Ora la produzione di bombe e droni in Sardegna sarà incrementata. Il governo scavalca la Regione, che non si era ancora espressa, e attraverso il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica dà piena operatività alla fabbrica RWM (controllata dal colosso tedesco Rheinmetall) a Domusnovas, nel Sulcis (Sardegna sud-occidentale). Gli impianti raddoppieranno: il Mase ha infatti approvato la procedura di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) relativa ai lavori di ampliamento.
Le nuove linee di produzione, realizzate tra il 2018 e il 2019, erano state chiuse da una sentenza del Consiglio di Stato del 2020 perché la giunta regionale di centrosinistra presieduta dal dem Francesco Pigliaru, al governo della Sardegna dal 2014 al 2019, aveva concesso alla RWM l’autorizzazione ai lavori senza prevedere prima la VIA.
«Riteniamo questa scelta gravissima e miope. Il governo ha evidentemente preso decisioni politiche senza avviare alcun percorso di dialogo con le istituzioni sarde e senza attendere la conclusione dell’iter di analisi della giunta regionale. L’ampliamento dello stabilimento non rappresenta una prospettiva di sviluppo sostenibile per il nostro territorio, ma l’ennesimo tassello di un modello economico fragile, dipendente dall’industria bellica e privo di una reale visione di riconversione produttiva e di diversificazione economica», fa sapere Sinistra Futura.
«Legare il futuro dell’Isola all’espansione di una fabbrica di armamenti significa condannare il territorio a una monocultura industriale che non garantisce stabilità né prospettive di lungo periodo. Contestiamo inoltre con fermezza le scelte del Mase, che ancora una volta dimostrano la distanza tra il Governo nazionale e le prerogative della Sardegna. La nostra isola continua a essere considerata una periferia sacrificabile, buona per accogliere attività impattanti senza un reale coinvolgimento delle comunità locali e delle istituzioni regionali», insistono.
Tutto questo a pochi giorni dalla decisione del Consiglio comunale di Cagliari di dire no al transito e alla movimentazione di armi nel porto. Un ordine del giorno, depositato a dicembre 2025, è stato votato e approvato a inizio febbraio in maniera compatta da tutta la maggioranza di centrosinistra (contrarie invece le destre), su proposta dei gruppi di Sinistra Futura e di Alleanza Verdi Sinistra.
Nel documento approvato si dà mandato al sindaco Massimo Zedda e alla giunta di adottare tutte le misure amministrative e di sicurezza necessarie per interrompere e vietare le operazioni di transito e di movimentazione di armi nel porto di Cagliari, nonché di sollecitare l’impegno in tal senso dell’Autorità portuale, della Capitaneria di porto, della Prefettura e del Governo.
«È un atto per la sicurezza di tutte le cittadine e di tutti i cittadini. Il nostro compito è sventare potenziali rischi per l’incolumità e la salute causati dalla movimentazione, dal transito e dallo stoccaggio di materiali esplosivi e bellici», precisa Laura Stochino, consigliera di Sinistra Futura.
Nel porto di Cagliari arrivano, ormai da anni, numerosi armamenti provenienti dalle linee di produzione della RWM, che sforna bombe, droni e mine esportati nelle principali zone di guerra del mondo.
La consigliera respinge al mittente le strumentalizzazioni: «Non è un ordine del giorno sulla riconversione della fabbrica. Non è il Comune la sede per discuterne. Al centro c’è il tema della tutela dei cittadini, ma soprattutto il rispetto della legge n. 185 del 9 luglio 1990, che disciplina in Italia l’esportazione, l’importazione e il transito dei materiali di armamento, vietando la vendita di armi a Paesi in conflitto o che violano i diritti umani e introducendo criteri di trasparenza e monitoraggio finanziario».
La legge 185/90 è stata approvata dal Parlamento italiano dopo una grande mobilitazione della società civile. La norma fu molto innovativa, tanto da ispirare anche regolamentazioni internazionali quali l’Arms Trade Treaty, perché per la prima volta inseriva criteri non economici e maggiore trasparenza nella valutazione delle autorizzazioni alla vendita di armi italiane all’estero, permettendo al Parlamento e alla società civile di conoscere i dettagli di un mercato spesso molto opaco.
