Lo scrittore chiede che sionismo venga letto nella sua storia lunga e sottratto agli usi della destra israeliana, ma non concede lo stesso movimento a genocidio, che tratta come abuso invece che come tentativo di nominare una distruzione in corso

Erri De Luca ha provato a fare due operazioni linguistiche nello stesso momento: rivendicare una parola, sionismo, e respingerne un’altra, genocidio. Il caso non interessa soltanto per la posizione politica che esprime. Interessa perché rende visibile un problema più ampio: chi può stabilire il significato legittimo di una parola quando quella parola è già attraversata da storie incompatibili, memorie concorrenti, rapporti di forza e usi pubblici sedimentati? In un’intervista a Israel Hayom, De Luca ha sostenuto che oggi “sionista” è diventato un insulto in Italia e in buona parte dell’Occidente. Lui invece rivendica il termine, riportandolo al diritto degli ebrei a una patria nazionale, al riconoscimento dello Stato di Israele, alla prospettiva dei due Stati. Nella stessa intervista, però, ha rifiutato l’uso della parola genocidio per Gaza, definendola una distorsione storica e verbale. Ha parlato di guerra brutale, di un numero enorme di vittime civili, ma non di sterminio intenzionale di un popolo.

Dopo le reazioni, De Luca ha pubblicato un chiarimento. Ha riconosciuto che oggi il sionismo coincide spesso con il governo della peggiore destra israeliana, ma ha insistito sul senso originario che intendeva recuperare. Sionista, per lui, è chi riconosce Israele e crede nella soluzione a due Stati. Antisionista sarebbe invece chi vuole cancellare Israele dalla carta geografica. Ha aggiunto di non voler offendere chi sostiene la causa palestinese, che dice di condividere. La questione, allora, non è soltanto se la definizione di De Luca sia condivisibile. È il dispositivo che va osservato: una parola viene sottratta ai suoi usi presenti e ricondotta a una genealogia che la renda di nuovo pronunciabile; un’altra viene respinta perché giudicata eccessiva, impropria, storicamente infondata. In entrambi i casi il conflitto non riguarda solo i fatti, ma le condizioni linguistiche attraverso cui quei fatti possono essere nominati.

Qui il “per me” di De Luca è decisivo. Quando afferma «per me il sionismo è», non sta semplicemente offrendo una preferenza lessicale. Il linguista Émile Benveniste ha mostrato che l'”io” non è un contenuto neutro della frase: è il punto da cui il discorso si organizza. In altre parole, De Luca non sta solo dicendo che cosa significa una parola; sta dicendo da quale storia, da quale memoria, da quale rapporto con Israele quella parola gli appare ancora pronunciabile. Il “per me” non chiude il significato della parola, lo situa. Dice da dove parla De Luca, non che cosa sionismo significhi per tutti. Questo è il primo limite della sua operazione. Una parola politica non resta dentro l’intenzione di chi la pronuncia. Non funziona come un oggetto privato, disponibile alla definizione individuale. Appena entra nello spazio pubblico, si carica degli usi, delle memorie e dei conflitti che l’hanno attraversata. Non basta dichiarare “per me significa questo” per neutralizzare ciò che quella parola ha significato, e continua a significare, per altri.

Una parola come sionismo non funziona soltanto per denotazione. Non rimanda semplicemente a una dottrina politica nata in un certo contesto storico. Funziona anche per indici, per associazioni, e per posizioni. Nel senso indicato dall’antropologo del linguaggio Michael Silverstein, le parole non descrivono soltanto un contenuto: segnalano un rapporto sociale, una collocazione, un’appartenenza possibile. Dire “sionista” oggi, nel mezzo della guerra a Gaza, non equivale a consultare una voce di dizionario. Significa entrare in una guerra di posizioni fatta di memorie storiche, accuse presenti, paure reali e usi politici concorrenti. Non si tratta di mettere tutto sullo stesso piano. Si tratta di riconoscere che nessun parlante può semplicemente disattivare questo campo di tensioni dichiarando il proprio significato preferito.

Per chi guarda Israele dalla storia dell’antisemitismo europeo e della Shoah, sionismo può significare rifugio, autodeterminazione, sicurezza, patria dopo la catastrofe. Per chi lo riceve dalla storia palestinese, può significare espropriazione, Nakba, perdita della terra, campi profughi, amministrazione militare, checkpoint, insediamenti, assedio. Non sono due definizioni astratte in concorrenza. Sono due esperienze storiche che premono sulla stessa parola. È qui che il chiarimento di De Luca non scioglie la questione. Anzi, la rende più leggibile. Il suo post può essere letto come una narrazione riparativa. Serve a ricomporre una frattura prodotta dall’intervista: il sionismo rivendicato non coincide con Netanyahu; il riconoscimento di Israele non implica il rifiuto della causa palestinese; la critica ad Hamas non cancella il dolore di Gaza; il rifiuto della parola genocidio non vorrebbe negare la brutalità della guerra. Ma ogni narrazione riparativa seleziona. Ricuce alcuni nessi e ne lascia scoperti altri. Qui resta scoperta l’asimmetria principale: De Luca chiede che sionismo venga interpretato storicamente, sottraendolo alla sua identificazione con la destra israeliana, con l’annessione, con l’occupazione; non concede però lo stesso movimento alla parola genocidio, che viene trattata soprattutto come abuso, e non come tentativo, giuridico e politico, di nominare una distruzione in corso.

