Il percorso negli anni della Belle Époque delineato per l’editore Carocci da Fiamma Lussana, nel libro Il mito della Belle Époque. Società e politica nell’Italia giolittiana comincia il 4 ottobre 1883 a bordo del treno «più fastoso del mondo», divenuto esso stesso simbolo iconico di quell’epoca sfavillante e progressiva. storica rigorosa – basti guardare alla consistenza delle fonti consultate – e appassionata, ricostruisce che L’Orient Express, il Tapis magique pour Byzance, era stato realizzato grazie alla visione del giovane Georges Nagelmackers, rampollo di una famiglia di banchieri belgi legata al re Leopoldo I del Belgio, che, attraverso una serie di accordi internazionali siglati sia nel Vecchio Mondo sia in America, riuscì a realizzare la straordinaria impresa. Quel viaggio, che partiva dalla Gare de l’Est di Parigi e terminava a Costantinopoli, unendo dunque Occidente e Oriente – con tappe a Monaco, Salisburgo, Vienna, Budapest, Bucarest, Giurgiu, Ruse e Varna -, non solo dava l’abbrivio all’epoca dei “viaggi di piacere”, ma rappresentava altresì l’alba di un’epoca nuova e progressiva, che avrebbe condotto l’umanità nel nuovo secolo della modernità e della società di massa.
La rete ferroviaria costituiva uno dei segni più visibili della modernità e del progresso: in Italia, dopo l’inaugurazione della prima strada ferrata che univa Napoli a Portici, nel 1839 – definita da papa Gregorio XVI «un’opera diabolica» -, la costruzione delle nuove tratte ferroviarie procedeva lentamente, anche a causa della complessa conformazione geografica della penisola. Nell’anno dell’Unità d’Italia, tuttavia, si contavano 2.000 chilometri di strade ferrate che, nel 1905, alla nascita delle Ferrovie dello Stato, avrebbero superato i 10.000 chilometri. All’espansione della rete ferroviaria si affiancavano, in quegli anni, importanti innovazioni: dall’antenna di Guglielmo Marconi, che apriva la strada al telegrafo senza fili e ai primi apparecchi radio, al motore a scoppio e alle prime autovetture, fino alla fondazione, nel 1899 a Torino, della Fiat, prima fabbrica italiana di automobili. All’aumento del proletariato di fabbrica corrispondeva lo sviluppo della “coscienza socialista”: nell’estate del 1881 vedeva la luce, grazie ad Andrea Costa, il Partito socialista rivoluzionario di Romagna, dal quale sarebbe sorto poco più di un decennio dopo, a Genova, il Partito socialista italiano, nel 1892.
L’età giolittiana – che comprende tradizionalmente il periodo tra i primi anni del Novecento, con l’insediamento del secondo governo Giolitti, e la Grande guerra – è analizzata in particolare nel terzo capitolo, dal quale emergono, anche attraverso la lente di lettura gramsciana adottata da Lussana – Gramsci è uno dei principali autori di riferimento dell’autrice -, le due Italie che venivano delineandosi: quella del Nord, «sviluppato, industrializzato, alfabetizzato», e quella del Sud, «povero, degradato, disperato».
E fu proprio quella disperazione a spingere, tra il 1876 e il primo conflitto mondiale, circa 14 milioni di persone a emigrare verso «la Merica in cerca del pane» (cap. 2). Dopo una prima fase migratoria, che aveva coinvolto soprattutto persone provenienti dall’Italia del Nord – Veneto, Friuli e Piemonte -, nel primo quindicennio del nuovo secolo le partenze riguardavano soprattutto le regioni meridionali: Campania, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna. In questo capitolo, di grande impatto emotivo, è descritta l’epopea della traversata dell’oceano, scandita da rotte settimanali verso l’Uruguay, l’Argentina, il Brasile e il porto di New York. Allo spirito baldanzoso dei giovani, che guardavano all’America come alla terra promessa, faceva da contraltare la mestizia di donne e anziani che lasciavano per sempre la propria terra, vivendo anche quella partenza come un «lutto mai elaborato». Provvisti di un biglietto di sola andata, avrebbero vissuto il resto della loro esistenza «chiusi nella loro piccola comunità, come stranieri in patria».
