Nel silenzio del Sahara, tra le dune e l’orizzonte sconfinato della regione tunisina di Kebili, nel villaggio di El Golâa, dal 29 aprile al 3 maggio si terrà la VI edizione del Festival internazionale del teatro nel Sahara, ideato e diretto dal regista tunisino Hafedh Khalifa, dedicato quest’anno al teatro antropologico. Una tradizione e un gesto culturale che si inscrive già nella lunga storia dell’autorità coloniale francese di fine Ottocento, quando il teatro tunisino agiva come laboratorio e spazio di resistenza intrecciando scena e diritti. È trascorso molto tempo da allora ma la drammaturgia tunisina continua a occupare ancora oggi uno spazio necessario che ha ridefinito i confini tra centro e periferia. Un teatro che si fa presidio civile, vero e proprio manifesto politico e sociale. Ne parliamo con il suo ideatore.
Ancor prima dell’idea di un festival internazionale, lei avviò per anni un processo di esplorazione territoriale iniziato sotto forma di “carovana culturale”, che aveva l’obiettivo di “portare l’arte e la felicità nelle zone più remote e marginalizzate del deserto tunisino”. Cosa le ha permesso di testare questa sua prima esperienza?
«Creare un’attività culturale in mezzo al deserto è già di per sé una sfida. Per noi il Sahara è luogo di mistero, di vita e di memoria e proprio da questa consapevolezza è nata l’idea della carovana culturale: portare la cultura nel cuore di territori isolati e marginalizzati, che raramente rientrano nelle priorità delle politiche culturali nazionali. Io sono figlio di quelle terre, lì vive la mia famiglia e, sin da bambino, la cultura mi era difficilmente accessibile. Ricordo che tutto passava solo attraverso la televisione e mi chiedevo se sarebbe mai arrivato il giorno in cui avrei potuto vedere dal vivo un artista, un attore o un musicista lì, nel mio governatorato del sud della Tunisia. All’inizio era solo un sogno, una speranza: portare la cultura dove non era mai arrivata, tentando l’impossibile. Ci siamo riusciti. Il festival, proprio perché pensato e costruito come una carovana culturale, non resta mai nello stesso luogo. A ogni nuova edizione si cambia villaggio e quello che ogni volta riscontriamo è la felicità delle persone. Si lavora con le marionette, con la poesia, con la creazione artistica: tutte attività che rispondono ai bisogni della comunità».
Lei afferma che oggi il festival ha una propria dimensione formativa pedagogica. In che modo si rivolge alle fasce più fragili come strumento di riscatto sociale?
«Il festival trasforma il deserto in uno spazio di creazione culturale: le dune diventano gradinate naturali e le oasi luoghi di incontro dove bambini e donne possono esprimersi attraverso il teatro, sotto l’ombra delle palme. Il teatro è un’arte molto potente che genera un impatto culturale, sociale ed economico significativo, soprattutto per le donne e per i bambini. Le comunità del deserto sono spesso molto conservatrici rispetto al ruolo delle donne nelle arti e il festival è una porta che permette di aprire nuovi spazi di libertà e di espressione. Con il tempo si sono visti cambiamenti concreti: le donne partecipano sempre di più alla vita culturale e molte ragazze hanno intrapreso attività teatrali e musicali. Gradualmente è cambiata la percezione rispetto all’arte, che in passato era vista con diffidenza, qualcosa di cui vergognarsi. Oggi viene invece riconosciuta come spazio di crescita e di espressione. Una idea di arte consapevole, sempre molto rispettosa delle tradizioni e della mentalità delle comunità locali».
Se dovessimo sintetizzare l’impatto tangibile che il festival ha sulle comunità locali, quali aspetti preponderanti emergerebbero?
