Le criminali sanzioni di Trump stanno smantellando il più avanzato sistema sanitario del Sud del mondo

Cuba ha costruito nel corso di decenni uno dei sistemi sanitari più avanzati e equi al mondo: la più alta densità di medici al mondo, cure gratuite per tutti, un modello di medicina di famiglia capillare elogiato dall’OMS, e una capacità farmaceutica interna invidiabile per un Paese in via di sviluppo. Un sistema che ha resistito a oltre sessant’anni di embargo, al crollo dell’Unione Sovietica, alle epidemie e alle crisi economiche. Oggi, quel sistema rischia il collasso definitivo.

Cuba sta attraversando una crisi economica e sociale senza precedenti nella sua storia, più grave persino di quella del Periodo Especial seguito al crollo dell’Unione Sovietica. Complice l’ordine esecutivo 14380 del 30 gennaio scorso, voluto da Trump, che inasprisce l’embargo — il cosiddetto bloqueo — che isola ulteriormente Cuba e impedendo l’arrivo di petrolio da altri Paesi americani, come il Messico, che verrebbero a loro volta sanzionati dagli Stati Uniti in caso di commercio con Cuba.

Il recente intervento di Trump in Venezuela con l’arresto di Maduro ha inoltre privato i cubani dell’ingente petrolio proveniente da quel Paese, fornito in cambio di personale sanitario, agenti di intelligence e milizie. A ciò si aggiunge la congiuntura internazionale: la guerra tra Ucraina e Russia, ormai al quarto anno, con le conseguenti sanzioni internazionali alla Russia, partner energetico dell’Avana, e il blocco dello Stretto di Hormuz aggravano ancora di più il rifornimento energetico dell’isola.

Cuba non dipende esclusivamente dal petrolio importato — necessita di circa 110mila barili al giorno e ne produce solo 40mila — tuttavia il petrolio leggero necessario per la benzina è quasi interamente importato ed è ormai quasi esaurito.

I distributori sono chiusi, il carburante è razionato e sono nati gruppi WhatsApp per prenotarsi: bisogna però attendere a lungo, talvolta dietro a migliaia di persone, così per ottenere 20 litri di benzina o gasolio si può aspettare da uno a tre mesi.

La maggior parte dei cubani si sposta quindi in bicicletta o con mezzi elettrici leggeri, sempre più diffusi sull’isola.

Anche il trasporto pubblico è in tilt. Nell’Avana raccontata così bene da Carla Vitantonio nel libro Bolero Avana. Un memoir e nei suoi podcast, circolano due autobus al giorno per ogni tratta: uno al mattino e uno al pomeriggio. L’unica alternativa è il taxi privato.

Il buio accompagna da anni la quotidianità serale dei cubani. Camminando per la capitale, ma anche in grandi città come Santa Clara e Pinar del Río o nei pueblos più piccoli, le porte delle case sono spesso aperte e si vedono anziani seduti in soggiorni illuminati da una o due candele.

La crisi energetica, aggravata dallo stato delle infrastrutture fatiscenti, sta colpendo anche il sistema sanitario, fiore all’occhiello del Paese ed elogiato dalle Nazioni Unite e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per i suoi programmi gratuiti e di qualità.

Dal 30 gennaio scorso il sistema sanitario si trova in una situazione gravissima, prossima al collasso. Il 3 febbraio il governo ha varato misure di contingenza che impongono di dare priorità esclusivamente agli interventi indifferibili. Tutto ciò che non è considerato tale viene sospeso — e nemmeno tutte le cure salvavita possono essere garantite.

L’allarme riguarda i servizi essenziali per neonati, minori, diabetici, malati oncologici e per chi necessita di interventi chirurgici o cure urgenti.

Cardiologia, oncologia, ortopedia e nefrologia — specialità fortemente dipendenti dall’energia elettrica — sono tra i settori più colpiti. Antidolorifici, antipertensivi, antibiotici, fluidi endovenosi, cateteri e garze scarseggiano o sono del tutto assenti.

Non è possibile aggiornare le apparecchiature diagnostiche né acquistare pezzi di ricambio o macchinari nuovi; anche i programmi di immunizzazione subiscono ritardi. Molti medici non hanno accesso ai database scientifici internazionali.

E più il Paese arretra, più Trump sembra trovare argomenti per definire il regime ormai finito e legittimare le proprie mire espansionistiche: “Di Cuba faccio quello che voglio”, una sua recente dichiarazione. Eppure, di questo quasi collasso lui è direttamente responsabile con le misure unilaterali coercitive del bloqueo, che negano il diritto di accesso alla salute.

