Per un economista, la tendenza naturale è cercare nelle dinamiche economiche le ragioni ultime dei conflitti e dei fatti storici. Eppure le linee di frattura che si stanno delineando in un mondo fino a poco fa dominato dalla globalizzazione suggeriscono che questo approccio non basti. Perché mai Russia ed Europa, legate da importanti flussi commerciali, dovrebbero scontrarsi così radicalmente? Perché gli Stati Uniti mettono a rischio la stabilità e i flussi petroliferi dell’intera area mediorientale in una guerra che sembra non trovare vie d’uscita? Forse, per avere un quadro più completo – che certo non deve escludere altre linee di ricerca – è sul piano religioso che occorre rivolgere lo sguardo.
«Le guerre sono tutte guerre di religione», disse lo psichiatra Massimo Fagioli mentre era in corso la guerra in Kosovo (ex Jugoslavia) del 1999. Lo ha raccontato la storica e saggista Noemi Ghetti al Teatro Basilica di Roma durante l’appassionato dibattito seguito alla presentazione del volume Cultura è politica (L’Asino d’oro ed.), l’8 aprile scorso. Un’osservazione sconvolgente, che torna oggi di bruciante attualità.
Il confine che separa il fronte dove si combatte in Ucraina vede da un lato, a ovest, popolazioni di orientamento cristiano, e dall’altro popolazioni russofone dove prevale la religione ortodossa. L’Europa è ostinatamente schierata sul primo fronte, più radicalmente dell’amministrazione trumpiana, mentre sull’altro fronte il patriarca ortodosso di Mosca ha appoggiato l’intervento russo fornendogli legittimità anche contro la presunta decadenza e l’assenza di valori morali dell’Occidente. Peraltro lo scontro non si sta svolgendo solo sul piano militare, ma vede il tentativo di recidere anche legami culturali.
In Medio Oriente il cuore dello scontro è tra l’Iran sciita e Israele ebraico. Irresponsabile, a questo proposito, è stata l’uccisione di Khamenei: la teocrazia al potere in Iran integra certo i principi religiosi nello Stato, ma, in quanto discendente dal profeta Maometto, l’āyatollāh svolge anche una funzione di guida morale e spirituale per le popolazioni di religione sciita, cosicché quell’uccisione non può essere interpretata come il tentativo di distruggere le strutture statali: essa piuttosto costituisce un insulto a tutti i fedeli di osservanza sciita.
Il mondo sunnita, le cui principali potenze sono Arabia Saudita e Turchia, appare al momento incerto tra l’adesione alla storica alleanza con gli Stati Uniti e la prospettiva di un indebolimento del potere americano, che lo vedrebbe costretto a trovare nuove forme di convivenza con l’Iran sciita. Alcuni analisti affermano che ove la guerra terminasse con l’Iran in grado di arginare il potere statunitense, il Medio Oriente vedrebbe Israele (ebreo), Iran (sciita) e Turchia (in prevalenza sunnita) competere per il controllo della regione.
Realtà multietniche, che per salvaguardare la convivenza hanno scelto di dotarsi di costituzioni basate sulla laicità, hanno difficoltà a collocarsi in questo quadro e stanno svolgendo un ruolo di mediazione e forse di stabilizzazione: il Pakistan, in prevalenza sciita ma con una forte minoranza sunnita, ha ospitato i primi colloqui tra americani e iraniani, mentre l’India di religione induista sembra muoversi in relativa autonomia. La Cina, atea, osserva, e pur sostenendo cautamente l’Iran, sembra interessata alla stabilizzazione dell’area e a scongiurare una grave sconfitta di una parte o dell’altra.
Veniamo all’Europa. Sull’impotenza del continente si è scritto molto: in un frangente come l’attuale ogni Paese sembra fare storia a sé. Giocano i legami storici ed economici con le diverse aree del mondo, come anche l’autonomia mantenuta a seguito della seconda guerra mondiale, e, per restare al nostro tema, il consolidarsi all’interno dei diversi paesi di una consistente realtà multietnica. Per mantenere il filo della ricerca sull’importanza del fattore religioso possiamo rivolgere lo sguardo al nostro Paese: il governo Meloni non ha detto una parola sulla distruzione di Gaza, né sull’irresponsabile aggressione israelo-americana all’Iran. Invece il ministro degli esteri Tajani ha convocato l’ambasciatore israeliano esprimendo tutto il proprio sdegno quando al patriarca di Gerusalemme Pizzaballa è stato impedito l’accesso al Santo Sepolcro. Più grave è stata la recente frattura con Trump: essa è avvenuta non a seguito della violentissima minaccia di Trump di annientare in una notte l’intera civiltà iraniana, ma a seguito degli attacchi di quest’ultimo al papa, accusato di essere «debole e pessimo in politica estera».
