Dicembre 2022, governo Meloni appena insediato. Il ministro degli Interni Matteo Piantedosi, lo stesso che aveva teorizzato la colpa morale dei naufraghi, spedisce una circolare agli altri Stati membri: l’Italia, provvisoriamente e salvo eccezioni, non accetterà più trasferimenti di richiedenti asilo ai sensi del regolamento di Dublino III. Un annuncio unilaterale. Nessuna procedura formale, nessun accordo bilaterale, nessuna deroga concordata. Solo carta intestata del Viminale.
Ieri, 5 marzo 2026, la Corte di giustizia dell’Unione europea, nella sentenza C-458/24, mette per iscritto che non si può fare. Lo Stato designato come competente non può sottrarsi alle proprie responsabilità con un semplice comunicato. Il caso nasce da un cittadino siriano entrato in Germania nell’aprile 2023: Berlino gli respinge la domanda come irricevibile e tenta di trasferirlo in Italia, Paese competente in base a Dublino. Roma non lo accetta. La Corte chiarisce che il rifiuto è illegittimo.
Poi però c’è il comma che il governo terrà incorniciato in salotto. Se il trasferimento non avviene entro i termini massimi, la competenza scivola allo Stato richiedente. La furbata regge abbastanza a lungo da ottenere il risultato voluto: scaricare altrove chi si voleva non accogliere. Schiaffo giuridico, vittoria operativa. Piantedosi può permettersi di perdere la causa e vincere lo stesso la partita.
Il ceffone più secco arriva però alla Commissione europea, che per oltre tre anni ha osservato in silenzio senza aprire una sola procedura di infrazione contro Roma. La Corte le ricorda di averne tutto il diritto e tutta la facoltà. Bruxelles quindi ha coperto la fuga di Piantedosi. Anche questo, tecnicamente, si chiama Europa.
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