L’obiettivo è chiaro ed esplicito: costruire un’opposizione ampia, sociale e plurale in un contesto segnato dalla guerra, dalla restrizione dei diritti e dalla crescita delle destre xenofobe e oscurantiste, non solo in Europa. Da Roma a Londra, passando per diverse città europee e statunitensi, in un’ottica radicalmente internazionalista, sta prendendo forma un percorso che unisce reti pacifiste, movimenti sociali e realtà associative, forze sindacali e politiche, contro riarmo e autoritarismo. Un mondo composito che in Italia va dall’area variegata dei centri sociali, all’Arci, ad alcune categorie della Cgil – cercano di coinvolgere l’intero sindacato – ai partiti di opposizione presenti o meno in Parlamento. Quella che si è tenuta la settimana scorsa a Roma e che ha presentato ufficialmente il progetto, non è stata una semplice conferenza stampa, ma l’avvio di un percorso che punta a costruire una mobilitazione ampia, plurale, pacifica e internazionale.
Il movimento “No Kings Italia – Contro i Re e le loro guerre” ha presentato in questa occasione le prossime tappe di un’iniziativa che guarda già alla fine di marzo come snodo decisivo ma, ovviamente, che è la tappa di una strada che si vuole lunga e ricca di sorprese.
Il primo appuntamento sarà l’assemblea nazionale del primo marzo, in programma nella Sala Ilaria Alpi dell’Arci nazionale, a Roma. L’obiettivo è allargare il coinvolgimento ad associazioni, forze sociali e politiche, settori della società civile, mondo della cultura, dell’arte, dell’informazione, per strutturare un calendario condiviso di iniziative. Fermare insomma, ricostruendo partecipazione popolare, la deriva antidemocratica del governo Meloni e delle destre globali, dei re e delle regine del mondo che, da Trump a Netanyahu, a Von der Leyen; da Minneapolis a Israele fino all’Iran, si impongono con la violazione sistematica del diritto internazionale e di quelli umani.
Un percorso, caratterizzato da appuntamenti locali, come quello previsto per il 5 marzo, in contemporanea a quanto avverrà in Germania contro il ripristino del servizio di leva e che culminerà il 27 e 28 marzo con una “due giorni”: il 27 con un concerto dal titolo “No ai Re sì alla libertà”, il 28 con una manifestazione di piazza che gli organizzatori auspicano partecipata e capace di aggregare anche ulteriori soggetti. Nel corso dell’assemblea del primo marzo verranno resi noti, almeno in parte, gli artisti che, condividendo tale percorso, si alterneranno sul palco del concerto del 27 marzo. Dai primi contatti potrebbero esserci nomi di primo piano della scena musicale italiana.
Tutto questo non si fermerà ai confini italiani. Il 28 marzo, in contemporanea, a Londra è previsto un evento-concerto intitolato “Together”, mentre negli Stati Uniti si stanno organizzando iniziative sotto lo slogan “No Kings Day”. Non si esclude che si aggiungano ulteriori appuntamenti in altre capitali europee, con la prospettiva di realizzare un grande evento a Bruxelles nel mese di giugno. La scelta delle date si intreccia anche con quanto previsto per il 29 marzo, quando le iniziative umanitarie di Global Sumud Flotilla (GSF) e Global Movement to Gaza partiranno con imbarcazioni e convogli diretti verso Gaza per portare aiuti e personale specializzato. «Del resto – ha affermato Maria Elena Delia, responsabile della GSF in Italia – se chi sta gestendo il “Board of Peace” dichiara che si sta raggiungendo la pace, per quale motivo dovrebbero impedirci di arrivare con aiuti alle popolazioni di Gaza?».