E veniamo agli Stati Uniti, Paese ormai attraversato da profonde fratture politiche, religiose, economiche e culturali. Eppure anche qui, oltre gli eccessi e i presunti squilibri mentali di Trump, la religione sta giocando un ruolo essenziale nel conflitto in corso. Nella saldatura tra Israele e Stati Uniti giocano indubbiamente fattori storici, economici e geopolitici, come anche le oscure vicende connesse alla rete di potere del finanziere Jeffrey Epstein e alla sua compagna e complice Ghislaine Maxwell, figlia dell’editore inglese Robert Maxwell il quale, secondo alcune ricostruzioni, sarebbe stato strettamente legato ai servizi segreti israeliani. L’amministrazione Trump si muove in relativa autonomia dai tradizionali apparati militari e di sicurezza che contribuiscono a definire la politica estera del Paese. Infatti, secondo una dettagliata ricostruzione del New York Times della decisione di andare in guerra contro l’Iran, Trump avrebbe seguito gli avvisi di Netanyahu più di quella della propria intelligence. In questo contesto un elemento legato alla religione può essere rintracciato. Nonostante l’amministrazione Trump veda al suo interno una forte componente cattolica, sono presenti credenze religiose legate all’Antico Testamento – il sionismo cristiano – che, come ricostruisce G. M. Arrigo sull’ultimo numero di Limes, «leggono la Bibbia alla lettera perché le promesse divine sono promesse eterne, e quando Dio dice una cosa non può rimangiarsela o cambiarne il senso… Dunque il suo patto storico con gli ebrei, le promesse del territorio e della resurrezione nazionale conservano la loro validità.» Di qui l’idea che gli Stati Uniti sarebbero biblicamente vincolati a sostenere Israele. Trump non sembra avere alcuna definita ideologia o religione, se non l’idolatria di sé stesso, ma Pete Hegseth, capo del dipartimento della Difesa – al cui interno queste posizioni sono largamente rappresentate – si è spinto fino al punto di augurarsi la ricostruzione del tempio santo di Gerusalemme sul luogo dove ora sorge la Cupola della roccia, terzo luogo sacro dell’Islam dopo la Mecca e Medina.
È evidente quanto questo passaggio storico veda, nella sostanza, il fallimento dell’idea che la ragione economica possa portare popoli di religioni, storie e culture diverse a superare le loro rivalità nel nome del benessere e dell’arricchimento individuale. È un’idea questa che troviamo in varie forme nel pensiero occidentale: l’ordine di mercato come stato di natura dell’uomo, che si sarebbe realizzato su scala globale dopo il crollo del muro di Berlino, all’insegna dei valori dell’Occidente capitalistico. L’origine illuministica di tale idea la possiamo rintracciare in Voltaire, che vedeva nella Borsa di Londra un ideale di socializzazione in quanto lì, in nome dell’arricchimento, piuttosto che farsi la guerra, individui di ogni credo religioso scambiavano azioni per arricchirsi.
Più a fondo, forse, è il concetto di laicità ad essere entrato in crisi. La laicità si basa non certo sul rifiuto della religione, piuttosto si è affermata nelle forme attuali come frutto della Riforma protestante e dell’idea che i misteri della religione non siano comprensibili per l’intelletto umano, dunque ciascuno deve essere lasciato libero nelle sue personali convinzioni. Sul piano della convivenza civile questo passaggio ha indubbiamente costituito un progresso rispetto all’imposizione di una religione specifica che, come il cattolicesimo, per secoli ha voluto imporre anche con la violenza le proprie concezioni morali come valori assoluti. Oggi però, almeno sul piano della ricerca, è necessario andare oltre. Se le religioni, in particolare le religioni monoteiste, tendono a considerare i propri valori come valori universali e a produrre guerre e oppressioni, se la ragione illuministica si è inaridita in razionalità economica generando quel fallimento che è ormai sotto gli occhi di tutti, se la laicità, pur valida come punto di partenza, non appare più sufficiente a garantire la pacifica convivenza, occorre riconoscere che alla “non conoscenza” di dio su cui si basa la laicità va contrapposta la conoscenza di ciò che ci rende esseri umani al contempo uguali e diversi: detta conoscenza può fondarsi su quella “capacità di immaginare”, scoperta da Massimo Fagioli, che è in grado di dar conto di quella caratteristica specifica degli esseri umani che li rende dotati di fantasia e creativi, capaci cioè di creare mondi che non esistono nella realtà naturale, ma li rende talvolta, purtroppo, anche schiavi del pensiero religioso.
Alla presentazione del volume citato in precedenza l’economista Ernesto Longobardi ha sottolineato che la rivolta degli sfruttati e degli oppressi contro gli sfruttatori e gli oppressori – che ha segnato le lotte e i progressi sociali del secolo scorso, e che conserva ancora la sua validità – va accompagnata alla rivolta dell’umano contro il disumano. Va compreso che né la religione né la ragione appaiono in grado di scongiurare le distruzioni che quest’ultimo sta prefigurando.




