Stando ai sondaggi la maggioranza degli italiani è favorevole a una tassa strutturale per i super-ricchi. Ma il centro-sinistra sul punto è diviso, mentre per la Cgil il provvedimento rimane centrale. Ecco come si potrebbe intervenire

Si è riacceso il dibattito sulla cosiddetta patrimoniale. Non è certo un tema nuovo, giacché da anni ciclicamente riemerge e polarizza l’agenda politica. Lo spunto per il recente confronto viene dalla proposta di contributo di solidarietà della Cgil, visto come uno strumento per ridurre la disuguaglianza presente nel nostro Paese. Ma prima di venire all’Italia, quali sono i Paesi che dispongono già di una tassa sulla ricchezza? Quali sono le idee sul tema più recenti che hanno infiammato il dibattito in Europa? E qual è il modo per rendere la proposta politicamente più solida?

Oggi solo tre Paesi prevedono una tassa che potremmo definire compiutamente patrimoniale: Norvegia, Spagna e Svizzera. In Norvegia è previsto un prelievo dell’1% per chi possiede oltre 146.000 euro che diventa 1,1% per ricchezze superiori a 1,75 milioni di euro. In Spagna, al netto di alcune eccezioni locali, l’imposta varia dallo 0,16% al 3,5% in base al patrimonio e alle leggi delle comunità autonome, e perlopiù riguarda soggetti con disponibilità superiori a 700.000 euro. Inoltre, a partire dal 2022 il governo spagnolo ha introdotto un contributo progressivo di solidarietà con un’aliquota variabile (1,7%-3,5%) per persone in possesso di patrimoni superiori a 3 milioni di euro. Infine, in Svizzera ci sono diverse imposte progressive a livello cantonale, con aliquote massime intorno al 4,5% ed esenzioni variabili.

A livello europeo, nel 2023 Oxfam e altri soggetti hanno avviato la campagna Tax the rich che si è posta come obiettivo (fallito) di raccogliere un milione di firme necessarie perché l’iniziativa di cittadini costringesse la Commissione a elaborare una direttiva con cui introdurre un’imposta patrimoniale a livello europeo.

In Francia il dibattito si è incentrato sulla cosiddetta tassa Zucman, approvata dall’Assemblea nazionale nel febbraio 2025 ma bocciata dal Senato nel giugno 2025, per essere inserita in un altro emendamento - bocciato questa volta già dall’Assemblea nazionale - alla legge di bilancio 2026 francese. Tale proposta prevede un’imposta annuale ordinaria del 2% per i redditi superiori a 100 milioni di euro.

In Italia, tra il 2022 e il 2024, il partito Alleanza verdi e sinistra (Avs) ha caldeggiato un contributo di solidarietà sotto forma di una tassa variabile dallo 0,5% al 1,5% sui grandi patrimoni a partire dai 5 milioni di euro. La proposta di Avs più recente, presentata da Tino Magni al Senato come emendamento alla legge di bilancio 2026, riprende l’idea di qualche settimana fa della Cgil: 1,3% di imposta straordinaria sulla ricchezza netta superiore ai 2 milioni di euro. Secondo il segretario generale della Cgil Maurizio Landini, il prelievo dell’1,5% riguarderebbe 500mila cittadini e cittadine e «permetterebbe di incassare circa 26 miliardi di euro, risorse da destinare alla sanità, per garantire cure e ridurre le liste d’attesa, ma anche alla scuola, alla non autosufficienza e alla casa». Come era largamente prevedibile, la proposta della Cgil ha suscitato reazioni molto polarizzate, dall’ovvio pieno sostegno di Avs alla reazione negativa di Giorgia Meloni su X: «Le patrimoniali ricompaiono ciclicamente nelle proposte della sinistra. È rassicurante sapere che, con la destra al governo, non vedranno mai la luce». Elly Schlein si è detta favorevole ma solo se l’imposta venisse introdotta a livello europeo (cosa altamente improbabile, dato il sistema decisionale Ue e anche visto

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