di Mesiti. In una gremita aula magna di Architettura, presso l’ex Mattatoio di Testaccio, sono stati presentati i primi risultati, relativi a Roma e al Lazio, di una ricerca storica più ampia condotta dall’Iress e che riguarda «i caduti nelle lotte popolari».
Sono state ricostruite queste storie, i contesti, gli sviluppi giudiziari, le biografie, le tracce eventuali nella memoria collettiva. Dal 15enne Guglielmo Petacco, giovane comunista ucciso a Pietralata, a Giuseppe Tanas, operaio edile disoccupato, ucciso a Primavalle nel dicembre del 1946 mentre lottava per il lavoro, a Filippo Ghionna, quadro comunista della Snia Viscosa, ucciso il 14 luglio 1948 a Largo Chigi durante le proteste popolari contro l’attentato a Palmiro Togliatti.
Scorrono così le immagini della nostra storia, dal dopoguerra alla guerra fredda, la polizia di Scelba, le lotte operaie e sindacali, il governo Tambroni, le mobilitazioni per il Vietnam, la lotta per la casa e i movimenti degli anni Settanta. Ne emerge il quadro di una democrazia conflittuale dove i diritti, le libertà, i miglioramenti nelle condizioni di vita sono stati conquistati a prezzo di dure lotte, di lunghi scioperi, di vaste mobilitazioni popolari e anche, e possiamo dirlo a ragion storica veduta, senza retorica, al prezzo del sangue di questi caduti.
La ricerca presentata ha riguardato anche coloro che sono caduti a seguito di interventi repressivi preventivi (retate, rastrellamenti, perquisizioni) ed è stata estesa anche a quelle vittime che persero la vita durante le lotte popolari, anche Per continuare la lettura dell'articolo abbonati alla rivistaQuesto articolo è riservato agli abbonati
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