L’anno che si è appena aperto è pieno di sfide e di occasioni per un Paese migliore e per la sinistra, se poco poco volesse rialzare la testa. Il bilancio del governo Meloni è disastroso: viviamo in un Paese con meno diritti e più povero, come certificano i dati Istat e del Censis. Ma tanti cittadini italiani, come abbiamo visto anche alle ultime elezioni regionali, disertano le urne. E questo è il fatto politico più preoccupante. Intanto però cresce la protesta dei movimenti pro Pal, che ha riempito le piazze ma che rischia di disperdersi senza una sponda e una traduzione politica. Quali partiti di sinistra stanno rispondendo dando loro voce e rappresentanza?
E più ampiamente, come i partiti di sinistra intendono contrastare la propaganda di governo, facendo opposizione serrata, ma anche proponendo una visione radicalmente alternativa, idee nuove, costruendo una prospettiva? Ci sarebbe ampio margine. Il tratto distintivo del governo Meloni non è stata la capacità di governare i problemi, bensì l’abilità di negarli, spostando continuamente l’attenzione altrove, il più delle volte su questioni marginali come quella della cosiddetta “famiglia nel bosco”. Ma torniamo ai temi che ci riguardano tutti. La prima grande ferita riguarda il lavoro. Salari tra i più bassi in Europa, precarietà, lavoro povero, part-time involontari, sfruttamento diffuso, come denuncia su questo numero il segretario della Flai Cgil Giovanni Mininni. Il governo invece di lavorare a una politica industriale capace di creare occupazione stabile e di qualità ha scelto la strada degli incentivi alle imprese senza contropartite strutturali. Inoltre il potere d’acquisto delle famiglie è in continua erosione e l’inflazione colpisce in modo selettivo i redditi più bassi. Come avevamo previsto la retorica del “prima gli italiani” non ha prodotto alcuna redistribuzione verso chi lavora: ha solo allargato le disuguaglianze, già ampliate enormemente negli ultimi vent’anni.
E mentre cresce la spesa per le armi non si fermano i tagli alla sanità e alla scuola pubblica, a tutto vantaggio dei privati e delle paritarie cattoliche. Ormai sono sei milioni i cittadini che rinunciano a curarsi, in primis per ragioni economiche. Viene meno il diritto alla salute psicofisica come principio costituzionale, proprio quando esplode la richiesta di benessere mentale da parte delle generazioni più giovani. Perché la sinistra non fa una battaglia unendosi almeno su questo grande tema? Perché non partire da qui, da ciò che tocca la vita concreta delle persone per ricostruire fiducia?
Ci sarebbero ampi margini per recuperare consenso. E ancora. Perché non spezzare le catene del razzismo con politiche di immigrazione, degne di questo nome? L’Italia è da tempo in un inverno demografico, perché non aprire canali legali di immigrazione? La gestione dei flussi migratori da parte del governo Meloni è stata un disastro, un coacervo di contraddizioni. Dalla violenta politica dei porti chiusi che nega i diritti umani (e per fortuna impossibile da realizzare) all’apertura a 450mila migranti con il decreto flussi che per la destra devono essere solo braccia da sfruttare. Niente ricongiungimenti familiari, niente integrazione.
Serve un radicale cambio di paradigma culturale, basato sul rifiuto del disumano, e sulla consapevolezza che l’immigrazione è una opportunità di crescita, anche culturale, per la società. Serve una sinistra che metta in campo idee nuove, rifiutando l’ideologia liberista (secondo cui la società non esiste), improntata sul vita mea mors tua, sulla legge della forza, della sopraffazione, dell’esclusione. Non è questa la verità umana. È una falsa antropologia basata sull’idea del peccato originale, sul razzismo, sull’inferiorità della donna, sullo sfruttamento, tanto utile al capitale. La moderna antropologia fondata sulla conoscenza scientifica della realtà umana ci dice altro, parla di nascita umana uguale per tutti, di naturale socialità umana, di violenza come malattia e non come destino iscritto nel nostro Dna. Da qui la sinistra dovrebbe partire per costruire politiche che non rispondano “solo” ai bisogni ma anche ad esigenze più profonde che ci spingono a realizzarci nel rapporto con gli altri, a trasformare noi stessi e la società in cui viviamo.
Serve un salto di qualità nella visione del futuro, come suggeriscono i movimenti giovanili, dai Fridays for future alle reti degli studenti, ai pro Pal. In un mondo ferito dalle guerre, dall’imperialismo di Putin, Trump e Netanyahu, i Gen Z hanno acceso un faro. Ne abbiamo tracciato un ritratto sul numero scorso, con un’ampia e articolata inchiesta. Su questo primo numero del 2026 continuiamo la nostra ricerca, questa volta andando Oltreoceano per vedere come, dopo l’elezione a sindaco di New York di Zhoran Mamdani (che a gennaio si è insediato ufficialmente), si stia allargando il fronte socialista democratico. In un Paese dove la parola “socialista” era fino a poco fa una bestemmia desta molto interesse l’allargamento di quell’area soprattutto fra i giovani. Anche se si tratta di un fenomeno minoritario e soprattutto legato a grandi metropoli culturali come New York, è un segnale incoraggiante, carico di significato politico. I Democratic socialists of America, come racconta su Left Francesca M., cittadina italiana nel comitato politico nazionale dell’organizzazione, hanno costruito un modello fondato sull’auto-organizzazione, sul lavoro porta a porta, sulla mobilitazione di massa. La campagna di Mamdani ha coinvolto fino a 100mila volontari, dimostrando che si può sfidare l’establishment anche senza i suoi capitali. Dsa è oggi una realtà multi-tendenza, presente in tutti i 50 Stati dell’Unione, con 92mila iscritti, un’età media decisamente bassa e una forte connessione con il mondo sindacale, ambientalista e dei movimenti per i diritti. Nuovi politici socialisti stanno emergendo, accanto al veterano e resistente Bernie Sanders. Molte sono donne. Oltre alla già popolare Alexandria Ocasio Cortez, spicca il profilo della neo sindaca di Seattle, Katie Wilson. Attivista e organizzatrice della Transit riders union, come Mamdani ha impostato il programma sui trasporti pubblici e gratuiti, l’accessibilità abitativa e i diritti dei lavoratori.
Ma potremmo parlare anche di Eileen Higgings, neo sindaca di Miami che pur non essendo dell’area socialista incarna una versione dinamica e riformista dei Dem. Negli Stati Uniti, nonostante il peso del maccartismo e di decenni di propaganda neoliberalista si è aperto un varco. Per la prima volta, stando ai sondaggi, il 66% degli elettori democratici ha un’opinione positiva del termine “socialismo”.
Sono nati nuovi sindacati in colossi come Amazon e Starbucks, il movimento Bds ha ottenuto vittorie concrete, alcune università e municipalità hanno interrotto investimenti legati all’economia di guerra. Non è una rivoluzione, ma la fine dell’idea che non ci sia alternativa al trumpismo. Forse è da qui che anche la sinistra italiana dovrebbe ripartire: dalla capacità di nominare il conflitto sociale, di organizzare la speranza, di tornare a credere che vincere non sia una parola fuori tempo massimo. Non per imitare modelli altrui, ma per ricordare a se stessa che senza visione, senza radicamento sociale, senza coraggio, la politica resta solo amministrazione dell’esistente.
E l’esistente, oggi, non è neutro: è profondamente ingiusto.
In apertura, illustrazione di Laura Trivelloni




