Il prossimo referendum del 22 e 23 marzo appare sempre più come uno snodo politico fondamentale. Da essere un “semplice” referendum costituzionale come già accaduto nella storia della Repubblica, sta diventando sempre più un punto di scontro politico tra la maggioranza di governo e un’opposizione che non è solo politica ma è anche e soprattutto società civile.
Anche se la materia è complicata i motivi del no sono in realtà molto semplici: questa riforma non affronta affatto i problemi della giustizia, che semmai ne verrebbero aggravati. Essa è in realtà una norma punitiva e restrittiva dell’autonomia dei magistrati. Autonomia che è fondamentale per la tutela del cittadino verso i possibili soprusi di chi ha più mezzi. Non voglio qui discutere del merito tecnico perché non sono in grado ed è già stato ampiamente fatto da altri.
Quello che io penso sia interessante guardare è il modo in cui il governo e in generale la destra sta facendo questa campagna referendaria perché io penso ci possa dire qualcosa su come la destra pensa la realtà e di conseguenza quale sia la sua politica.
Il primo aspetto è la criminalizzazione dei magistrati. Non passa giorno senza che esponenti di peso del governo colgano occasione per commentare sentenze sempre e soltanto per accusare i giudici di fare politica nella misura in cui le decisioni vanno contro ciò che viene propagandato come verità dall’esecutivo. Sulla base della ricostruzione dei fatti e dei risultati del dibattimento i giudici emettono una sentenza che non è altro che l’applicazione della legge, sempre e in ogni caso, anche quando si tratta di assoluzione. Al giudice il compito di valutare la realtà dei fatti e di trovare dove l’accusato ha violato il patto sociale. Non c’è alcuna attività politica in questo. Si tratta di rapporto con la realtà. La si può leggere come politica solo nella misura in cui si pensi che la ricostruzione dei fatti di realtà è un’attività contro la politica che quindi sarebbe evidentemente per negazione dei fatti di realtà.
E infatti, secondo aspetto, dalle affermazioni del governo traspare un’idea di giustizia che dovrebbe essere un meccanismo in cui l’essere indagati e accusati di reato sia immediatamente condanna. Ma d’altro canto si sostiene che il giudice debba tenere conto di chi è l’indagato, che debba violare il fondamentale principio di uguaglianza per cui alcuni sono più uguali degli altri. Il dato di realtà è relativo, non conta più di tanto. Se è un immigrato che delinque merita il peggio. Se è un agente delle forze dell’ordine va giustificato sempre e comunque. La realtà non conta, è un accessorio ingombrante che ostacola la politica ridotta a propaganda violenta. In tutto ciò l’umano e la sua complessità scompare. La dialettica politica, che dovrebbe essere discussione intorno all’idea di socialità umana, non esiste più. Lo scontro politico diventa competizione sportiva senza significato. L’identificazione con il leader vuoto e con la sua “forza” disumana di eliminare ciò che disturba l’ordine è tutto ciò che rimane.
La legge è uguale per tutti è scritto in ogni aula di tribunale riprendendo l’articolo 3 della Costituzione che stabilisce un’uguaglianza che è oltre quella di fronte alla legge ma potremmo dire è un’idea di giustizia universale.
Anche perché la giustizia non è solo la legge e le norme. La legge è la regola che prescrive cosa non è giusto. Ma siccome la norma scritta non può prevedere l’infinità dei comportamenti umani e la complessità delle circostanze e delle relazioni anche interne alle norme, la Costituzione prevede che sia il giudice a dover sbrogliare la matassa dei fatti accaduti e a trovare quale è la verità dei fatti accaduti, che gli permetta di dire se quell’imputato ha effettivamente violato una norma recando un’“ingiustizia” ad un altro soggetto.
Mi scuseranno i lettori esperti del diritto, la mia considerazione tra giustizia e legge è certamente naïve. Ma l’ho pensata immaginando quello che fanno i bambini quando si trovano di fronte ad un’ingiustizia nel loro mondo ingenuo e semplice ma per nulla stupido. In essi c’è un senso spontaneo della giustizia che corrisponde ad un rapporto esatto e pulito con la realtà. Un rapporto che non fa negazioni, ovvero che non ha rapporto con l’altro per negarlo o svalutarlo o derubarlo della sua realtà.
E in base a questa osservazione potremmo dire che giustizia significa un rapporto che non è mai di negazione dell’altro, il mors-tua vita-mea, ma che è invece sempre per un vita-mea vita-tua. È allora fondamentale che il giudice sia libero di interpretare la norma, che non può essere letta rigidamente come se fosse il codice della strada. Egli dovrà certamente essere un esperto della norma e del suo senso. Poi dovrà comprendere la realtà dei fatti per come effettivamente accaduti, e poi, direi soprattutto, vedere e comprendere la realtà umana che si troverà di fronte, comprendere l’assetto interno dell’imputato al momento del fatto e comprendere, potremmo dire, se c’era questa negazione dell’altro.
Io credo che togliere questa libertà al giudice significa anche togliere umanità al sistema giustizia e in generale dare un messaggio per cui lo Stato deve essere disumano, deve applicare la norma meccanicamente.
Questo referendum ci dà modo di vedere come questa destra sia pericolosa culturalmente e debba essere combattuta su questo piano. I messaggi che vuol far passare sono violentissimi, vogliono dire che chi non si adegua e vuole ribellarsi all’esistente è un pericoloso criminale e che non c’è alcuna possibilità di salvezza per chi non rientra nello schema del cittadino modello, quello che non si fa domande e che non pensa cose che non siano aderenti a quanto stabilito dal neo-minculpop.
Lo scontro con questa destra è culturale nel senso che vogliono controllare lo spontaneo rapporto con la realtà che tutti abbiamo, un rapporto con la realtà che è per stare insieme e in rapporto con gli altri e che, istintivamente, senza bisogno di norme, dice che siamo tutti esseri umani uguali.
Vogliono farci credere che sia un referendum per il bene dei cittadini e che tutto sommato non sia così importante perché di portata limitata nei cambiamenti che porta. Non è la verità. Accettando questa “piccola” riforma accetteremmo di poter mettere in discussione i principi fondamentali alla base della Costituzione.
La Costituzione è nata sulla sconfitta del fascismo, stabilendo dei principi che sono universali perché principi umani. Essa è antifascista perché nata sulla base del rifiuto di un’idea di società disumana che era quella teorizzata e praticata dal fascismo.
Questo referendum vuole stabilire il precedente che è possibile rimettere in discussione proprio i principi scaturiti da quel grande NO al fascismo che è la nostra Costituzione e che poi sono gli stessi che fanno la realtà umana.
Rifiutare il disumano, rifiutare il conosciuto per cercare lo sconosciuto e il nuovo, rifiutare lo scontato, il banale, rifiutare un destino di ignavia e incomprensibilità. Il rifiuto è il principio alla base dell’evoluzione umana. Quel rifiuto che fanno ed hanno sempre fatto scienziati ed artisti, coloro che riescono a scoprire e dire della realtà e dell’umano qualcosa di nuovo.
Quel rifiuto che è anche quello degli oppressi verso le ingiustizie, quel rifiuto del disumano che è anche quello dei giudici che applicano la legge per fare giustizia in “nome del popolo italiano”.
Il 22 e 23 marzo anche noi potremo esercitare quello stesso rifiuto del disumano e dell’ingiustizia andando a votare un NO giusto e necessario in difesa della Costituzione.



