Col decreto che fissa al 30% la percentuale di alunni stranieri che non parlano ancora bene l’italiano nelle classi della nostra scuola, lei, non mi lascia scelta, presidente del Consiglio Meloni: devo per forza pensare che o non conosce la Costituzione italiana, sulla quale, tuttavia, ha giurato, o non si rende conto che il suo progetto si scontra frontalmente con tre dei suo pilastri. L’articolo 34 non consente tutto questo. Le piaccia o no, no, lei vive in un Paese che riconosce nell’istruzione uno degli intangibili diritti universali. La scuola, infatti, «è aperta a tutti».
Sono parole scolpite nella pietra e stanno lì per garantire il diritto fondamentale e incondizionato all’istruzione per qualsiasi persona, quali che ne sano la cittadinanza, la lingua, la razza e lo status giuridico dei genitori. Si informi, chieda in giro e scoprirà che è un principio valido anche per i minori irregolari. Lei crede, o finge d credere, che l’imposizione di un limite numerico rigido non neghi a un minore l’accesso alla scuola più vicina o idonea, ma le cose stanno proprio così e le ragioni che la muovono non sono solo miseramente statistiche, ma anche e soprattutto vergognosamente legate alla nazionalità. Il secondo pilastro con cui si scontra il suo progetto è l’articolo 3 della nostra Costituzione: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali».
Ed è un principio così rispettato, che un suo compagno di partito è oggi presidente del Senato, benché si dichiari fascista. Aggiungo un dettaglio che sembra ignorare: la Corte Costituzionale ha ripetutamente esteso l’applicazione dei diritti inviolabili previsti da questo articolo anche agli stranieri.
E non è tutto, signora presidente. Il secondo comma dell’articolo, infatti, impegna la Repubblica a «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana».Può giurarci: moltissimi immigrati delle elementari ai quali lei vorrebbe negare di sedersi nei banchi con i coetanei italiani, comprendono perfettamente queste parole. Che vogliono dire? Si sforzi e capirà: sono parole che le impediscono di limitare l’accesso alle classi in base alla cittadinanza o alla provenienza e non consentono discriminazioni che conducono alla creazione di “classi ghetto” o allo spostamento forzato di studentesse studenti.
Sarebbe superfluo indicare il terzo articolo che il suo progetto ignora, ma è probabile che lei non ce l’abbia presente. È l’inequivocabile articolo 2, per il quale «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità».
L’istruzione scolastica costituisce uno dei principali strumenti di quelle “formazioni sociali” in cui si forma la personalità del minore. Mi rifiuto di credere che lei non si renda conto di aver manomesso un diritto fondamentale che si applica a ogni essere umano in quanto tale e non capisca che nessuna regola scolastica può comprimere il diritto allo sviluppo individuale e sociale, basandosi su un criterio di provenienza geografica. Un criterio – lascio a lei la scelta – figlio d’ignoranza o razzismo.
Gli esperti che l’hanno aiutata a partorire questo mostriciattolo le avranno detto che un limite teorico del 30% agli alunni stranieri per classe esiste già nell’ordinamento italiano ed è vero. Si trova in una circolare firmata sedici anni fa dalla Gelmini, uno dei tanti geni dell’ultima stagione del riformismo. Una prescrizione teorica e vaga, applicata sempre con puntualissime deroghe ed estrema flessibilità (come previsto del resto dall’Articolo 45 del DPR 394/1999) perché costretta a tener conto delle concrete realtà demografiche dei quartieri e dei piccoli comuni.
E si ha anche l’ardire di affermare che la norma intende favorire una reale integrazione. Come? Operando una migliore distribuzione territoriale e se necessario, deportando. Come tutti sanno, dividendo, separando e spedendo come pacchi postali bambine e bambini da levante a ponente, nel campo dell’integrazione si fanno miracoli e si ottiene un apprendimento ottimale dell’italiano. Per fortuna, infilati in una scuola invece che in altra, bianchi, neri e gialli avranno ancora bagni in comune!
Non mi fermo sullo squallido tentativo di giustificare lo spostamento, mettendo in ombra il criterio dalla “nazionalità”, che ricorda troppo da vicino i profili di discriminazione etnica delle nostre scuole dopo le leggi razziali, per vendere fumo con un avventuroso “criterio linguistico”, per il quale a decidere è la capacità di parlare la lingua italiana. Non mi ci soffermo non tanto perché non sia chiaro che fine faranno i bambini e le bambine dei migranti se nel loro quartiere il tetto del 30% è già stato raggiunto, che è comunque una domanda che chiede risposta. Non mi ci fermo perché sarebbe troppo lungo fare l‘elenco dei figli di migranti che, privi inizialmente di ogni conoscenza della nostra lingua, lasciati dov’erano, oggi leggono, scrivono, parlano e capiscono l’italiano molto meglio di tantissimi membri della maggioranza parlamentare che la tiene al governo e dei cervelloni che hanno scritto la sua legge sulla scuola.
C’è una cosa però che non voglio tacere. Se la legge verrà effettivamente varata auspico che il personale della scuola, docente e non docente, si metta in sciopero a tempo indeterminato muovendox il primo passo verso quella nuova resistenza che il suo governo ha dato alla luce e si troverà di fronte quando la misura sarà colma.
L’autore:Giuseppe Aragno è uno storico napoletano, studioso del movimento operaio e dell’antifascismo popolare. È stato professore a contratto di Storia contemporanea all’Università Federico II di Napoli. Tra i suoi libri figurano L’antifascismo popolare. I volti e le storie e Le quattro giornate di Napoli. Storie di antifascisti




