C’è un modo semplicistico di leggere le elezioni in Sassonia-Anhalt: rabbia, protesta e rancore gonfiano il consenso dell’AfD e continuano a premiare le destre estreme in tutta Europa. Questa spiegazione poteva forse funzionare dieci o quindici anni fa, quando iniziava a soffiare il vento dell’internazionale nera. Oggi questa lettura convince molto meno. La portata del consenso dell’AfD – quasi un voto su due, con un’affluenza vicina all’80% e un radicamento forte nei ceti popolari e tra chi fino a ieri si asteneva – ci dice che siamo davanti a qualcosa di più profondo: un pezzo di società ha trovato una rappresentanza politica capace di riempire un vuoto.
Per decenni la sinistra in Europa è stata molto più di un insieme di sigle. Partiti, sindacati, cooperative, associazioni, circoli, reti mutualistiche, luoghi culturali: un sistema di organizzazione e protezione rispetto alla spoliazione della vita prodotta dallo sfruttamento.
Non una semplice macchina per raccogliere consenso, ma un sistema attraverso il quale milioni di persone interpretavano la propria condizione e, soprattutto, provavano a cambiarla. Insieme.
Quella rete si è sfilacciata. Il lavoro è diventato più frammentato, i partiti liquidi, i sindacati più deboli, le organizzazioni sociali e territoriali intermittenti. Eppure i bisogni che quella rete organizzava non sono scomparsi. Al contrario, in molti casi si sono aggravati. Si è incrinata perfino quella promessa implicita che per generazioni aveva accompagnato le società occidentali: l’idea che i figli avrebbero vissuto meglio dei padri. Sono rimaste, e si sono approfondite, le contraddizioni politiche e sociali prodotte dal capitalismo. E insieme è cresciuta la convinzione che il futuro venga deciso altrove, nelle mani di élite sempre più ristrette e lontane.
L’AfD non ha certo affrontato questi problemi. Ha fatto qualcosa di politicamente più efficace: ha dato loro una spiegazione. Definire queste destre per ciò che sono è necessario. Ma non basta. Le categorie storiche servono a riconoscere i pericoli, non possono diventare una scorciatoia che ci evita di capire perché milioni di persone scelgano oggi quelle forze. Capire non significa assolvere. Significa attrezzarsi meglio per combatterle.
La deindustrializzazione diventa il tradimento delle élite. L’immigrazione, la causa dell’insicurezza. L’Europa, un potere lontano e ostile. La transizione ecologica, una tassa imposta indiscriminatamente sui più deboli. La guerra, l’ennesimo sacrificio deciso sopra la testa dei popoli. Questo l’armamentario propagandistico di AfD, simile e speculare a tante altre destre estreme occidentali. La Germania resta uno dei Paesi più industrializzati del mondo, eppure il risentimento politico non è scomparso.
Il punto, quindi, è avere la sensazione di contare meno. Si può vivere in una società ancora ricca e industrializzata e percepire comunque perdita di status, di controllo, di futuro. È precisamente questo scarto che le destre trasformano in politica. Perché le persone non chiedono soltanto reddito. Chiedono anche riconoscimento, sicurezza, appartenenza, identità.
Questo la destra lo ha capito. Se nessuno costruisce tra queste persone un interesse comune di rivalsa e riappropriazione, qualcun altro costruirà un’identità comune. È questo l’elemento decisivo nella narrazione dell’AfD, come delle altre destre nazionaliste europee: non sei più un lavoratore impoverito, sei un tedesco o un italiano o un francese tradito. Il conflitto viene semplicemente spostato. Dal salario all’immigrato, dalla distribuzione della ricchezza alla difesa della nazione.
Pensare di rispondere a tutto questo rincorrendo la destra è una strategia piuttosto singolare. Lo dimostrano i risultati raccolti da Merz, che ha provato a irrigidire la Cdu su immigrazione e sicurezza. Gli elettori della Sassonia-Anhalt hanno avuto la possibilità di scegliere tra chi adottava alcuni argomenti dell’AfD e l’AfD stessa. Hanno scelto l’originale. Ma anche il cordone sanitario ha un limite evidente. Può essere indispensabile per evitare che l’estrema destra governi. Non può essere una politica per i prossimi dieci anni. È una soluzione istituzionale. Non è ancora una risposta politica.
