Il 26 gennaio, a poche ore dall’uccisione di Abderrahim Mansouri nel boschetto di Rogoredo, Matteo Salvini aveva già emesso la sua sentenza. «Sto dalla parte del poliziotto», scriveva. Le indagini dovevano ancora cominciare. La procura oggi contesta l’omicidio volontario, parla di un colpo sparato mentre il ragazzo fuggiva e dispone l’arresto dell’agente. Nel frattempo emergono versioni discordanti, omissioni, colleghi indagati per favoreggiamento.La fretta, però, è tutta politica.
Pochi minuti dopo la notizia diversi esponenti della destra parlavano già di legittima difesa «molto evidente», con il ministro dell’Interno Piantedosi allineato al vicepremier . La Lega Nord raccoglie 7.000 firme di solidarietà per l’agente. Si propone perfino un sostegno economico. L’accusa viene definita «gratuita ed eccessiva».
Salvini aveva scelto la divisa prima dei fatti. Aveva blindato la narrazione prima dei rilievi balistici, prima delle perizie, prima delle testimonianze che ora incrinano la prima versione. Quando la procura cambia quadro, quando la scena ricostruita dagli inquirenti parla di un uomo colpito alla testa mentre scappava, la politica che aveva gridato alla legittima difesa resta nuda.
La figuraccia è tutta qui: un vicepresidente del Consiglio che usa un’indagine in corso per fare campagna sullo scudo penale alle forze dell’ordine e che si scopre smentito dagli atti. La destra aveva bisogno di un caso esemplare: Rogoredo doveva servire a dimostrare che la polizia va liberata dai controlli, che le procure intralciano l’ordine naturale delle cose. Poi sono arrivate le carte.
Adesso parlano di “mela marcia”. I post vengono cancellati. Ma le firme restano, le dichiarazioni restano. Resta soprattutto la scelta di stare con una versione prima ancora che con la verità. Per chi invoca legge e sicurezza a ogni comizio, è una lezione elementare: la presunzione di innocenza vale per tutti. Anche quando indossa una divisa, anche quando conviene il contrario.
Buon martedì.




