«Questo è l’inverno più duro in 4 anni di guerra, con temperature che arrivano a -20 gradi, e questo accresce ulteriormente il senso di stanchezza della popolazione ucraina. Molti si chiedono se il sostegno internazionale continuerà, e per quanto tempo. L’unico desiderio condiviso da tutti è una pace giusta e la possibilità di tornare a una vita sicura e normale».
Sono le parole di Antoine Vallas, capo della comunicazione del Programma alimentare mondiale (Wfp) per l’emergenza in Ucraina. Vallas è arrivato nel Paese nel luglio del 2022, a cinque mesi dall’inizio della guerra, e sta per entrare nel suo quarto anno di presenza sul territorio. Durante questi quattro anni di guerra, le agenzie umanitarie come il Wfp sono state fondamentali per la popolazione ucraina. Hanno portato cibo alle comunità in prima linea, assistenza sanitaria ai villaggi più isolati, offerto rifugio agli sfollati, garantito l’accesso all’acqua potabile e fornito assistenza in denaro per preservare la libertà di scelta e stimolare l’economia interna. Ma dopo quattro lunghi anni di assistenza ininterrotta e con un settore umanitario in ginocchio, la stessa popolazione si chiede per quanto a lungo questo aiuto potrà continuare. Negli ultimi mesi, portare aiuti è diventato sempre più pericoloso. Il Wfp denuncia oltre 40 attacchi nell’arco di un anno contro i propri punti di distribuzione, i mezzi e le infrastrutture dell’organizzazione e dei suoi partner umanitari. Una violenza che colpisce direttamente chi prova a tenere in piedi la quotidianità nelle zone più colpite dal conflitto. Allo stesso tempo, i continui bombardamenti contro le infrastrutture portuali minacciano di interrompere le catene di approvvigionamento alimentare globali, con effetti diretti sull’aumento dei prezzi. Prima della guerra, le esportazioni alimentari ucraine garantivano cibo a oltre 400 milioni di persone ogni anno. Secondo le Nazioni unite, il conflitto ha provocato uno dei più rapidi spostamenti forzati di popolazione dalla Seconda guerra mondiale. 5,1 milioni di ucraini vivono come rifugiati in Europa, mentre 3,7 milioni sono sfollati interni. Molti di coloro che sono rimasti o che sono tornati hanno perso la propria casa o vivono in edifici danneggiati. Con un’inflazione elevata e un tasso di disoccupazione in crescita, si stima che circa 5 milioni di persone nel Paese affrontino una condizione di insicurezza alimentare moderata o grave. In un contesto globale in cui i conflitti aumentano mentre i finanziamenti internazionali per gli aiuti umanitari crollano, l’Ucraina ne subisce le conseguenze dirette. Eppure, spiega Vallas, sul campo qualcosa è cambiato: le operazioni umanitarie sono diventate più efficienti e organizzate, adattandosi a una crisi che si è trasformata in una guerra di lunga durata. Tra negoziati falliti, un settore umanitario indebolito e una popolazione esausta, abbiamo ripercorso con Antoine Vallas i cambiamenti di questi quattro anni, cercando di capire cosa significhi vivere una guerra che non finisce.
Vallas ci ha raccontato anche del legame profondo che ha sviluppato con il territorio e di come un progetto nato per permettere agli ucraini di raccontare la propria storia sia finito esposto in una galleria d’arte di Kiev.
Dopo quattro anni di guerra e negoziati falliti, quali cambiamenti hai notato nell’umore e nell’atteggiamento delle persone che incontri ogni giorno in Ucraina?
Le persone sono ancora coraggiose, forti e resistono. Ma sono esauste. Quattro anni sono tantissimi quando ogni giorno ti chiedi se un missile o un drone colpirà casa tua, se i tuoi familiari vicino alla linea del fronte sono ancora vivi, se riescono a trovare cibo o acqua, se hanno riparato le finestre rotte, se riescono a stare al caldo. Alcune persone sono state sfollate più volte nel corso degli anni. Altri avevano risparmi e reti di sostegno che li hanno aiutati a reggere nel primo o nel secondo anno, ma oggi hanno esaurito ogni opzione. Questo inverno, a causa dei continui attacchi alle infrastrutture energetiche in tutto il Paese, milioni di ucraini sono senza riscaldamento, elettricità e acqua nelle proprie case, anche nelle grandi città e nella capitale, Kiev. È l’inverno più duro della guerra, con temperature che arrivano a -20 gradi, e questo accresce ulteriormente il senso di stanchezza. Molti si chiedono anche se il sostegno internazionale continuerà, e per quanto tempo. L’unico desiderio di tutti è una pace giusta e la possibilità di tornare a una vita sicura e normale.
Come è cambiato in questi anni il lavoro umanitario nel Paese?