In un’intervista all’Associated Press, il ministro della Salute José Ángel Portal Miranda ha affermato che le sanzioni statunitensi stanno paralizzando progressivamente l’economia dell’isola spingendo il Paese verso una crisi umanitaria catastrofica.

Stime governative indicano che 32.880 donne incinte sono a rischio: manca l’acido folico, non sempre è possibile intervenire nei parti complicati e l’accesso a ecografie ostetriche e ai test genetici è limitato.

La mortalità infantile è aumentata nell’ultimo anno, passando da 7,4 a 8,2 decessi ogni 1.000 nascite (+11%). La speranza di vita dei bambini con cancro, che nel 2018 era del 76%, è scesa al 60%.

Tra le cause principali vi è l’impossibilità di produrre farmaci: la produzione richiede una quantità di energia che l’energia solare non può coprire e molte fabbriche sono ferme per mancanza di combustibile.

Alla fine del Periodo Especial, quando il sistema di welfare era ancora relativamente solido e l’economia sostenuta anche dal turismo in crescita, l’industria farmaceutica cubana riusciva ad importare materie prime e a produrre internamente gran parte dei farmaci necessari.

Oggi la tradizionale capacità di Cuba di compensare la carenza di farmaci importati —prodotti col 10% di componente statunitense non arrivano nell’isola, eccetto i patent— è ormai venuta meno.

Così come sempre, a pagare il prezzo più alto sono i più fragili. Nelle farmacie manca il 70% dei medicinali e il tam tam sui social è diventato il principale canale di approvvigionamento, con prezzi però proibitivi: un analgesico può costare anche venti dollari.

Circa 5 milioni di cubani affetti da malattie croniche rischiano di non poter accedere ai trattamenti necessari. Tra questi 16.000 pazienti oncologici in radioterapia e altri 12.400 in chemioterapia.

La storica resilienza del popolo cubano che non vuole rinunciare al suo sistema sanitario terrà testa ancora?

Nonostante la crisi Cuba continua a destinare una quota molto elevata del bilancio statale alla sanità, il 24% nel 2025, una delle percentuali più alte al mondo.

Cuba, con i suoi undici milioni di abitanti e oltre sei decenni di embargo, possiede la più alta densità di medici al mondo: 8,4 ogni mille abitanti. L’isola invia nei paesi in via di sviluppo il suo esercito di camici bianchi più di tutti i Paesi del G8 messi insieme.

L’esportazione di servizi medico-sanitari è una delle principali fonti di reddito: circa 24.000 operatori sono oggi in missione all’estero.

La più grande scuola di medicina al mondo per i poveri del pianeta, la Escuela Latino-americana de Medicina (ELAM), fondata nel 1999 all’Avana, ha formato gratuitamente oltre 30.000 medici provenienti da 122 Paesi, compresi 250 cittadini statunitensi.

Questa eccellenza affonda le radici nella storia della rivoluzione cubana, che ha sempre posto la salute e l’idea della medicina preventiva propriamente detta al centro del patto sociale. Il sistema sanitario nazionale garantisce prestazioni gratuite e accessibili a tutta la popolazione.

Il modello di medicina di famiglia, introdotto nel 1984, prevede che il personale sanitario viva nel quartiere e segua direttamente i pazienti.

Questa rete capillare ha permesso in passato di individuare rapidamente i focolai epidemici, come durante la pandemia di COVID-19, ma oggi l’efficacia è limitata dalla carenza di personale, farmaci e risorse. Secondo un modello noto come CARE i pazienti sono stratificati in quattro categorie: apparentemente sani, a rischio di malattia, malessere e in riabilitazione o guarigione.

Nel 1958 Cuba contava 97 ospedali con 28.536 posti letto, di cui solo uno in zona rurale. Oggi il sistema sanitario è molto più capillare: comprende 149 ospedali, 451 policlinici, 11.548 studi medici di famiglia e 12 centri di ricerca. Altri punti di riferimento includono 153 case di maternità, 113 cliniche odontoiatriche e 158 case per anziani.

Nonostante un sistema sanitario molto sviluppato oggi la crisi rischia di comprometterne le fondamenta e di ripercuotersi sulla funzionalità complessiva di ospedali, reparti specializzati, sale operatorie e unità di terapia intensiva.