Il percorso “No Kings” non nasce all’improvviso. Alle spalle c’è una stratificazione di esperienze: dalle mobilitazioni per la pace e per la Palestina alla crescita di un fronte contrario al riarmo europeo, fino alle vertenze sul lavoro e alla difesa dei diritti democratici. Tra i passaggi centrali richiamati durante la conferenza, la vertenza della Gkn a Firenze, diventata simbolo di una possibile riconversione industriale che si intendeva salvaguardare tanto il lavoro che l’ambiente e le campagne contro provvedimenti restrittivi delle libertà civili, che il governo sta mettendo in atto. Si pensi alla sequela di decreti legge e disegni di legge, l’ultimo approvato in Consiglio dei ministri l’11 febbraio, che presto verranno discussi in Parlamento e con cui si intende restringere, in maniera concreta ogni spazio del dissenso. L’approccio da ordine pubblico a problemi sociali rischia di produrre danni enormi e di amplificare le aree di disagio.
Secondo i promotori di No Kings Italia, sta emergendo una convergenza, per certi versi inedita, tra realtà molto diverse fra loro, accomunate dalla critica a un modello che coniuga economia di guerra, compressione dei diritti e gestione securitaria dei conflitti sociali. La definizione “No Kings” riprende un’intuizione nata negli Stati Uniti in opposizione alle derive autoritarie della presidenza Trump. In Italia, il 15 novembre scorso, una prima assemblea a Roma aveva già registrato un’ampia partecipazione. A fine gennaio, a Bologna, una due giorni di incontri ha visto la presenza di migliaia di persone, in presenza e da remoto, con interventi e collegamenti internazionali dalle principali città Europee.
La linea ribadita è quella di una mobilitazione pacifica e di massa, capace di tenere insieme antifascismo, diritti sociali, opposizione al riarmo e difesa dei diritti garantiti dalla Costituzione. La riuscita delle iniziative di fine marzo sarà il primo banco di prova. Per i promotori, si tratta di rompere l’isolamento di singole vertenze e trasformare l’indignazione diffusa in una piattaforma comune. “Ai Re bisogna dare scacco matto”, è uno slogan che sintetizza l’ambizione del movimento: contrastare ogni forma di potere percepito come autoritario, indipendentemente dal “colore della corona”.
L’obiettivo dichiarato è chiaro: costruire un’opposizione ampia e plurale in un contesto segnato da guerra, restrizione dei diritti politici e dei servizi sociali, crescita delle destre oscurantiste e xenofobe in Europa e non solo. Il movimento riunisce, tra gli altri, la campagna europea “Stop Rearm Europe” e la rete “A Pieno Regime” che vede partecipare oltre 700 sigle. Vi convivono forze che vantano milioni di iscritti, esperienze locali che riguardano poche decine di persone, figure intellettuali di spessore, il cui elenco è lunghissimo. Con inevitabile fatica, questi mondi, agendo sul concetto condiviso di “convergenza”, si stanno ritrovando a riannodare fili interrotti, a lavorare insieme e in questa maniera a rimettersi in discussione. Il senso di sconfitta accumulato negli anni passati può essere superato unicamente se si ricompone una frantumazione diffusa e pervasiva, se si prova a prospettare una visione alternativa del futuro.
A chiudere un elemento importante: nei momenti e negli incontri finora realizzati si è registrata una ampia composizione intergenerazionale, ragazze e ragazzi delle scuole superiori dialogano alla pari con persone che hanno attraversato oltre mezzo secolo di conflittualità sociale. Esperienze collettive e individuali che si connettono, con tutte le difficoltà che questo rappresenta, accomunate da una consapevolezza fondamentale. L’indisponibilità a continuare a vivere in un mondo che distrugge e disumanizza, in cui in nome del profitto di pochi viene distrutta la vita del pianeta. Lo ricordava bene Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, sempre nella conferenza stampa già citata all’inizio. «Di fronte a questo crescente autoritarismo, ci stiamo accorgendo che c’è una necessità impellente di natura morale e politica da parte di persone singole e di gruppi della società civile di mettere i corpi in piazza e richieste ben precise. È quello stesso spirito che, 25 anni fa al G8 di Genova, portò in piazza così tante persone. Lo slogan oggi può essere: ‘Voi siete Re ma noi non siamo i vostri sudditi”». Speriamo che la controparte dell’autoritarismo non abbia la stessa urgenza di utilizzare quei metodi usati a Genova, che consideriamo irripetibili”.
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