Seicento euro sono la tariffa con cui lo Stato italiano ha deciso di comprare la coscienza professionale di un avvocato. Beh, 615: ma il principio non cambia.
L’articolo 30-bis del decreto Sicurezza, approvato al Senato il 17 aprile, introduce un compenso per i legali nelle pratiche di rimpatrio volontario dei migranti. Il compenso scatta “ad esito della partenza dello straniero”. Se il cliente rimane, l’avvocato non prende nulla. Se sale sull’aereo, arrivano 615 euro, versati dal Consiglio nazionale forense, che ha dichiarato di non essere mai stato consultato.
L’avvocato guadagna solo se il cliente fa quello che vuole il governo. Se il migrante impugna l’espulsione, perde anche il patrocinio a spese dello Stato, già eliminato dallo stesso decreto per quei casi. Gian Domenico Caiazza, ex presidente dell’Unione Camere Penali, ha sintetizzato con precisione: l’idea sarebbe pagare l’avvocato perché, commettendo infedele patrocinio, convinca il proprio assistito a fare il contrario di quanto lo ha incaricato di fare. Da canto suo si è chiesto se una roba simile fosse frutto di elaborazione teorica o venisse fuori per talento naturale.
L’Unione delle Camere penali definisce la norma “incompatibile con la Costituzione e con i principi più elementari della deontologia forense”. L’Organismo congressuale forense ha proclamato lo stato di agitazione. Il senatore di Fratelli d’Italia primo firmatario ha fatto sapere che la norma non si corregge. Il governo porrà la fiducia alla Camera da martedì, con scadenza al 25 aprile. Il diritto di difesa si compra. Saldo a rimpatrio avvenuto.
Buon lunedì.