Le difficoltà energetiche colpiscono anche l’igiene urbana: la raccolta dei rifiuti è fortemente rallentata per mancanza di carburante e le strade dell’Avana sono sommerse di immondizia, dalle vie ciottolate dell’Havana Vieja ai marciapiedi borghesi di El Vedado e il lungomare di Malecón.

Le condizioni igieniche favoriscono epidemie di dengue, chikungunya e virus Oropouche, causata da zanzara aedes, una specie che appartiene ai Tropici ma che nell’isola non era mai stata endemica, che flagellano Cuba da mesi e portano a problemi neurologici e muscolari.

Nel quartiere El Fanguito, sulle rive del Río Almendares, gran parte della popolazione è stata contagiata dopo recenti esondazioni.

Senza elettricità fumigare è diventato impossibile e quindi l’indice di infestazione ha raggiunto quota 0,89, cioè rischio elevato.

Intanto i medici emigrano o passano al settore privato, perché rischiano meno e guadagnano di più.

A causa dei bassi salari statali e dell’elevata inflazione, un medico cubano può guadagnare quanto — o meno di — un lavoratore del settore privato, che spesso opera in valuta forte o a prezzi di mercato. Lo stipendio di un medico a Cuba, tra i più alti nell’isola, è comparabile con quello di un addetto alla vendita di un negozio privato, l’equivalente di circa 35 dollari.

Le politiche monetarie cubane, tra doppia valuta, salari fissati dallo Stato e prezzi controllati, hanno generato inflazione, mercato nero e enormi disparità tra chi riceve valuta forte e chi vive di salario statale.

Negli ultimi trent’anni circa 30.000 medici hanno lasciato il Paese, partecipando al più grande esodo di professionisti sanitari nella storia dell’isola, 70.000 hanno abbandonato il servizio pubblico.

Cuba sta vivendo un declino demografico: l’emigrazione riguarda soprattutto giovani, che non hanno vissuto la Rivoluzione, e professionisti qualificati diretti verso Stati Uniti e America Latina.

Chi vive di stipendi o pensioni statali, ovvero la maggioranza della popolazione, è spesso ai limiti dell’indigenza se non può contare sulle rimesse in dollari dei parenti emigrati all’estero. Come è per la famiglia di Nathalie Mila Regalado, che incontro spesso a Roma al mercato di viale Spartaco dove lavora e vende prodotti caseari. Lei manda i soldi indietro ai parenti nel Paese in cui presto vorrebbe tornare, ma in questi giorni ha problemi di connessione e comunicazione con la madre e il fratello nell’isola.

Se negli anni Novanta emigravano soprattutto lavoratori poveri, oggi partono medici, ingegneri e giovani laureati. Specchio di una disuguaglianza sociale crescente e paradossale per certi versi per il Paese socialista dove tutti hanno avuto sempre poco ma nessuno moriva di fame.

Nelle proteste e nei cacerolazos, le proteste con pentole che si susseguono nel Paese dal 2024, si chiede giustizia sociale prima ancora che libertà politiche.

Il mese scorso è arrivato all’Havana un convoglio internazionale di aiuti coordinato a livello globale dall’Internazionale Progressista: “Neustra America Convoy to Cuba”, una missione umanitaria trasformatesi in un’operazione coordinata via terra, mare e aria, con l’obiettivo dichiarato di consegnare alimenti, medicinali e beni essenziali nel contesto dei continui apagones, i blackout che colpiscono l’isola e che possono durare fino a più giorni consecutivi.

A Cuba non c’è una carestia ma un evidente problema di distribuzione e approvvigionamento di beni di prima necessità. Nei negozi manca latte e riso. Sia il welfare pubblico che il mercato privato sono in grave crisi e cresce la disuguaglianza interna tra le diverse regioni del Paese.

Un tempo potenza mondiale dello zucchero, Cuba ha progressivamente smantellato gran parte della propria industria saccarifera dopo il crollo dell’Urss, puntando sul turismo come principale fonte di valuta estera. Oggi, con il settore turistico in forte crisi rispetto ai livelli pre-pandemici, l’isola si trova a importare con fatica circa l’80% degli alimenti e dei beni essenziali ed è fortemente vulnerabile alle crisi internazionali.

Nonostante ciò, Cuba pur piccola e con risorse limitate, è fondamentale per la sua posizione geografica nel Golfo del Messico e rimane un importante hub energetico ed è questo che fa gola a Trump mentre il governo comunista al potere da oltre sessant’anni appare più fragile che mai.

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