«Le persone hanno compreso che il mondo è più vasto di quanto lo si possa immaginare. Non è vero che nel deserto non ci sia nulla, al contrario. Il deserto possiede una grande forza: il silenzio, la tranquillità e il rapporto con la natura permettono di entrare in sintonia con sé stessi e, in un certo senso, sentirsi più umani di quanto accada nelle grandi città. Una possibilità di vedere cose nuove, grazie anche al contatto con persone di culture diverse che ogni anno vengono accolte con generosità e semplicità dai residenti. Anche l’impatto economico è importante: sono tanti i locali che lavorano durante l’evento, vendono pane, prodotti artigianali o altri oggetti per strada. E per alcune famiglie questo rappresenta una possibilità concreta di guadagno che può aiutarle a sostenersi per diversi mesi, anche dopo il festival».
Quanto è cambiata la Tunisia dalle Primavere arabe e come la scena teatrale tunisina vive oggi il rapporto tra arte e potere politico?
«Dopo una stagione di speranza è arrivato un inverno politico. Nuove forze politiche inesperte sono entrate in scena e il Paese ha attraversato un periodo di instabilità. In alcune zone del sud si sono verificati tentativi di infiltrazione da parte di gruppi islamici estremisti: una situazione molto complessa. Poi altri problemi: il contrabbando e i traffici illegali legati alle rotte migratorie verso l’Europa, in un contesto in cui il Paese, guidato dal partito islamista Ennahda, ha avuto la sensazione di tornare indietro di decenni, soprattutto nei diritti delle donne. Ancora una volta, in nome della religione o della tradizione, sono state le donne a rischiare di diventare le principali vittime. Il progetto del festival nasce proprio dentro queste tensioni della Tunisia post-rivoluzione, assumendo un significato simbolico: portare cultura e dialogo nei territori fragili, rompendo l’isolamento. Oggi il rapporto tra arte e istituzioni è più stabile. La Tunisia attraversa una fase di ricostruzione e ognuno contribuisce con il proprio lavoro, noi lo facciamo attraverso la cultura. Siamo considerati militanti culturali e da alcuni anni promuoviamo anche il “Festival internazionale del cinema nel Sahara”, oggi alla sua terza edizione, con risultati molto positivi».
Se dovesse definire il festival con parole legate ai diritti umani, quali parole sceglierebbe?
«Parlerei del diritto di vivere la cultura, di accedervi e di parteciparvi, poiché credo profondamente che la cultura contribuisca ad arricchire l’essere umano. Così come il corpo ha bisogno di cibo, anche lo spirito ha bisogno di nutrimento. E la cultura è un nutrimento spirituale che può aiutare a risolvere molti problemi. Inoltre il festival risponde alle sfide poste dalla globalizzazione: muovendoci in uno spazio autentico apriamo una finestra sul mondo. Permettiamo cioè alle persone di entrare in contatto con ciò che accade altrove senza perdere la propria identità, diventando così una opportunità concreta quale spazio di libertà, soprattutto per le ragazze e per le donne».
Quest’anno, ospite d’onore sarà Eugenio Barba, fondatore dell’antropologia teatrale e di un teatro concepito come pratica comunitaria e militante. Un modo per ribadire e valorizzare lo spirito del suo progetto?
«Barba è il fondatore dell’antropologia teatrale e ha sempre lavorato sul rapporto tra teatro, culture e comunità. Oggi il teatro attraversa una crisi, diventando “arte per l’arte”: un linguaggio cioè che parla solo e soprattutto agli stessi teatranti. Il festival cerca invece di tornare al rapporto diretto con il pubblico. Per questo la presenza di Barba è perfettamente in sintonia con il nostro progetto. Anche lui è un militante culturale che crede profondamente nella relazione tra arte e comunità, senza arroganza e senza quella visione centralizzata della cultura, spesso elitaria. Nel deserto le persone non hanno bisogno di monumenti teatrali: siedono semplicemente sulla sabbia e assistono agli spettacoli in modo naturale, in un rapporto diretto con il teatro, una sorta di festa collettiva in cui la comunità si riunisce. Non è necessario che il pubblico conosca il linguaggio teatrale o comprenda ogni gesto scenico. Come insegnava il maestro Ezzedine Madani, uno dei più importanti teorici del teatro tunisino e arabo contemporaneo, il pubblico non viene per capire il teatro, ma per scoprirlo». Continueremo a lavorare in questa direzione, sviluppando nuove collaborazioni internazionali e nuove edizioni del festival».






