La distruzione in sé di beni e cose non è mai affascinante. Non lo è per la stampa, non lo è per i cittadini e non lo è per i lavoratori che ne subiscono le conseguenze dirette. Eppure, osservando i recenti e drammatici fatti francesi con uno sguardo attento e privo di parzialità, ci si rende conto che una simile esplosione di rabbia interroga profondamente tutti noi. A volte, lucidamente, quell’impatto violento sembra quasi configurarsi come l’estrema, disperata necessità di chi non ha più altra voce. Dire queste parole costa fatica, soprattutto per il rischio di essere fraintesi. Non si tratta di legittimare la violenza fine a se stessa, ma di comprendere un meccanismo tragicamente semplice: quando ogni richiesta di dignità per le classi meno abbienti, ogni appello per la difesa della scuola e della sanità pubblica, e ogni attenzione verso le nuove generazioni vengono sistematicamente ridotti a un nulla di fatto, quale altro linguaggio rimane a disposizione? In un mondo in cui le istituzioni vengono umiliate quotidianamente per prime dalle proprie mancanze, lo spazio per il protagonismo e la felicità si restringe, lasciando il posto solo alla solitudine.
La domanda da rivolgere a chi governa è una sola: Cosa avete fatto, finora, per ascoltare davvero? Ascoltare non significa ignorare il dissenso finché rimane composto, ma accogliere la rabbia e canalizzarla in una reale costruzione sociale. Al contrario, si è scelto di soffiare sul fuoco, illudendosi che il silenzio e la buona educazione dei cittadini fossero un assegno in bianco per continuare a fare i propri interessi. La mobilitazione – partita dalle periferie di Parigi per denunciare la carenza cronica di insegnanti e mezzi nella scuola pubblica – si è trasformata in una crisi nazionale, con un bilancio pesante che vede il ferimento di 65 dipendenti scolastici, tra cui 40 presidi. Oggi il ministro dell’Istruzione incontra i sindacati e le associazioni, ma quale reale concertazione può esistere se non si ha il coraggio di pensare a una politica radicalmente diversa? Il dispiacere per i presidi e gli insegnanti colpiti è sincero. Tuttavia, non si può nascondere che spesso, anche all’interno delle mura scolastiche, la componente docente e i dirigenti non sono stati capaci di schierarsi dalla parte degli studenti. Quel disagio profondo, che non è solo scolastico ma esistenziale, attraversa le aule in cui i giovani passano la maggior parte del proprio tempo. Anche da noi, troppi presidi hanno punito negli anni i tentativi di attivismo: l’autogestione, l’occupazione, momenti che riflettevano il desiderio profondo di fare comunità, una risorsa oggi rarissima. Punendo ogni slancio di partecipazione, cosa resta ai giovani? Quale altro mezzo rimane se le parole non vengono mai ascoltate e, soprattutto, mai tradotte in azione politica, se non la distruzione fisica di ciò che li circonda? Questo scenario di macerie è il risultato di precise scelte politiche. È stato creato uno scontro sociale alimentato da una retorica aggressiva, da politiche securitarie e da una colpevole accondiscendenza internazionale. Si è guardato al disagio giovanile pensando che la risposta risiedesse nei metal detector, nelle punizioni collettive e nella sorveglianza. Si è creduto, follemente, che dividere le persone tra chi porta il velo e chi no, tra cristiani e musulmani, potesse garantire un controllo egemonico o preservare la pace sociale. A questo si aggiunge lo smarrimento di fronte a quelle forze politiche che dovrebbero accogliere l’elettorato moderato e progressista per arginare la presenza della destra radicale nelle istituzioni, ma che invece si rifugiano nell’ambiguità. Un’ambiguità costante: sulle armi all’Ucraina, sulla legge contro l’antisemitismo, sui temi chiave del nostro tempo. Oggi un moderno partito di sinistra non ha bisogno di formule complesse o fumose. Deve dire poche cose, chiare e immediatamente comprensibili, capaci di trasformarsi nel più concreto dei programmi politici: Investimenti massicci nella scuola pubblica: per dare mezzi, dignità e futuro alle nuove generazioni; tassazione dei grandi patrimoni: per redistribuire la ricchezza e finanziare la giustizia sociale; sanità totalmente pubblica e accessibile: per non lasciare indietro nessuno di fronte alla malattia; salario minimo garantito: perché il lavoro torni a essere sinonimo di dignità e non di sfruttamento. Quanto tempo ci vuole, davvero, per scrivere un programma così umano e necessario?




