Il ritorno di Trump alla Casa Bianca rilancia la dottrina del dominio statunitense nell'emisfero. Il Messico risponde riaffermando il principio di non intervento, ma sa di camminare su una linea sottile: troppo vicino per essere ignorato, troppo grande per essere disciplinato.

Nel lessico geopolitico di Donald Trump il Messico occupa da tempo una posizione singolare: non è un nemico esterno, non è un alleato docile, non è un Paese “di serie B”. È piuttosto una presenza ingombrante e una prossimità inevitabile. Una frontiera che non si lascia disciplinare. All’inizio del 2026, il rapporto tra Washington e Città del Messico appare come una miscela instabile di interdipendenza economica e tensione strategica, aggravata dal ritorno esplicito della dottrina del “dominio americano” nell’emisfero occidentale.

La questione della sicurezza domina la scena. Dopo l’operazione militare statunitense in Venezuela, culminata con la cattura di Nicolás Maduro, Trump ha rilanciato un messaggio ormai rodato: se gli Stati non controllano il proprio territorio, gli Stati Uniti si riservano il diritto di intervenire. I cartelli messicani, indicati come responsabili di un flusso ininterrotto di fentanyl verso il mercato nordamericano, diventano così il bersaglio retorico perfetto. L’ipotesi di un intervento diretto, compreso l’invio di truppe oltreconfine, viene agitata come strumento di pressione politica, più che come piano operativo immediato.

La risposta della presidente Claudia Sheinbaum si colloca entro una tradizione giuridico-diplomatica ben precisa. Il principio di non intervento, pilastro del costituzionalismo messicano e della sua politica estera novecentesca, viene riaffermato con fermezza. La condanna dell’azione statunitense in Venezuela si accompagna a una linea più pragmatica: cooperazione senza subordinazione. Arresti mirati, estradizioni selettive, rafforzamento delle strutture di sicurezza interne servono anche a dimostrare che la sovranità non coincide con l’inerzia. L’economia resta il vero collante del rapporto bilaterale.

Nel 2026 entra nel vivo la prima revisione formale dell’Usmca, l’accordo che ha sostituito il Nafta. Per Washington è l’occasione di forzare nuovamente la mano, puntando a condizioni più vantaggiose e lasciando sul tavolo la minaccia di dazi o di una frammentazione dell’intesa trilaterale in accordi bilaterali. Il Messico, diventato negli ultimi anni un nodo cruciale delle catene produttive nordamericane grazie al “nearshoring” (delocalizzazione produttiva verso Paesi geograficamente prossimi), sa di giocare una partita delicata: difendere l’accesso al mercato statunitense senza accettare un ruolo subalterno.

Anche i gesti simbolici contano. L’ordine esecutivo con cui Trump ha proposto di rinominare il Golfo del Messico in “Golfo d’America” ha il sapore della provocazione politica più che dell’atto giuridico. Allo stesso modo, le critiche statunitensi ai rapporti commerciali messicani con Paesi considerati “ostili”, come Cuba, rientrano in una logica di allineamento forzato che mal si concilia con l’autonomia diplomatica rivendicata da Città del Messico. Sul fronte migratorio, il confine resta una linea di frizione permanente. La minaccia di misure tariffarie continua a essere usata come leva per ottenere una maggiore collaborazione messicana nel contenimento dei flussi e nell’accettazione dei rimpatri.

Il Messico finisce così per svolgere, ancora una volta, il ruolo di Paese cuscinetto: partner indispensabile, esposto però ai costi politici e sociali delle politiche migratorie statunitensi. In questo scenario teso, la diplomazia degli eventi offre momenti di unità necessaria. I Mondiali di calcio del 2026, ospitati congiuntamente da Messico, Stati Uniti e Canada, funzionano come una tregua simbolica. La partecipazione di Sheinbaum al sorteggio dei gruppi a Washington, con un incontro a margine con Trump e il premier canadese Mark Carney, servirà a proiettare un’immagine di cooperazione regionale, almeno sul piano della rappresentazione.

Dietro la retorica, il Messico resta un attore tutt’altro che marginale anche sul piano militare. Nel 2026 è classificato come trentaduesima potenza militare globale e seconda in America Latina dopo il Brasile. La sua struttura di difesa è pensata quasi esclusivamente per la sicurezza interna: oltre 400.000 effettivi attivi, una Guardia Nazionale di circa 120.000 unità, una dotazione significativa di mezzi terrestri leggeri e una marina orientata al pattugliamento costiero. La forza aerea privilegia trasporto e supporto tattico, senza una reale capacità di superiorità aerea. I programmi di modernizzazione per il periodo 2025–2030 riflettono queste priorità. Investimenti nello sviluppo nazionale di droni, rafforzamento dei dispositivi di sicurezza in vista dei grandi eventi internazionali, estensione del ruolo delle forze armate in ambiti civili dopo la riforma costituzionale del 2024: infrastrutture, porti, dogane. Una militarizzazione funzionale dello Stato, più che una proiezione di potenza esterna. Le limitazioni restano evidenti.

L’assenza di carri armati pesanti, caccia avanzati e sottomarini, insieme a un bilancio della difesa relativamente contenuto, segna il confine delle ambizioni strategiche messicane. Il Messico non è una potenza offensiva, né aspira a esserlo. È però uno Stato demograficamente forte, economicamente integrato e geopoliticamente esposto. Ed è proprio questa combinazione a renderlo una spina nel fianco di Washington: troppo grande per essere ignorato, troppo vicino per essere trattato come un problema lontano, troppo sovrano per accettare una tutela esplicita. Sotto il cielo carico del 2026, il Messico cammina su una linea sottile, cercando di difendere la propria autonomia senza spezzare il legame vitale con il vicino più ingombrante del mondo.
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