C’è poi un paradosso europeo. Le destre promettono di restituire sovranità tornando alle nazioni proprio mentre industria, energia, tecnologia, clima e sicurezza si giocano su una scala che nessuno Stato europeo può affrontare da solo. Il problema non è semplicemente quanta Europa ci sia, quindi, ma quale Europa sia stata costruita e per chi. Una contraddizione simile riguarda la guerra e il forsennato riarmo europeo. Mentre crescono gli arsenali, continuano ad avanzare in molti Paesi forze nazionaliste e reazionarie. Se nella società esiste una domanda di pace e una crescente diffidenza verso l’economia di guerra, qualcuno finirà per rappresentarla.
Se la sinistra rinuncia a farlo perché prigioniera delle compatibilità e dell’idea che ogni scelta compiuta dalla tecnocrazia europea sia inevitabile, non dovrebbe sorprendersi se quello spazio viene occupato da nazionalisti e filorussi. Abbiamo avuto Brexit. Trump. Orbán. Le Pen. La crescita dell’AfD. La vittoria della destra in Italia. Per almeno un decennio abbiamo assistito allo stesso copione, ogni volta definendolo un nuovo “campanello d’allarme”. A forza di campanelli, forse sarebbe il caso di accorgersi che l’allarme è già suonato. Di analisi ne abbiamo prodotte moltissime. L’errore è stato non trasformarle in pratiche, radicamento e organizzazione.
Abbiamo progressivamente disinvestito dalla capacità di organizzare materialmente la società. Ed è da qui che bisogna ripartire.
Non dalla nostalgia per il partito di massa novecentesco, ma dalle funzioni che quel sistema svolgeva e che nessun social network può sostituire. Servono luoghi fisici. Bisogna rompere la trappola delle solitudini che questo sistema produce e dentro le quali la destra manipola e moltiplica il proprio consenso. Non solo politiche costruite dall’alto, ma presenza dentro la carne viva della società: nei territori, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle reti di mutuo soccorso, nelle vertenze, nella produzione culturale. Luoghi e relazioni nei quali la politica non arrivi una settimana prima delle elezioni e sparisca quella successiva. E neppure questo basta, se non si lega l’organizzazione materiale a una vasta battaglia culturale. Le due cose devono tornare a camminare insieme.
La destra contemporanea lo ha capito bene. Non offre soltanto una risposta, spesso inefficace, a un problema. Offre una spiegazione del mondo, una comunità alla quale appartenere, dei responsabili contro cui combattere e la promessa che qualcosa possa finalmente cambiare. È forse questa la lezione più scomoda degli ultimi dieci anni. E riguarda direttamente anche noi. Perché anche in Italia abbiamo lavoro povero, periferie e aree interne che si sentono abbandonate, astensione crescente, servizi pubblici in difficoltà, paura del futuro.
Possiamo continuare a discutere quale sia la coalizione migliore per battere la destra. È una discussione necessaria, ma non sufficiente. Una coalizione mette insieme partiti. Un’alternativa deve mettere insieme pezzi di società. Ed è questo il lavoro che abbiamo rimandato troppo a lungo. Recuperare una funzione che abbiamo dismesso: trasformare la solitudine in legame, il bisogno in conflitto, il conflitto in forza collettiva. Perché ormai sappiamo abbastanza di come cresce questa destra. La osserviamo da tempo. Ora la domanda non è più che cosa stia succedendo. È come iniziare a organizzare una risposta. Tornare a costruire forza sociale e capacità di organizzare il conflitto. Contendere alla destra non soltanto i voti, ma i luoghi e le relazioni in cui quei consensi maturano. Il tema, in fondo, è tutto qui: riuscire a dare una forma politica alla crisi del presente.
L’autore: Claudio Marotta è consigliere regionale Lazio e coordinatore di Sinistra civica ecologista (Sce),
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