Trump, Meloni e la destra estrema ridisegnano il mondo a loro immagine. Interessi economici e memoria manipolata segnano un nuovo ordine globale dove chi paga sono sempre i più deboli.

Le manifestazioni per le strade di Minneapolis e di altre città americane continuano e occupano spazi di dissenso anche sui palchi del Super Bowl e dei Grammy, suscitando l’ira di Trump. Si sentono voci di ribellione, un segnale incoraggiante. E, dopo tutte le scene atroci, fra esecuzioni e deportazioni di bambini, qualche giorno fa, sempre da Minneapolis, è arrivata anche una piccola notizia confortante: il piccolo Liam Conejo Ramos, bimbo di cinque anni usato come esca dalle novelle SS trumpiane per catturare suo padre, era stato rinchiuso dietro il filo spinato in Texas, ma ora è stato liberato da un giudice ed è tornato a casa.

Ove possibile, e dove è meno soggetta al controllo del governo federale, la macchina giudiziaria americana tenta di resistere e i magistrati – come in questo caso – fanno ciò che agli aspiranti autocrati come Trump e Meloni dà più fastidio: intervenire in modo imparziale, come potere che tutela tutti, garantendo l’uguaglianza davanti alla legge e il rispetto di quelle regole che consentono alla società di funzionare in modo equo.

Liam indossava un cappello blu a forma di coniglio, a cui era molto affezionato, ma l’Ice glielo aveva tolto. Il bambino, durante la detenzione, ha chiesto più volte di poterlo riavere.

Questa vicenda mi ha fatto pensare subito a un film, anche perché veniamo dalle celebrazioni per il Giorno della Memoria: Quando Hitler rubò il coniglio rosa (film del 2019 tratto dal romanzo del 1971 di Judith Kerr). Le vicende particolari dei personaggi, fra realtà e finzione, sono diverse, così come i due contesti sociali. Ma una cosa torna identica: l’operato folle di un autocrate criminale colpisce i bambini, li priva di un giocattolo, di un oggetto per loro importante, che dà sicurezza e senso di casa. Spero che Liam abbia ritrovato almeno il suo simpatico cappellino, perché il trauma resta, molto forte, come confermato dal padre nelle interviste di questi ultimi giorni.

Attivisti, intellettuali, artisti negli Stati Uniti stanno parlando di deriva nazista e fascista, e la situazione è manifesta davanti agli occhi di tutti. Solo i conniventi, anche nostrani, possono minimizzare o negare. Ice, Alligator Alcatraz (che del campo di concentramento ha tutte le caratteristiche), esecuzioni sommarie da parte di una milizia che risponde direttamente al presidente, deportazioni – termine inequivocabile, usato per prigionieri in catena stipati su un aereo. Queste sono le immagini più eclatanti e già bastano per rievocare la Germania degli anni ’30. A voler essere maliziosi, poi, dovremmo ricordare il putsch (colpo di stato), fallito ma imponente, a Capitol Hill, e le dichiarazioni in cui Donald esprimeva il desiderio – che a questo punto sembra essersi concretizzato – di avere generali come quelli di Hitler (dunque fedeli al cieco principio di obbedienza che, come ci ha insegnato Hannah Arendt, è la base del totalitarismo).

Ma oltre a questi elementi agghiaccianti c’è anche un piano più profondo, proprio come per Hitler che, nei discorsi e nel Mein Kampf, alternava folli progetti razziali e visioni su come riscrivere l’ordine mondiale, imponendo una prospettiva suprematista (e ognuno, di volta in volta, può proporsi come gruppo superiore e destinato a dominare tutti gli altri). Qualche commentatore, in talk show e interventi di giornale, dice chiaramente che Trump ha portato gli Stati Uniti nella schiera dei Paesi revisionisti (coloro che disconoscono gli assetti internazionali condivisi per cambiarli a loro piacimento), ma non si fa notare esplicitamente che si tratta della stessa categoria – revisionismo – che negli anni ’30 (e oggi nei manuali di storia) indicava le scelte di Mussolini e Hitler in politica estera. Il Board of Peace, l’anti Onu coloniale e affaristica di Trump, si pone questo obiettivo: ridisegnare il mondo in base ai soli interessi americani, o meglio trumpiani (in una folle e già vista identificazione tra uomo forte e nazione, cara anche a Meloni), ritenuti chissà perché superiori e che in fondo esasperano un turbo-capitalismo razzista e spietato, nel mito del profitto che schiaccia ogni diritto sociale. L’ambizione è reggere le sorti del mondo: mai viene menzionata Gaza, si parla di «areas affected or threatened by conflict», da intendere però – secondo la psicopatologia di Donald – come aree strategiche da cui trar profitto, schiacciando ogni voce di dissenso, naturalmente (Minneapolis insegna). Un progetto folle, che se non ha i toni esasperati della distopia, ne ha tutti i caratteri di sostanza.

