La compositrice Lucia Ronchetti rilegge la discesa agli inferi dantesca come un incubo domestico della classe media occidentale, denunciando l'abisso di una normalità anaffettiva. Rrepliche fino al 7 marzo. Protagonista Tommaso Ragno

L’opera Inferno di Lucia Ronchetti, presentata in prima assoluta nella sua versione italiana il 19 febbraio al Teatro Costanzi di Roma, trasforma il viaggio dantesco in una profonda riflessione sulla persistenza del mito nella contemporaneità. Inserendosi nella stagione “Doppio Sogno”, l’allestimento adotta una chiave di volta ermeneutica precisa: la trasfigurazione della discesa agli inferi in un’esplorazione della psiche umana, filtrata attraverso una lente onirica e domestica. Non si tratta di una spedizione geografica tra i cerchi sotterranei, ma di un’immersione in uno spazio mentale dove la realtà si sfalda per rivelare le sue fondamenta inconsce. Il viaggio di Dante avviene in un tempo sospeso, tipico dei sogni più vividi e inquieti, dove il familiare diventa estraneo e il banale si carica di significati mostruosi.
Questa prospettiva è resa visivamente dalla regia di David Hermann attraverso una struttura architettonica moderna che esplicita l’appartenenza sociale del protagonista: una villetta borghese contemporanea sviluppata su tre livelli. Ogni piano rappresenta una stratificazione del male, della memoria e delle nevrosi di un uomo del nostro tempo, appartenente a quella classe media europea benestante e apparentemente solida. Al piano superiore, la camera da letto e il bagno evocano l’intimità tradita e la fragilità del corpo, dove il peccato di lussuria di Francesca da Rimini perde ogni aura romantica per farsi tragedia banale tra pareti domestiche asettiche e lussuose. Il piano intermedio, diviso tra un salotto di design e una sauna, incarna perfettamente la facciata sociale e il benessere ostentato: qui l’Ulisse moderno consuma la sua superbia intellettuale in un ambiente di apparente relax che diviene trappola soffocante, simbolo di una cultura che si autocelebra nel comfort. Infine, la cantina rappresenta il sub-basamento dell’anima, il luogo dei residui e dei rimossi dove Lucifero appare come il residuo ultimo di una rovina interiore nascosta sotto il pavimento di una casa impeccabile.
Il particolare linguaggio musicale dell’autrice è il frutto maturo di un lungo percorso di ricerca tra l’Italia e la Germania, nazione che ha ospitato i suoi esperimenti più radicali. Rispetto alla versione tedesca, che si basava su una traduzione dei primi del ‘900, questa ripresa italiana compie un’operazione filologica e creativa di enorme complessità: il ritorno alla lingua originale di Dante. Questo recupero non è stato un semplice adattamento, ma ha richiesto una profonda e laboriosa rielaborazione della partitura per far aderire i suoni alla plasticità e al ritmo del volgare dantesco.
Ronchetti persegue così una decostruzione sistematica del melodramma: il cantato viene frammentato a vantaggio di una relazione dialettica tra testo e musica. Questa innovativa forma di teatro musicale instaura un dialogo serrato che richiama la libertà espressiva del recitativo barocco, ponendo l’armonia al servizio della parola ritrovata. Tale tessuto sonoro sostiene una visione “metamorfica e apocalittica”, agendo come un ecosistema complesso dove l’ensemble Neue Vocalsolisten di Stoccarda opera come un’estensione della coscienza di Dante, una sorta di coro madrigalesco che deforma i pensieri del protagonista. In questo contesto, i costumi di Maria Grazia Chiuri eliminano ogni distanza eroica: i dannati, vestiti in tute e felpe, diventano “penitenti moderni”, una folla anonima di periferia che sottolinea come l’inferno sia una possibilità latente nella normalità delle nostre vite.
Il Dante interpretato da Tommaso Ragno emerge così come l’incarnazione di un fallimento tutto borghese: un uomo che attraversa la propria visione con la stanchezza di chi è prigioniero del proprio benessere. Non è solo un cercatore di verità, ma un esponente della classe agiata europea che si ritrova a fare i conti con le macerie della propria interiorità tra gli spazi domestici che dovrebbero garantirgli sicurezza.
Attraverso questa operazione, Ronchetti, Hermann e lo scenografo realizzano un coraggioso ponte tra il medioevo dantesco e la contemporaneità, mettendo in discussione, in modo neanche troppo implicito, tutto l’impianto de “l’uomo occidentale” e della sua proiezione verso una “rappresentazione predominante” che vorrebbe legittimare il suo dominio globale. Il culmine di questo viaggio è l’epilogo di Tiziano Scarpa, che affida a un Lucifero di desolante lucidità il compito di svelare l’inconsistenza di tale facciata sociale. Le sue parole segnano il risveglio amaro di un protagonista che scopre come il centro della terra coincida con il vuoto del proprio salotto buono. L’opera si conclude lasciando lo spettatore immerso in un’atmosfera inquieta, dove l’esilio dantesco si riflette nell’alienazione di un borghese contemporaneo, definitivamente prigioniero dei propri sogni e di una dimora che si è fatta prigione.