I passeggeri di terza classe che sopravvivevano alla traversata, segnata da condizioni igieniche a dir poco precarie nelle quali proliferavano vecchie e nuove malattie – in particolare la tisi, il tracoma e la pellagra -, avrebbero presto scoperto che l’America non era l’Eden: «tutti lavoreranno duramente, saranno vessati, sfruttati, discriminati». Viene qui proposta una selezione di lettere e diari inediti vergati da emigranti italiani durante la grande ondata migratoria verso le Americhe, tra il 1876 e il 1914, tratta dalla piattaforma informatica Italiani all’estero. I diari raccontano (www.idiariraccontano.org), progetto di ricerca di straordinario interesse curato da Nicola Maranesi e oggetto di approfondimento nell’Appendice al volume (pp. 225-228). Le biografie dei migranti restituiscono uno spaccato rappresentativo delle esperienze degli italiani all’estero, di ogni età, protagonisti di una vicenda al contempo drammatica ed esaltante.
Quelli della Belle Époque sono anche gli anni di uno straordinario sviluppo delle arti, che in molti casi si giovano delle nuove scoperte tecnologiche: basti pensare al primo cinématographe, brevettato dai fratelli Lumière in Francia nel 1895. Il cinema si rivela fin da subito «uno strumento capace di accendere la fantasia delle masse popolari».
Si fa strada, via via, la «cultura del divertimento, dell’effimero e della leggerezza, che al di là delle Alpi ammaliano il pubblico del Moulin Rouge e del Folies Bergère». La “traduzione” italiana del café chantant francese trova la sua massima espressione «nell’estrosa genialità del popolo napoletano» (cap. 4, L’Italia del loisir), che, dopo la drammatica epidemia di colera che aveva investito la città partenopea nel settembre del 1884, esorcizza quell’incubo con la musica e il piacere: «per il popolo senza speranza, per i ceti medi della borghesia urbana, ma anche per giornalisti, scrittori e intellettuali, divertirsi è vivere al di sopra dei tormenti e dei rovelli quotidiani».
Prendevano forma, nel contempo, innovativi progetti di riassetto e risanamento urbanistico volti alla modernizzazione della città: dalla metropolitana ispirata a quella londinese del 1863 alla costruzione del quartiere “rione Venezia”, composto da isole artificiali attraversate da canali, fino alla proposta di trasformare un’area dei Campi Flegrei in una moderna stazione termale e turistica. Molti di questi progetti non si realizzarono, ma danno conto della straordinaria vitalità di quella fase storica.
L’itinerario nel quale ci accompagna l’autrice, narratrice dotata di una scrittura scorrevole e coinvolgente, si conclude con un ultimo viaggio altrettanto iconico, che termina alle 2.20 del 15 aprile 1912, quando il transatlantico britannico Titanic, da tutti considerato “inaffondabile”, a sole tre ore dalla collisione con un iceberg si inabissa nelle oscure e gelide acque dell’oceano Atlantico, causando la morte di oltre 1.500 persone, la maggior parte delle quali tra i passeggeri di terza classe, quella tipicamente destinata ai ceti più poveri.
Il terribile naufragio, che riempì le pagine dei quotidiani di tutto il mondo, facendo anche della morte un «evento collettivo», frantumò in poche ore quella fiducia incondizionata nel progresso e nella scienza che si era affermata negli anni del positivismo, sancendo il declino dello splendore rappresentato dalla Belle Époque, che pure non era stata esente da rilevanti squilibri sociali e contraddizioni politiche, tanto in Italia quanto sul piano internazionale.
Si profilava all’orizzonte la Grande guerra, il più grande conflitto armato fino ad allora mai combattuto, che sarebbe costato la vita a oltre 16 milioni di persone e avrebbe decretato il trapasso definitivo da quella fase di pace illusoria al “secolo breve” dei totalitarismi.
L’autrice: Francesca Chiarotto




