L’Ice continua a operare nelle strade di Minneapolis, con un organico di circa duemila uomini, e solo 700 ritirati. E anche oggi i manifestanti hanno sfilato. Intanto iil famigerato corpo di polizia americano è arrivato anche nelle nostre strade (o meglio le controlla da qualche palazzo) scortando con compiti non meglio definiti di intelligence la delegazione americana. Proprio quando il governo Meloni, allergico come Trump ai diritti, ha inasprito la stretta securitaria, con norme che – specie prima dell’intervento del Quirinale – intendono garantire maggior libertà d’intervento discrezionale alle forze dell’ordine, nello stesso momento in cui si cerca di portare la magistratura sotto il controllo del potere esecutivo.
La cerimonia inaugurale dell’altra sera, fra sfarzo e spettacolo, ha visto J. D. Vance fischiato e contestato, proprio per la spudorata difesa che aveva fatto dell’operato delle squadracce trumpiane a Minneapolis. Ma le proteste contro l’Ice hanno attraversato le strade di Milano per tutta la settimana, intonando anche le parole del Boss, che sono d’ispirazione anche per le proteste italiane.
La resistenza si sta mobilitando per le strade americane, e le voci dei cittadini hanno trovato nel Boss un’eco potente, da cui è sorto un inno di rinascita e giustizia, che parla all’America e al mondo: Streets of Minneapolis.
Le parole di Springsteen sono forti, ruvide, impegnate, come in molte sue ballate, dove la musica sostiene la libertà. Che il cantante abbia in mente di fare un inno è evidente da una piccola spia, immediata per ogni statunitense, e non solo: un verso della canzone recita «By the dawn’s early light», la stessa famosa espressione con cui si apre l’inno Usa, «O say can you see, by the dawn’s early light».
Questa piccola ripresa in realtà stravolge tutto. Nelle prime luci dell’alba dell’inno si vede un simbolo ormai divenuto astratto, a cui la retorica americana chiede di legarsi per fede, la bandiera (e il testo di per sé ripete solo l’elogio di questo drappo, che si staglia nelle situazioni difficili). Qui, nel testo del Boss, quelle prime luci dell’alba arrivano solo al decimo verso, dopo la notte di freddo e ghiaccio che non è solo quella del rigido inverno americano: è simbolo del violento e mortale assalto trumpiano ai diritti e alla giustizia.
Quei primi raggi del giorno mostrano il dolore, le ferite, i rischi. Prima di arrivarci, dunque, la canzone ci presenta un contesto reale, fatto di corpi, alcuni anche senza vita. Non siamo davanti ad un cieco giuramento di fedeltà rivolto a un vuoto vessillo, ma alla vita e alla lotta per difenderne la dignità. E infatti, «By the dawn’s early light», contro proiettili e fumogeni, «Citizens stood for justice», in piedi, inamovibili, a presidiare i loro diritti. Persone autentiche che combattono, non più uno stendardo inutile. Soprattutto perché nel corso dei decenni la bandiera a stelle e strisce si è macchiata di molti crimini e soprusi in giro per il mondo, alla ricerca del proprio profitto, ma presentandosi con ipocrisia come simbolo degli ‘esportatori di democrazia’. Quella bandiera non può risplendere più, mentre quei cittadini sono la vera speranza di un paese in grado di rinnovarsi, di diventare luogo giusto e inclusivo, «Their voices ringing through the night».
Già nei mesi scorsi le proteste contro Trump erano andate avanti al grido di No King. E Springsteen parla proprio di «King Trump» con la sua «private army», la sanguinaria Ice. L’opposizione al re era la condizione storica in cui venne composto l’inno Usa nel 1814, in occasione di una delle battaglie della Guerra anglo-americana, contro la corona d’Inghilterra. Allora il re era esterno al paese, e la guerra era stata dichiarata in realtà dai politici americani per allontanare le residue influenze britanniche, e magari sottrarre a Londra la colonia canadese (velleità che ritornano..). Oggi l’aspirante re è all’interno del paese, un dittatore con mire totalitarie, che con la scusa di «enforce the law» va contro ogni principio di diritto. La lotta contro il re, stavolta, è portata avanti dai cittadini, coi loro corpi, «blood and bones», lì a testimoniare la resistenza, contro i criminali Trump, Miller e Noem.
Se accade questo nelle strade dei “democratici” Usa, con quale credibilità l’Occidente a guida Washington può prender parola davanti ai corpi abbattuti da altri regimi autoritari. Se l’Ice mostra nell’atteggiamento sadico e nelle sue azioni analogie agghiaccianti con la genocida Idf o coi Pasdaran, è chiaro che gli Usa trumpiani non difenderanno mai autenticamente altri popoli, che siano gli iraniani o i gazawi. E infatti, i negoziati hanno presto dimenticato i diritti umani. Questo tipo di occidente non può – e non deve – sopravvivere.
L’Europa si svegli davvero: segua la resistenza nelle strade di Minneapolis – e di Teheran e Gaza – dove «heart and soul persists» nonostante il dolore, per ricordare ogni nome una volta cacciata via l’ingiustizia!
ICE OUT
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