Cosa succederà ora? Di sicuro resta il solito leitmotiv: i lavoratori di fronte al tragico “ricatto” tra occupazione e tutela di ambiente, salute e scelte eticamente condivisibili. La RWM, infatti, con il raddoppio degli impianti, aveva promesso trecento nuove assunzioni. Un ricatto lacerante per le comunità del Sulcis, colpite da una gravissima emergenza occupazionale, inermi davanti a una politica che non si decide ad avviare una stagione di profonde riforme in materia di politiche economiche, uso del territorio, sovranità agroalimentare e sostegno ad attività sostenibili dal punto di vista etico e ambientale.
Allo stesso tempo, i cittadini e le comunità di quel territorio stanno provando da tempo a costruire un’alternativa. Il 15 maggio 2017, a Iglesias, è nato il “Comitato riconversione RWM per la pace e il lavoro sostenibile”. Attualmente è composto da oltre 20 aggregazioni locali, nazionali e internazionali accomunate dallo scopo di «promuovere la riconversione al civile di tutti i posti di lavoro dello stabilimento, nell’ottica di uno sviluppo del territorio pacifico e sostenibile dal punto di vista ambientale e sociale, e come segno di volontà di pace dal basso, che possa costituire uno stimolo alla cittadinanza attiva e alla politica nei vari territori nazionali e internazionali, necessario in questo clima di guerra mondiale a pezzi», si legge nello statuto.
Come più volte documentato da numerose indagini, nello stabilimento, a pochi chilometri dai centri abitati, vengono attualmente prodotte bombe come la Mk82, tristemente nota per essere stata usata dall’Arabia Saudita nella guerra in Yemen, che ha provocato quella che è stata definita dall’ONU «la più grave catastrofe umanitaria mondiale dal 1946 a oggi».
Dal 2017 a oggi la RWM — si legge nel sito del Comitato — ha presentato al Comune di Iglesias oltre 20 richieste edilizie per l’autorizzazione alla realizzazione di un campo prove per testate esplosive e l’allestimento di nuovi capannoni e uffici a San Marco e nella zona industriale di Sa Stoia, al fine di ottenere un imponente aumento della produttività, stimato in circa tre volte quella attuale.
Da evidenziare che i due terzi dello stabilimento, così come l’area relativa alla richiesta di ampliamento (ora autorizzata), si trovano nell’isola amministrativa iglesiente detta “San Marco” che, a fronte della sua importanza naturalistica, archeologica (Tempio nuragico-fenicio-punico di Matzanni) e turistica, incuneata tra i comuni di Domusnovas, Siliqua, Musei e Vallermosa, alle porte del Parco regionale del Marganai-Linas-Oridda (sito di importanza comunitaria), non è stata classificata nell’ultimo Piano regolatore generale e risulta quindi zona “bianca”, teoricamente inedificabile.
Non pochi i risultati ottenuti dal Comitato. Nel 2019, insieme alle organizzazioni della rete a livello nazionale e internazionale, il Comitato ha ottenuto dal governo la sospensione delle licenze di esportazione di bombe e missili verso l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, sospensione convertita in revoca definitiva nel 2021.
Sempre nel 2021, a maggio, è stata costituita la rete “Warfree – Lìberu dae sa gherra”, un’associazione di categoria di imprenditori, commercianti e professionisti per la pace e la transizione ecologica. L’associazione conta attualmente oltre 70 soci che svolgono diverse attività economiche in Sardegna: dalle agenzie di traduzione alle imprese agricole, dai servizi di comunicazione pubblicitaria all’ospitalità turistica, fino alla promozione del territorio.
Tutti, sia prodotti sia servizi, sono contraddistinti dal “Marchio collettivo europeo Warfree”, che garantisce l’assenza di collegamenti con l’economia di guerra, la salubrità e la sostenibilità ambientale, nonché il rispetto dei lavoratori e di ogni persona coinvolta nel processo economico, dal produttore al consumatore finale.




