Dalla storia di uno scrittore sradicato dal sole del Sud Italia, approdato in un'Irlanda grigia e costretto a fare i conti con una gelida famiglia disfunzionale, emerge una profonda analisi sulla ricerca di identità e sul bisogno universale di appartenenza

Bauhaus, l’ultimo romanzo di Gianfranco Di Fiore pubblicato da Readerforblind, offre diversi piani di lettura e intreccia svariati temi. Se consideriamo uno degli aspetti prevalenti del libro, cioè il motivo della casa e dell’abitare, può senz’altro essere definito romanzo dell’altrove. Il protagonista, uno scrittore, lascia l’Italia per cercare lavoro in Irlanda. Viene ospitato dal cugino Mauro e dalla moglie Olivia in una villa a Enniskerry (un Paese non lontano da Dublino), dove vige un ordine maniacale, ossessivo, a cui sono soggetti i cinque figli della coppia, Sara e Gema, due ragazze spagnole che li aiutano nella gestione dei bambini e della casa, e ora lui. In questa dimora, che assomiglia più a un acquario o a un laboratorio che a un rifugio, e in cui ci si orienta con le scie verdi delle luci d’emergenza, l’ossessione architettonica di Mauro si traduce in una vera e propria biopolitica domestica. Siamo davanti alla riduzione dell’essere umano a puro dato statistico e biologico. L’educazione non è cura, ma calcolo: i corpi dei bambini sono disciplinati attraverso grammature precise di cibo e braccialetti conta-passi elettronici che impongono dodici chilometri di cammino quotidiano. Chi fallisce gli obiettivi o sgarra sui broccoli viene punito con corse forzate sotto la pioggia o relegato su una sedia al buio. Di Fiore descrive magistralmente questi «piccoli topi da laboratorio» assoggettati a una pedagogia produttiva che soffoca ogni imprevisto vitale. Questa esperienza si trasforma presto in una sorta di inferno, poiché il protagonista rigetta quella che ritiene una forma di vero e proprio autoritarismo, tanto da arrivare a discutere ferocemente con il cugino. Si diceva in apertura che molteplici sono i temi che si snodano lungo le pagine di questo bel romanzo di Di Fiore e che ruotano intorno al concetto di casa. Intanto, c’è proprio in apertura il tema del distacco: «Non so mai perché lascio la mia terra, la mia famiglia, il calore pagano delle spiagge di Paestum». Si inizia così con una perdita, con una mancanza, con un forte sradicamento che proiettano l’esperienza dello scrittore nella dimensione della crisi: una crisi di identità e una crisi di scrittura. Una sorta di spaesatezza che rende la vita del protagonista difficile, agra. Il contrasto geografico riflette quello interiore: il Sud luminoso, disordinato e autentico viene contrapposto a un’Irlanda gelida, dove la pioggia fa sprigionare «il fetore dell’asfalto e dell’erba». Anche la ricerca di un lavoro a Dublino non ottiene grandi risultati, e il protagonista deve accontentarsi dell’impiego come cleaner in un hotel di Enniskerry, metafora di un’altra condizione di sottomissione sociale. In questo non-luogo sotterraneo, egli subisce la definitiva perdita d’identità: per i colleghi diventa semplicemente «John», un pipistrello vestito di nero che vaga in cunicoli ammuffiti e “gabbie per cani” senza finestre. È la discesa negli inferi del precariato moderno, dove la dignità umana viene spazzata via insieme alla polvere delle stanze d’albergo. Dunque, questa frattura esistenziale, questa dolorosa ricerca di una casa più che geografica interiore è il vero leitmotiv del romanzo. Il suo unico rifugio è la mansarda della villa in cui non può fare altro che scrivere, «scrivere la mia dissoluzione».  In questo contesto, la scrittura di Di Fiore si fa essa stessa protagonista, come forma e contenuto della storia narrata. Il monologo dello scrittore in crisi rende perfettamente la condizione di estraneità che vive sulla sua pelle, e che altri come lui sperimentano in quel pezzo di mondo che provano, senza riuscirci, ad abitare. Questa ricerca di appartenenza trova un contrappunto nelle figure femminili: Sara e Gema, con cui il protagonista solidarizza in cerca di un briciolo di calore umano; e Tamara, con cui il desiderio di “essere parte” di qualcosa esplode in un sesso rabbioso, unico atto di rivolta contro il grigiore circostante. In fin dei conti, lo sguardo del protagonista è quello dell’heimatlos, del senza patria, la cui condizione di esiliato tende costantemente all’utopia. E del resto sin dal titolo, Bauhaus, il libro sottolinea il concetto filosofico dell’abitare, richiamato poi in modo circolare dall’ultimo capitolo del romanzo, Hausbau. E mentre scrive lettere d’amore a Lodovica, il suo unico sostegno lo riceve dai suoi amati scrittori (Kerouac, Márai) e dai suoi amici italiani: Sandro, altro scrittore dalla vita agra, e Mario, che andrà a trovarlo a Dublino e che non a caso dirà: «Lui deve scrivere, Tamara. Non può vivere qui, non può stare da nessuna parte. La scrittura è la sua casa». Quella di Di Fiore è una scrittura anatomica, precisa, che rende questo libro densissimo nonostante la sua estensione. Una scrittura viscerale che rappresenta un viaggio nel viaggio e che mantiene sempre una tensione estrema, rendendo l’opera un necessario inciampo in un momento di preoccupante omologazione editoriale.

L’autore: Pierluigi Barberio è docente e autore del libro Luciano Bianciardi. Scrittore e uomo libero (Momo edizioni), con Illustrazioni di Marco Petrella.