In Italia l’80% dell’Irpef è pagato da dipendenti e pensionati mentre aumenta l’evasione e le rendite restano sottotassate. Un viaggio tra disuguaglianze, privilegi e crisi dello Stato sociale, alla ricerca di una via d’uscita a sinistra

All’inizio degli anni Ottanta Margaret Thatcher e Ronald Reagan hanno ridotto al minimo le imposte ai ricchi, indebolendo il ruolo dello Stato e avviando la privatizzazione dei servizi pubblici, a partire dalla sanità. In Italia Berlusconi ha coniato l’espressione “mettere le mani nelle tasche degli italiani” per bollare d’infamia le attività del fisco, ma neppure i governi di centro-sinistra che sono seguiti hanno saputo rinunciare al mantra propagandistico della riduzione generalizzata delle tasse. È prevalsa l’idea che tagliando le tasse si aprisse una nuova stagione di benessere e di prosperità per tutti, e si è addirittura ipotizzato che la riduzione ai più ricchi avrebbe incrementato il gettito fiscale. Questa teoria, già priva di ogni fondamento scientifico, si è rivelata del tutto fallace ma, intanto, il diffuso sentire comune ha consentito di trasferire senza particolari opposizioni il peso del fisco dal profitto ai salari, dai proprietari di impresa ai lavoratori. Dal 1991 al 2023 la ricchezza posseduta dal 5% delle famiglie italiane più ricche è passata dal 27 al 48% del totale. Man mano che si sale nella scala sociale il prelievo fiscale è divenuto sempre più leggero e con meno Stato e più mercato la spesa pubblica è tutt’altro che diminuita. Ha anzi ormai sfondato il tetto dei mille miliardi di euro mentre le risorse destinate al servizio del debito, che ha superato i tremila miliardi, valgono quasi cento miliardi l’anno, più di quanto si spende oggi per la scuola. Lasciare alle destre

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