La controriforma della magistratura targata Nordio ha radici ben precise nella visione del Movimento sociale di Almirante nei primi anni 70. Ma non è di certo l’unico indicatore della logica autoritaria che guida la destra di oggi

Il 23 luglio 1971, il Movimento sociale italiano depositava, primo firmatario Giorgio Almirante, una proposta di revisione costituzionale del Consiglio superiore della magistratura, proprio negli anni in cui l’emergere dell’associazionismo dei giudici all’interno dell’Associazione nazionale magistrati aveva aperto un dibattito che avrebbe portato, di lì a poco, all’approvazione della legge elettorale della componente togata con metodo proporzionale. Anche - o soprattutto - per questo motivo, ad avviso del Msi il rischio di una politicizzazione del Csm era inevitabile: per queste “preoccupanti” ragioni, era necessario «ridurre il conflitto nell’ambito giudiziario, ricondurre i meno – che però costituiscono i gruppi più attivi ed impegnati in un’azione attivistica [sic!] – a posizioni necessariamente aderenti al dovere di imparzialità per ristabilire prestigio e fiducia compromessi da note vicende, nonché da disfunzioni» del Consiglio stesso (così nella relazione introduttiva all’A.C. n. 3568/1971). La soluzione prospettata dai firmatari della proposta consisteva nell’introdurre la nomina dei membri togati mediante sorteggio: il ddl di revisione costituzionale non ebbe alcun seguito ed oggi ricordarlo potrebbe apparire una mera erudizione di storia parlamentare.

Eppure quella proposta, letta con il senno di poi, assume oggi una nuova e inquietante attualità. Troviamo qui esposte le ragioni politiche di una parte allora minoritaria, ma oggi pienamente maggioritaria in Parlamento ed egemone nel Paese. Questa propone la riforma del Csm - a partire dal sorteggio dei componenti togati - come un plebiscito popolare. Come se fosse l’unica soluzione possibile per porre fine a una presunta rete di intrecci tra politica e magistratura.

Tuttavia, mentre nel 1971 il Msi vedeva nell’emersione del pluralismo associativo un evidente elemento di politicizzazione della magistratura, oggi questi stessi argomenti sono impiegati nel dibattito pubblico per giustificare la riforma della giustizia targata Nordio, con l’obiettivo di porre fine allo «strapotere delle correnti». Sia chiaro. Questo sovversivismo dell’attuale classe dirigente non è da ricondurre soltanto agli epigoni della cultura politica neofascista nostrana, se solo si pensa che ancora nel 2001 l’allora maggioranza di centrodestra a trazione berlusconiana riproponeva, a trent’anni esatti di distanza dalla “provocazione” del Msi, di introdurre in Costituzione il sorteggio dei togati, oltre che dei laici, per porre fine alla politicizzazione del Csm e alle “correnti” della magistratura. Con l’obiettivo di neutralizzare «la diversità “antropologica” del “militante” (che normalmente vede il magistrato di sinistra obbediente alle decisioni del “collettivo” e capace, in nome dell’idea, di sacrifici impensabili per un magistrato “moderato”, affetto da inguaribile “solipsismo”)», così nella relazione introduttiva all’A.S. n. 561/2001.

Al di là della stereotipata - e a tratti macchiettistica, se non addirittura inquietante - rappresentazione che veniva data della magistratura, appare chiaro come l’introduzione del sorteggio assumesse nell’intenzione dei proponenti una finalità punitiva delle toghe all’indomani di Tangentopoli e che oggi, con la “riforma Nordio”, vede sommata a questa scelta anti-democratica di fondo, la duplicazione del Csm, con il non celato obiettivo di sottoporre finalmente le Procure al controllo dell’esecutivo, esautorando de facto l’obbligo dell’azione penale ed addomesticando così le procure ai desiderata della politica.

Si tratta di una “controriforma”, nel merito, pericolosa ed autoritaria, un tassello ulteriore di un puzzle più complesso ma ben pianificato, che rischia di trasformare il volto della nostra democrazia in una “democratura”, in uno di quei modelli autoritari nati negli ultimi anni in Ungheria e Polonia e che vedono oggi negli Stati Uniti di Trump la loro messa a sistema istituzionale definitiva. Uno dei Padri della nostra Costituzione, Pietro Calamandrei, sosteneva che l’esecutivo ed i suoi ministri avrebbero sempre dovuto uscire dalle aule parlamentari, ogni qualvolta si fossero discussi progetti di revisione costituzionale: «I banchi del governo devono rimanere vuoti», diceva, se si vuole davvero restare fedeli al metodo ed alle regole del dibattito democratico. Abbiamo assistito, invece, ad un iter di approvazione della “controriforma Nordio” in cui il Parlamento non ha avuto alcun ruolo, non soltanto in termini di discussione politica, ma addirittura di emendamento del testo originario, così come approvato dal Consiglio dei ministri: in questo modo la maggioranza, negando alla radice lo spirito ed il senso dell’articolo 138 della Costituzione - che pretende attento confronto, equilibrio, un surplus di dialettica e di discussione, quando si affrontano temi che stanno al cuore del sistema democratico - è andata avanti indossando l’elmetto della contrapposizione politico-mediatica.

E da ultimo, in queste ultime settimane, abbiamo assistito al colpo di mano del governo Meloni che ha addirittura deciso di fissare la data del referendum, senza attendere la scadenza naturale del 30 gennaio, per consentire al comitato promotore composto dai quindici “volenterosi” cittadini di raccogliere le firme online, in questo modo disconoscendo la prerogativa di potere dello Stato che, ai sensi di legge e alla luce della costante giurisprudenza della Corte costituzionale, al comitato promotore sarebbe spettata.

In sintesi, il governo, con una forzatura senza precedenti nella storia repubblicana, ha deciso di iniziare la campagna referendaria senza consentire ai legittimi rappresentanti della sovranità popolare di potervi partecipare in condizione di parità mediatica rispetto ai partiti di maggioranza. La battaglia referendaria

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