Prima di tutto, è diventato sempre più pericoloso. Negli ultimi due anni, i nostri punti di distribuzione alimentare, i veicoli, i magazzini o i beni e i mezzi dei nostri partner umanitari locali sono stati colpiti più di 40 volte. È una tendenza senza precedenti da quando abbiamo iniziato le operazioni nel 2022. Nel complesso, il 2025 è stato anche l’anno più letale per i civili in Ucraina dal 2022, con 2.514 civili uccisi. Spesso, fuori dall’Ucraina, nell’immaginario collettivo si pensa che la situazione non sia più così grave, che si tratti di una fase di stallo con pochi combattimenti. In realtà, gli attacchi sono aumentati drasticamente e la vita vicino alla linea del fronte è più dura e più mortale che mai.
Nonostante il pericolo crescente, le operazioni umanitarie sembrano aver trovato una loro efficienza. Come è possibile?
Le operazioni umanitarie in generale sono diventate più efficienti e organizzate. Prima del 2022 l’Ucraina non era una crisi umanitaria. C’erano alcuni programmi, soprattutto nell’Est dal 2014, ma lo scoppio della guerra su larga scala ha portato improvvisamente un’enorme quantità di supporto e finanziamenti internazionali in un Paese che non era abituato a ricevere assistenza di questa portata. All’inizio era una mobilitazione totale e spesso caotica. Con il tempo, il sistema è diventato più strutturato ed efficiente. Oggi l’assistenza umanitaria è concentrata nelle aree di prima linea, dove è più necessaria. Sappiamo che arriva alle persone giuste e abbiamo una comprensione molto più chiara di quali siano i bisogni e dove si trovino. Per organizzazioni internazionali come il Wfp, le operazioni sono diventate anche più snelle e più radicate localmente. Oltre il 75% del nostro staff è ucraino e l’assistenza nelle zone vicine al fronte viene fornita in collaborazione diretta con organizzazioni locali. Abbiamo inoltre costruito rapporti con fornitori alimentari locali, tanto che oggi quasi tutto il cibo che distribuiamo proviene da produttori ucraini. Acquistiamo persino pane fresco da piccoli panifici nelle regioni di prima linea.
In che modo la crisi globale che colpisce il settore umanitario si riflette sull’assistenza in Ucraina?
Le prospettive sono piuttosto cupe. I bisogni umanitari restano elevati, la situazione non migliora e, per molti aspetti, peggiora, mentre allo stesso tempo i finanziamenti internazionali diminuiscono. Questo inverno è stato il più duro degli ultimi quattro anni, con temperature gelide e attacchi continui alle infrastrutture energetiche che hanno lasciato milioni di persone senza riscaldamento, elettricità e acqua in tutto il Paese. Chi vive ancora vicino alla linea del fronte è esausto e sta finendo le opzioni a disposizione. Purtroppo, avere meno fondi significa dover stabilire delle priorità nell’assistenza. Continuiamo a lavorare con partner e donatori affidabili e a richiamare l’attenzione sull’entità dei bisogni umanitari, facendo pressione per ottenere risorse aggiuntive.
Come si affronta, umanamente e professionalmente, il lavoro in una guerra che sembra non avere fine?
Viviamo tutti giorno per giorno, seguendo routine semplici. La cosa più difficile in questa situazione è fare piani per l’anno successivo, per i prossimi sei mesi o anche solo per le settimane a venire. Nessuno sa cosa succederà. Come stranieri, possiamo sempre andare via. Ma gli ucraini hanno famiglie, case, mezzi di sostentamento: sono caregiver, operatori sanitari, imprenditori, agricoltori. In molti casi, l’unica scelta possibile è continuare ad andare avanti. Quando incontro persone vicino alla linea del fronte, sento spesso dire: «Per ora penso solo a sopravvivere». È difficile pensare ad altro quando ogni giorno senti missili e droni sopra la testa. Per quanto mi riguarda, ho imparato a tenermi stretto alle mie routine: correre, andare in palestra, preparare il tè, cucinare, leggere, anche quando tutto è complicato. E impariamo ad apprezzare di più le piccole cose. Se l’elettricità torna per un’ora o due, o se finalmente puoi fare una doccia calda, quel momento assume un valore enorme, proprio perché non lo dai più per scontato. In rete circolano video di ucraini che esultano e applaudono quando la corrente torna nel loro palazzo la sera. È così: accettare le cose per quello che sono e celebrare le piccole vittorie o brevi momenti di pace e calma. Dal punto di vista professionale, a un certo punto vorrei andare avanti, fare qualcosa di diverso o in un altro luogo. Ma una parte di me vuole anche restare fino alla fine della guerra e festeggiare quel momento insieme a tutti qui. Negli ultimi due anni ho avuto occasioni per andare via, ma mi sentivo in colpa all’idea di lasciare gli amici e i legami costruiti qui. Non perché pensi di essere indispensabile, ma perché dopo quasi quattro anni ho la sensazione che ormai siamo tutti dentro questa esperienza insieme. Mi sembra strano immaginarmi all’estero a scrivere loro per chiedere se sono sopravvissuti all’ultimo attacco con droni o missili, o se sono riusciti a dormire tra le esplosioni che io non ho sentito.
