La guerra non è solo distruzione fisica. Non è solo ferite, ustioni, macerie, città rase al suolo. La guerra è anche altro. È come la polvere che si solleva dopo l’esplosione di una bomba: una nube sottile che, ricadendo, filtra dappertutto.
Entra nelle fessure, negli interstizi più nascosti, si deposita sugli oggetti, sui corpi, sugli spazi vitali. E, lentamente, si insinua anche nella vita psichica di chi è esposto alla violenza in modo continuo. Questa polvere entra nei sogni. Nei sogni di chi vive la guerra giorno dopo giorno, senza tregua. In Dreaming of War, una raccolta di testimonianze scritte durante la guerra in Ucraina, compaiono sogni che non seguono il ritmo abituale della narrazione onirica. Non sono sogni privi di elaborazione, ma sogni in cui il lavoro onirico è continuamente interrotto e disturbato dall’irruzione della realtà. In uno di essi, una donna si trova circondata da una miriade di piccoli animali che corrono ovunque, così numerosi da provocarle panico. Ha la sensazione che le stiano salendo addosso, che la stiano invadendo. Prova a fuggire. Il sogno non arriva a una conclusione: viene spezzato dal suono della sirena antiaerea. In questa scena i contorni si perdono: gli animali diventano sempre più piccoli, sempre meno distinguibili, fino a trasformarsi in una presenza diffusa, difficile da evitare. Non c’è un oggetto minaccioso unico, ma una molteplicità minuta che invade lo spazio. Non è l’esplosione improvvisa a imporre la paura, ma ciò che resta dopo, ciò che si deposita lentamente e si infiltra ovunque. In un altro sogno, una giovane donna cammina per la città mentre il sangue le scorre dalle vene tagliate. Lascia tracce ovunque: sull’asfalto, sulle tazze, sui cuscini. Nessuno sembra accorgersene. «Solo io sento questo sangue», scrive. Qui il sogno non racconta un evento traumatico, ma una condizione: una ferita che non si chiude, che sanguina nel tempo. Non c’è un gesto conclusivo, non c’è un atto che chiuda la scena: la sofferenza resta aperta, invisibile agli altri, ma continuamente presente per chi la vive. Questi sogni non sono immagini costruite a posteriori. Sono frammenti di esperienza notturna che mostrano una mente senza possibilità di tregua. La violenza non appare come un episodio isolato, ma come una presenza che satura lo spazio psichico. Nei sogni entra come un’invasione e resta come una ferita che non riesce a rimarginarsi. Colpisce soprattutto la forma di questi sogni. Le Per continuare la lettura dell'articolo abbonati alla rivistaQuesto articolo è riservato agli abbonati
Se sei già abbonato effettua il login