Qui può essere utile il concetto di ideologia semiotica elaborato dall’antropologo Webb Keane: non ideologia nel senso debole di falsa coscienza, ma insieme di presupposti su che cosa siano i segni, su quali effetti producano e su quando una parola descriva, deformi o renda visibile qualcosa. Nel caso De Luca, il conflitto non riguarda soltanto il significato di sionismo o di genocidio. Riguarda il diverso statuto attribuito alle due parole: una viene trattata come segno da storicizzare, l’altra come segno da vigilare. La parola sionismo viene riaperta alla sua storia lunga. La parola genocidio viene chiusa sul rischio del paragone improprio. Questa distribuzione non è neutra. Stabilisce quali memorie meritino complessità e quali invece debbano dimostrare, prima ancora di parlare, di non eccedere.

 

In calce pubblichiamo la lettera aperta che Artists for Palestine, Bds Italia e la rete #Nobavaglio hanno inviato a De Luca sulla sua partecipazione al Jerusalem International Writers Festival.Caro Erri De Luca,

Le parole hanno un peso. E oggi, in un tempo segnato da guerre, distruzione e disumanità crescente, anche il silenzio pesa come una presa di posizione. Ti scriviamo come lavoratrici, lavoratori della cultura, attiviste e attivisti di Artists for Palestine, BDS Italia e Rete #NOBAVAGLIO con la profonda preoccupazione e l’indignazione di chi vede una delle voci più autorevoli e storicamente impegnate della letteratura italiana prestarsi a un’operazione di inaccettabile normalizzazione culturale.
La tua annunciata partecipazione al Jerusalem International Writers Festival ferisce la comunità internazionale che da anni si batte per la giustizia. Questo festival si svolge mentre Israele prosegue la sua aggressione sistematica e dopo quasi tre anni di genocidio ininterrotto e pulizia etnica a Gaza. Scegliere di salire su quel palco significa ignorare -o peggio, non curarsi- della grave implicazione politica, culturale e soprattutto umana che questa decisione comporta. Significa, di fatto, farsi strumento dell’Art Washing che le istituzioni israeliane utilizzano per coprire e ripulire i propri crimini di fronte all’opinione pubblica globale. Una scelta etica differente non solo è necessaria, ma È POSSIBILE. Lo ha dimostrato lo scrittore Premio Nobel John Maxwell Coetzee, che ha rifiutato l’invito per non legittimare un regime coloniale e segregazionista, ed un massacro ancora in corso. Prima di lui, la storia ci ricorda la risoluzione ONU 25/206 del dicembre 1980, che lanciava un forte appello a “scrittori, artisti, musicisti e altre personalità” affinché boicottassero il Sudafrica dell’apartheid, imponendo l’interruzione di qualunque relazione culturale con il regime.
Oggi, centinaia di autori e di editori in Italia e nel mondo stanno rispondendo allo stesso richiamo morale firmando l’appello di Publishers for Palestine. Case editrici come Fazi Editore o Il Pensiero Scientifico, e centinaia di autori come Tomaso Montanari, a cui altri si aggiungono ogni giorno, hanno scelto di interrompere ogni legame con le istituzioni culturali israeliane.
Viviamo in un’epoca in cui la cultura è sempre più spesso intrecciata con dinamiche di potere. Per questo si impone una riflessione etica non più rinviabile: quando eventi culturali sono promossi da Stati coinvolti in gravi violazioni dei diritti umani, la partecipazione a quei contesti non è mai neutrale. Sempre più persone la percepiscono come un contributo – anche involontario – alla legittimazione e al riposizionamento d’immagine di quei poteri. È un nodo politico e morale che riguarda chiunque abbia una voce pubblica.
La tua scrittura, negli anni ha rappresentato per molti un punto di riferimento: un luogo in cui la parola si fa responsabilità, testimonianza, schieramento.
È proprio sulla base di questo riconoscimento che oggi ti chiediamo di prendere una posizione netta, unendoti alla nostra voce: di fronte ai conflitti e alle sofferenze profonde del presente, la cultura e la parola non possono restare neutrali.
Esiste un dovere etico e civile di opporsi con chiarezza al genocidio di Gaza, all’apartheid in Palestina, ai crimini del sionismo, alla propaganda bellica e di boicottare un’economia e una cultura della distruzione che colpisce gli esseri umani e il pianeta.
Da uno scrittore che ha fatto della difesa degli oppressi e della parola resistente il nucleo della propria opera, non possiamo accettare una simile disponibilità verso istituzioni che celebrano la letteratura mentre fuori dai palazzi si consuma l’annientamento di un intero popolo.
La forza della parola, della letteratura, delle arti sta nella loro capacità di rompere il silenzio, di restituire dignità a chi viene colpito dalla violenza, di opporsi alla disumanizzazione. Oggi più che mai c’è bisogno di costruire ponti tra le voci che, in ogni parte del mondo anche in Israele come Ilan Pappé, Gideon Levy, Avi Shlaim e Amira Hass si oppongono ai crimini contro le popolazioni civili, ad ogni forma di annientamento dell’altro. Non è solo una questione culturale: è una questione politica e umana.
Rompere l’isolamento e dare forza a chi in Palestina si oppone al colonialismo di insediamento, alle politiche criminali e razziste di Benjamin Netanyahu e del suo governo è un atto politico importante e necessario. Ma partecipare al Jerusalem International Writers Festival, una manifestazione che non condanna pubblicamente il genocidio in corso del popolo palestinese è altra cosa e non è accettabile.
Ti chiediamo pubblicamente di fare un passo indietro. Ti chiediamo di ascoltare l’appello della società civile palestinese e dei tuoi stessi colleghi: cancella la tua partecipazione al Jerusalem International Writers Festival. Non permettere che le tue parole e la tua storia diventino complici di un genocidio senza fine