Può raccontarci di più del progetto “Even here, flowers bloom”, esposto alla Lavra Art Gallery di Kiev e realizzato con il Wfp?
Abbiamo lavorato con i nostri partner locali per consegnare macchine fotografiche usa e getta a 15 ucraini che vivono molto vicino alla linea del fronte, tra i 10 e i 15 chilometri. Abbiamo chiesto loro di fotografare la loro vita quotidiana e le loro routine. Non solo la distruzione, le reti anti-drone o gli aspetti più duri, ma anche ciò che dava loro gioia, forza e speranza in questo momento. Siamo rimasti profondamente colpiti dai risultati. Alcune immagini e storie ci sono sembrate incredibilmente intense e significative, e abbiamo deciso di esporle a Kiev. Siamo grati alla Lavra Gallery per l’entusiasmo con cui ha accolto il progetto e per la collaborazione. Le ragioni di questo lavoro erano due. La prima: si tratta di storie uniche di persone a cui non possiamo accedere facilmente, perché vivono così vicino ai combattimenti che le nostre regole di sicurezza non ci consentono di passare ore con loro per documentare le loro vite. La seconda: volevamo che fossero loro stessi a raccontare la propria storia, senza filtri, senza che venisse rielaborata da noi. Abbiamo lasciato tutto com’era, utilizzando le foto originali. Questo approccio ci ha permesso di documentare momenti molto intimi e personali, di grande significato, che forse non avremmo potuto mostrare se fossimo stati presenti fisicamente: una cena in famiglia, una pedalata all’alba, una nuotata in un lago vicino quando i bombardamenti si erano fermati.
Tra tutte le persone incontrate e le storie raccontate, ce n’è una che non riesci a dimenticare?
Tra le storie e le foto presentate in mostra, una mi ha colpito in modo particolare. A Kherson, un’anziana signora di nome Liudmyla ha scattato una foto dall’interno della sua casa, al buio, che ritrae un tavolo con un libro di cruciverba, un diario e un filo di perline. Ha spiegato che voleva raccontare le sue attività domestiche. Sembrano hobby normali, quotidiani, ma quando si capisce che la vita a Kherson, a poche centinaia di metri dalla linea del fronte, è così pericolosa da rendere quasi impossibile uscire di casa, tutto assume un altro significato. Quelle attività domestiche occupano gran parte delle sue giornate. La casa è buia perché non c’è elettricità e perché lei non vuole attirare l’attenzione dei droni. «Nessuno va al parco, non c’è nessuno fuori», ha raccontato. «Il centro città? Dimenticato da tempo. Non c’è più tempo libero, non c’è vita culturale, perché i droni sono ovunque. Passiamo molto tempo seduti nel corridoio, per ripararci».
Qual è oggi il tuo messaggio alla comunità internazionale?
Vorrei dire a chi vive fuori dall’Ucraina che questa guerra non è solo “politica”. In questo momento, persone reali vengono cacciate dai droni o muoiono di freddo. L’Ucraina è un Paese grande, e il fatto che sui social si vedano persone che sembrano condurre una vita normale, andare nei negozi o nei ristoranti a Kiev o a Leopoli, non significa che altri non stiano vivendo un inferno vicino alla linea del fronte, o che quelle stesse persone nelle grandi città non vengano svegliate ogni notte da droni e missili. C’è molta confusione e disinformazione sui social media, e vorrei poter spiegare questa situazione a molte più persone.
E alle persone che vivono in Ucraina?
Che milioni di noi tengono a loro e che continueremo a sostenerli in tutti i modi possibili.
Dopo quattro anni di guerra, cosa ti spinge a restare in Ucraina?
Per quanto possa sembrare strano durante una guerra, mi sono innamorato di questo luogo, delle persone e della cultura. Non ho smesso di preoccuparmi per quello che accade e continuo a trovare il lavoro nel settore umanitario, pur frustrante a volte, ancora coinvolgente e pieno di significato. Infine, per quanto possa sembrare banale, vivere in una zona di guerra attiva mi ha insegnato molto su me stesso: a essere meno egocentrico, ad accontentarmi di meno, a costruire routine che mi aiutino a restare sano, organizzato e mentalmente stabile anche nei momenti più difficili e caotici.
Foto di Dmytro Tolokonov su Unsplash




