“Io al Cefalù? Certo, per quelle vongole già sgusciate”. Paolo Mieli ha spiegato così al Corriere, sabato, le sue cene nel ristorante di Valter Lavitola, reo confesso da mercoledì, dopo oltre cinque ore davanti al gip, come mandante della bomba esplosa il 16 ottobre 2025 sotto casa di Sigfrido Ranucci.
Ha ragione chi ricorda che un cane da guardia del potere dovrebbe misurare le distanze, perché frequentare per raccontare è un mestiere e frequentare per coltivare relazioni è un altro, e su questo Ranucci una risposta la deve prima di tutto al suo pubblico.
Solo che dalla telenovela, a fascicolo ormai aperto, spuntano gli altri. Il direttore di Repubblica Stefano Cappellini, che giovedì ha ricostruito in un lungo articolo il sondaggio su Ranucci premier commissionato da Lavitola, un progetto che racconta di aver liquidato subito. Italo Bocchino, che a Leggo ha detto che il faccendiere gli fornisce il pesce e che da lui con Ranucci ci ha pure cenato. Il caposervizio di Open, che per Lavitola raccoglieva materiale per un libro e si è sentito proporre una rete di contatti.
Nessuno lo usava come fonte: cortesie tra gli ospiti, e qualcuno anche lavoro. Eppure Lavitola era Lavitola, condannato per le tentate estorsioni a Berlusconi e all’Impregilo, con oltre 23 milioni di fondi all’editoria da restituire secondo la Corte dei conti. Il senso di opportunità preteso da Ranucci valeva per tutti. Siamo sicuri che il problema sia un conduttore e non una categoria da Grande bellezza, stregata dalle faccende, dalle amicizie giuste, dal pettegolezzo e dai faccendieri? Sempre a proposito di autorevolezza.
Buon lunedì.




