Nella narrazione sulla sicurezza nazionale costruita da Donald Trump in poco più di un anno di presidenza, c’è un’immagine di potenza (ambita) che ricorre sovente, quella di una cupola di protezione totale attorno agli Stati Uniti: il “Golden dome”. Non è il nome di un programma formalizzato con linee di bilancio e capitolati, ma una metafora strategica che sintetizza la visione sovranista, suprematista e guerrafondaia della seconda presidenza made in Trump: tutelare gli Stati Uniti con un sistema integrato di deterrenza, sorveglianza e difesa missilistica capace di neutralizzare attacchi provenienti dall’esterno. In questo disegno, volto a espandere oltre l’influenza geopolitica Usa anche i confini, rientrano le minacce al Canada, al Messico, alla Colombia ma anche l’aggressione al Venezuela per accaparrarsi le risorse petrolifere del Paese latinoamericano, sottraendole al contempo a Russia e Cina. E, come sappiamo, ce n’è anche per l’Europa, giacché nelle mire del capo dei Maga, la grande isola artica della Groenlandia assume un ruolo chiave, al punto da essere indicata dallo stesso Trump come “fondamentale”.
Mentre scriviamo è altissima la tensione diplomatica tra Stati Uniti, Groenlandia e Danimarca, di cui l’isola fa parte come territorio autonomo, con l’ombrello della Nato - di cui Usa e Danimarca fanno parte - sullo sfondo, e lo è altrettanto il rischio di escalation politica e militare nell’Artico. Copenhagen e Nuuk auspicano la de-escalation e invitano al dialogo; Washington rilancia apertamente l’ipotesi di annessione. Il 15 gennaio, per fare un esempio, Trump ha scritto: «La Nato dovrebbe aprire la strada in modo che possiamo ottenerla. Se non lo facciamo, la Russia o la Cina lo faranno». E ha aggiunto senza tanti giri di parole: «La Nato diventerà ancora più formidabile ed efficace con la Groenlandia in mano agli Stati Uniti. Meno di questo è inaccettabile». In risposta il presidente francese Macron (altro Paese Nato) è stato meno diplomatico della omologa danese: «Non sottovalutiamo le dichiarazioni sulla Groenlandia. Se la sovranità di un Paese europeo e alleato fosse compromessa, le ripercussioni sarebbero senza precedenti».
A prescindere da come evolverà la situazione, il “caso Groenlandia” ci sembra l’emblema di una situazione confusa ma anche delicatissima senza precedenti non solo a livello geopolitico. Abbiamo rivolto alcune domande a Francesco Vignarca, coordinatore delle campagne della Rete italiana pace e disarmo per provare a orientarci. «Per prima cosa - racconta Vignarca - bisogna considerare Per continuare la lettura dell'articolo abbonati alla rivistaQuesto articolo è riservato agli abbonati
Se sei già abbonato effettua il login