Alcuni leader mondiali capaci hanno detto un no secco. E la nostra premier cosa fa? Prende tempo, dice che ci sono problemi costituzionali (per loro, sempre un problema la Costituzione, e per fortuna che ci protegge ancora), ma le piacerebbe partecipare. Anzi, negli stessi giorni delle stragi dell’Ice e dopo le minacce rivolte contro l’Unione Europea, Giorgia Meloni si dice favorevole al Nobel per Trump…

Una volta gli Stati Uniti si mascheravano dietro l’esportazione della democrazia, la tutela della libertà, e intanto curavano i loro interessi, attuando colpi di Stato e interventi militari. Oggi tutto questo si ripete, con una brutalità ancor più sfacciata e oscena. Lo vediamo in Venezuela e nelle minacce rivolte all’Iran. E fa tristezza, in Italia, chi fra politici di destra e giornalisti ambigui (vedi Il Foglio) saluta con piacere – chiuso nel suo ottuso occidentalismo senza se e senza ma – la cattura di Maduro e auspica un intervento simile a Teheran, come se le azioni di Trump avessero portato la democrazia. Maduro era un criminale, e così lo sono gli ayatollah. Ma il fine non giustifica i mezzi tout court, soprattutto se motivati da presunzione di superiorità occidentale: le forme danno senso a ciò che facciamo, i metodi scelti veicolano valore. In caso contrario il fine risulta vuoto; in fondo si può sbandierare ciò che si vuole, tanti specchietti per le allodole buoni per i followers e per chi vuole continuare a raccontarsela. Ma al governo a Caracas ci sono gli stessi che sedevano prima con Maduro, solo che ora obbediscono allo sceriffo criminale di Washington, interessato al petrolio (profitto e strategia), certo non al rispetto dei diritti umani (calpestati dagli stessi Americani). E l’Iran è arrivato alla rivoluzione del 1978-79 – da cui è scaturito poi il regime sanguinario e oppressivo di oggi (specie dopo la guerra americana per procura, tramite l’Iraq) – per colpa delle ingerenze degli Stati Uniti, per niente interessati alla democrazia: nel 1953 hanno rimosso Mossadeq, regolarmente eletto, ma intenzionato a nazionalizzare il petrolio a vantaggio del suo popolo, scelta inaccettabile per la dittatura del capitale, visto che avrebbe tolto profitti agli occidentali.

Un nuovo intervento americano sarebbe in continuità col passato e non darebbe certo a quel popolo la reale possibilità di costruire il suo futuro. L’Europa deve smarcarsi dalla linea americana e sostenere il processo interno affinché gli iraniani possano decidere autonomamente il loro futuro dopo il regime: con fondi, sostegno diplomatico‑mediatico, ove possibile strumenti di sicurezza, e privilegiando sanzioni che non riducano alla fame la popolazione, ma mettano in ginocchio ayatollah e Guardie della Rivoluzione.

Trump però non si ferma: vuole la Groenlandia, territorio strategico (e riemerge in termini geopolitici il puro capitalismo del profitto, senza la minima considerazione per diritti e valori). E dice agli inuit: vendetevi, fatevi comprare, vi darò benessere (mito sbandierato e vuoto, come ben ricordava Gaber), ma devo possedere voi e la vostra terra (mania maschilista del possesso violento, appropriata al personaggio al centro degli Epstein Files). Ecco qui la moderna variante dell’autoritario panem et circenses per tenere a bada la plebe: Hollywood di bassa lega e McDonald’s, con singolare omonimia fra l’uomo e il cibo spazzatura; il benessere promesso da Trump, qualche comodità superficiale in cambio di diritti profondi e dignità.

Proprio i McDonald’s evocati da Meloni in conferenza stampa come referente simbolico: e sì, senza assaltare alcun fast food, ma forse dovremmo rivedere i termini dell’alleanza con gli Americani, non da soli naturalmente, ma nel quadro europeo, dove qualcosa già sembra muoversi, mentre la nostra premier, come sempre, si defila. Non è certo una statista (nonostante gli stucchevoli autoelogi); per questa qualifica guardiamo a Carney. Da noi troviamo solo connivenza e scarsa lungimiranza.
Uno statista serio non si sarebbe mai alleato con Hitler… E allora, immagino che per i nipotini del Duce non sia poi un grosso problema Trump, proprio come il capo dell’Ice, vestito da comandante Gestapo, non può certo dar fastidio in un partito che fra i suoi esponenti più importanti vede un buontempone che in allegria si vestiva da Ss…

Siccome siamo partiti dalle risonanze col Giorno della Memoria, vorrei tornare al Board e alla questione di Gaza. Alla presentazione del mostruoso progetto, gli inviati Americani hanno fatto vedere immagini futuristiche di New Gaza e New Ramallah. Tremende rappresentazioni plastiche del puro profitto che cerca l’autoaccrescimento. Uno sviluppo opprimente e incessante – come quello condannato da Pasolini, su cui la destra nostrana straparla nella più totale ignoranza – che cancella le identità altrui, costruite anche nel rapporto con la terra. Il benessere neocoloniale americano azzera ogni autenticità, uccide la relazione fra popolazione e luoghi, impone aberranti e asettiche forme occidentalizzanti, in una presunzione di universalità suprematista.

