Siamo tornati alle liste di proscrizione di marca fascista

«Il prof ha staccato la foto della Meloni appesa vicino al crocifisso» è una delle tante «gravissime» denunce uscite dal questionario per “schedare” i docenti di sinistra – in questo caso di una scuola di Modena – realizzato da Azione studentesca, l’organizzazione di estrema destra legata a Fratelli d’Italia.
I riverberi del questionario diffuso da Azione studentesca in numerose scuole italiane continuano a serpeggiare, nonostante le molteplici dichiarazioni tese a ridimensionarne il significato.
A Settimo Torinese una Rsu segnala un episodio altrettanto indicativo: alcuni ragazzi della scuola media hanno chiesto ai loro insegnanti: “Prof, lei è di destra o di sinistra?”. Alla risposta “di sinistra”, hanno replicato: “Io la stimavo, ma ora mi è scaduta”.
Insomma, prima erano i giudici di sinistra, poi i giornalisti, poi ancora gli artisti. Ora tocca ai professori.
Ed è bastato un volantino affisso su un muro scolastico, un QR code apparentemente innocuo, un questionario compilabile in pochi minuti: così la scuola, che per definizione è “di tutti”, viene progressivamente rivendicata come spazio di parte.
È quanto accaduto ad Alba, sempre in Piemonte, dove nelle scuole superiori sono comparsi striscioni di Azione studentesca con la scritta “La scuola è nostra”; e a Forlì, dove una circolare del 12 gennaio ha invitato alla compilazione del questionario, salvo poi rettificarne il contenuto.
Formalmente, il documento non viola la privacy di studenti e insegnanti. Nella sostanza, però, si configura come un vero e proprio trabocchetto, capace di indurre gli studenti meno accorti a diffondere dati sensibili, come hanno denunciato anche alcuni studenti di Cesena che si sono ritrovati il link nelle chat WhatsApp.
Da destra si obietta che nessuna lista di proscrizione sarebbe stata redatta, che nessun nome sarebbe stato raccolto, che l’anonimato neutralizzerebbe ogni rischio.
Ma è proprio qui che il problema si sposta dal piano amministrativo a quello culturale. Le liste di proscrizione non iniziano mai come elenchi nominativi: iniziano come categorie, come campi semantici entro cui collocare comportamenti ritenuti devianti.
Ridurre l’episodio a una polemica contingente significherebbe eluderne la portata più profonda.
Ciò che dovrebbe interrogare la coscienza civile non è soltanto il contenuto dell’iniziativa, ma il dispositivo simbolico che essa attiva.
È il lessico implicito che questo gesto mobilita a doverci allarmare: segnalare, catalogare, distinguere. Parole che appartengono a una grammatica che la storia europea ha già scritto, e di cui conosciamo bene gli esiti.
Ignorare questo atto rischia di apparire come una forma di tolleranza verso pratiche incompatibili con lo Stato di diritto e con la funzione pubblica della scuola.
Per questo la Flc-Cgil ha chiamato alla mobilitazione social l’intera comunità educante, lanciando l’hashtag #schedatecitutti, perché su questa vicenda occorre, letteralmente, metterci la faccia.
Il problema, però, non è solo il volantino di Azione studentesca, ma un contesto più ampio fatto di attacchi reiterati della politica alla libertà di insegnamento.
Il liceo classico “Marco Polo” di Venezia è stato oggetto di un’interrogazione parlamentare per aver organizzato attività di approfondimento sul conflitto israelo-palestinese.
A dicembre, diverse scuole toscane sono state ispezionate dal Mim di Valditara per aver partecipato a un webinar con Francesca Albanese nell’ambito del progetto “Docenti per Gaza”.
A Roma, una lista extraparlamentare di estrema destra ha impedito un dibattito sul Venezuela organizzato dagli studenti del liceo Plinio.
Si aggiungono la circolare riservata dell’Ufficio scolastico regionale del Lazio che tentava di limitare la libertà degli organi collegiali e la recente richiesta immotivata di segnalazione degli studenti palestinesi.
La linea ministeriale si è attestata sulla difesa del diritto degli studenti a evidenziare criticità, sottolineando l’assenza di schedature formali grazie all’anonimato. Questa lettura garantista non ha però sedato il malcontento delle organizzazioni di categoria.
L’Associazione nazionale presidi e la Flc-Cgil hanno ribadito che la valutazione dell’operato dei docenti deve seguire canali istituzionali e statutari, non piattaforme gestite da movimenti politici.
Il confine tra libertà di insegnamento e indottrinamento resta sottile e conteso: se per la maggioranza di governo è necessario tutelare gli studenti da visioni partigiane, per il mondo della scuola il rischio è quello di trasformare l’aula in un luogo di sospetto reciproco.
In questo scenario si inserisce il documento di solidarietà sottoscritto da 305 operatori del settore, tra docenti universitari, insegnanti e personale Ata, che respinge l’equazione secondo cui parlare di antifascismo equivalga a fare politica di parte.
La “fondazione Nova Civitas”, in Sicilia, invece difende l’iniziativa di Azione studentescarichiamando l’egemonia culturale gramsciana come prova di un presunto piano sistematico di indottrinamento.
Ma ridurre una categoria interpretativa a spiegazione totale equivale a trasformarla in una teoria del complotto. Gramsci descriveva un processo storico aperto e conflittuale, che si esercita nello spazio pubblico attraverso il consenso, non una pratica clandestina di occupazione ideologica. Se l’egemonia fosse davvero così totale, viene da chiedersi perché oggi avrebbe bisogno di essere denunciata tramite questionari anonimi.
Non si tratta di negare ai giovani il diritto di dissentire. La scuola deve essere anche il luogo della contestazione. Ma educare alla democrazia significa educare alla responsabilità del giudizio: distinguere tra una denuncia circostanziata e una segnalazione ideologica, tra la parola che si assume il rischio del confronto e l’anonimato che lo dissolve.
Una democrazia matura non teme il dissenso; teme la sua degenerazione in meccanismo di sorveglianza. Non è il questionario in sé a doverci inquietare, ma l’idea che lo rende possibile: l’idea che il pensiero critico possa essere schedato e l’autorità educativa controllata non attraverso il confronto, ma attraverso la segnalazione.
Quando questo accade a scuola, il danno è doppio. Perché non si limita a comprimere una libertà: insegna a farlo.

L’autrice: Valentina Colli è insegnante

Foto di Yuki Ho su Unsplash