E dobbiamo pensare che, nei piani di Trump, la sottomissione al benessere chiesta agli inuit (per ora rimandata, ma chissà) avrebbe assunto le stesse modalità. D’altronde, lì fra i ghiacci cerca predominio e ricchezze, come a Gaza, col sottosuolo e i fondali ricchi di giacimenti, e una riviera da vendere ai turisti, incuranti delle macerie rimosse e dei cadaveri sepolti…
Dopo Sharm El Sheik, i leader mondiali si sono accodati, ipocriti, al dittatore Trump, salutando la fine delle uccisioni. Ma sappiamo che il genocidio palestinese è andato avanti. Anche solo la cessazione delle stragi, unica prospettiva positiva in quel piano di pace, si è rivelata illusoria. Rimane la volontà di disegnare un diverso ordine mondiale basato sulla logica di potenza e sopraffazione, lo stesso atteggiamento che Israele ha portato avanti per decenni, nell’impunità garantitagli dall’Occidente.

Ai Palestinesi vengono negati l’esistenza, uno stato e un’identità, in un culturicidio evidente in New Gaza. Non si va certo verso l’unica strada giusta, indicata da intellettuali come Said, Chomsky e Pappé: un unico stato binazionale e laico. Si torna alla situazione precedente, ora inasprita; l’apartheid continua, e dal satellite americano Tel Aviv si espande, e quell’ideologia imperversa pure nelle strade degli Stati Uniti, dove si catturano persone giudicate diverse, dunque inferiori, si deportano bambini e si colpisce con violenza e morte chi prova ad opporsi, con la Casa Bianca che taccia di terrorismo chi esprime dissenso (non così diverso come atteggiamento da quello del nostro governo nelle ultime ore, con un ministro che grida all’eversione e alla repressione dura, ma da prefetto a Roma, nel 2021, lasciò campo libero ai neofascisti durante l’assalto alla Cgil).

Questa destra, in Italia come in America, oggi si fa portavoce della difesa degli ebrei e della lotta contro l’antisemitismo, ma in realtà sta solo spalleggiando l’alleato criminale e genocida Netanyahu. Strumentalizzano un discorso serio, che merita la massima cura, e certo non hanno capito affatto il senso profondo della Giornata della Memoria. Ma lo stesso sionismo revisionista di destra, che da Begin a oggi segna la politica israeliana, ha fatto un uso politico nazionalistico del ricordo di Auschwitz, reclamando una folle esclusiva degli ebrei come vittime del peggiore dei crimini (e insistendo su una deformata identificazione tra ebraismo e Israele).

Si ignora volontariamente che genocidi sono stati quelli degli indigeni precolombiani, dei vari popoli colonizzati, degli armeni, di Hutu e Tutsi, dei mussulmani bosniaci, e dentro la stessa Auschwitz, accanto agli ebrei, c’erano Rom, Sinti e omosessuali (oltre agli oppositori politici). Tutta questa manipolazione serve a negare agli altri la stessa dignità, dando spazio al fondo di ogni discorso fascista (basti pensare a Vannacci, ora a briglia sciolta tra Fiamma e Remigrazione).

E allora, megafoni della destra come Giubilei si scagliano dalle pagine del Giornale contro Tomaso Montanari e il suo importante libro, Per Gaza, uscito a novembre ma da loro notato e additato solo in occasione del 27 gennaio, strumentalizzando il testo e un suo passaggio in cui si parla del futuro memoriale di Gaza, che dovrà esserci. Ma d’altronde tendiamo a dimenticare i memoriali a Kigali e a Potočari. E non capiamo che, accanto a una chiara immagine del colonialismo d’insediamento, come il Monte Rushmore, dovremmo invocare un memoriale che spieghi l’abominio compiuto e ricordi il genocidio dei nativi. E così in tanti altri luoghi e contesti.

Il presunto eccezionalismo rivendicato da Israele fa il paio con le ideologie suprematiste americane ed europee, ed è stato funzionale ai discorsi nazionalisti in giro per il mondo. L’esito è lo strazio di Minneapolis, dove invece migranti e Americani (figli tutti di altre migrazioni) vorrebbero convivere, dialogare, costruire relazioni.

Il cosiddetto Occidente – e non è detto che questa formula abbia senso e vada mantenuta – potrà avere un significato e un ruolo solo se ricorderà nel modo giusto e, sulla base di questa consapevolezza, costruirà, insieme a tutti gli altri popoli, un ordine condiviso di uguaglianza e diritti, non di potenza e prevaricazione. Questo Occidente potrà sorgere se arginerà fenomeni aberranti come Trump e se vivrà la memoria, come auspicava Primo Levi, in chiave universalistica, riconoscendo pari dignità a tutti, nel dolore e dunque nella strada per risollevarsi e costruire un mondo più giusto.

Autore: Matteo Cazzato è filologo e ricercatore all’Università di Padova.

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