Dai "percorsi" con le Forze armate ai progetti finanziati dall’industria bellica, l’Osservatorio contro la militarizzazione denuncia l’avanzata di una pedagogia del riarmo nelle aule italiane

Che cosa hanno in comune una fotografia di un bambino che maneggia una pistola alla fiera delle armi di Verona e quella di una bambina con la mano alzata in una scuola di Rafah?
Se è vero che il punto di vista con cui si osserva la Storia è sempre mediato da una prospettiva, riuscire a connettere fenomeni caratterizzati da una stessa matrice è proprio il senso stesso che dovrebbe assumere ogni insegnamento.
È quanto ha cercato di mettere a punto il terzo Convegno nazionale dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, promosso e sostenuto dell’ente formatore Scuola e Società che si è svolto a Torino. Una significativa partecipazione ha caratterizzato questa edizione, sia in termini qualitativi, con relatori di grande rilievo, sia in termini quantitativi, visto che è stato seguito da circa 600 docenti tra quelli presenti in aula e quelli che seguivano online. Obiettivo prioritario è stato proprio quello di scomporre le dinamiche della militarizzazione in atto, alla luce della disumana tragedia che ogni guerra determina.
Lo si desume già dal titolo: Il Trauma della guerra. Tra storia, economia, diritto ed educazione dalla Prima Guerra Mondiale ad oggi. Anche la scelta della sede non è stata casuale: la sala del Gruppo Abele, in quella città di Torino, che cerca di mantenere un profilo civile di laboratorio politico, soprattutto in seguito alle logiche repressive che hanno portato alla chiusura forzata di Askatasuna. Logiche che si nutrono dello stesso modello che alimenta le guerre, che occorre contrastare nei suoi portati ideologici, simbolici e materiali, proprio a partire dai luoghi della mediazione dei saperi: le scuole e le università. Non a caso i luoghi in qui l’assedio di quelle stesse logiche diventa sempre più brutale.
A tal proposito ho rivolto alcune domande a Michele Lucivero, tra i promotori dell’Osservatorio, che insegna Storia e filosofia al Liceo “da Vinci” di Bisceglie ed è dottore di ricerca in Etica ed antropologia presso l’Università del Salento.
Partiamo innanzitutto dal definire che cosa è l’Osservatorio?
L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole nasce nel 2023 da una iniziativa del sindacato di base Cobas Scuola, il quale avviò una serie di convegni rivolti ai/alle docenti con lo scopo di denunciare il costante incremento delle spese militari, la circolazione di armi, in un contesto internazionale nel quale la guerra nucleare più che mai si profilava, e si profila ancora, purtroppo, come nefasto orizzonte. Era, tuttavia, anche l’occasione per contrastare la narrazione di una guerra, quella russo-ucraina, che vedeva schierarsi confusamente tifoserie pro-ucraina e pro-Russia, senza analizzare la complessità dei fenomeni in atto. Al termine del 2023 l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole ha raccolto anche le adesioni e la partecipazione di organizzazioni, sindacati e personalità vicine alla sensibilità dei Cobas Scuola, come CUB, USB, Unicobas, alcuni partiti, alcune sezioni dell’ANPI, ma anche di associazioni apparentemente distanti dal mondo del sindacalismo conflittuale di base, come Mosaico di Pace, già protagoniste in passato di una campagna Scuole smilitarizzate. A questo mondo eterogeneo, che variamente si richiama a valori quali il pacifismo, l’antifascismo, l’antimilitarismo, la nonviolenza, l’antirazzismo, l’antisessismo, la democrazia, l’ecologismo e il pluralismo, si sono poi unite numerose persone aderenti a titolo personale. Già agli inizi del 2024 alcuni settori del sindacalismo di base e associazioni studentesche sentirono l’esigenza di allargare l’orizzonte di analisi del fenomeno della militarizzazione della formazione, aggiungendovi una sezione specifica di ricerca e denuncia, e formalizzando così la nascita nel maggio del 2024 dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università come Comitato di scopo. In questi anni l’Osservatorio non solo ha svolto in maniera martellante un’intensa attività di disseminazione, di informazione e di coscientizzazione, attraverso il sito www.osservatorionomilscuola.com, convegni locali e nazionali e momenti di aggiornamento per i/le docenti, ma ha anche prodotto documenti e pubblicazioni. Oltre ai due volumi La scuola laboratorio di pace I-II (Aracne 2023), nel 2024 esce Comprendere i conflitti. Educare alla pace (Aracne), che raccoglie gli atti del Convegno Nazionale del 10 maggio 2024 a Roma, e nel 2025 esce Scuole e Università di Pace. Fermiamo la follia della guerra (Aracne) relativo al Convegno del 2025, oltre a pubblicare periodicamente sul sito dossier che riassumono l’attività di monitoraggio e denuncia sul territorio nazionale.
Quale tendenza avete rilevato in questi anni?
La tendenza alla militarizzazione della scuola non è un fatto recente, ma bisogna datarla almeno al 2015, quando la riforma scolastica della cosiddetta Buona Scuola (Legge n. 107 del 13 luglio 2015) ha istituzionalizzato un numero abnorme di ore di Alternanza Scuola-Lavoro (ASL), risemantizzate prima come Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento (PCTO) e poi come Formazione Scuola Lavoro (FSL), anche nei Licei. Mediante interventi interministeriali nella forma di Protocolli di intesa tra Ministero della Difesa e Ministero dell’Istruzione (2015), diventato nel frattempo Ministero dell’Istruzione e del Merito (2022), si è dato corso ad una serie di collaborazioni tra Forze Armate e istituti secondari di secondo grado, con i quali si è permesso ai militari di entrare in maniera massiccia nelle scuole, per svolgere attività di orientamento alla professione delle armi e, al tempo stesso, agli studenti e alle studentesse di entrare nelle caserme per smaltire il monte ore di PCTO a contatto con quegli strumenti di morte che vengono opportunamente fabbricati per fare le guerre. Ciò si è verificato in maniera sistematica e programmata, soprattutto nelle scuole strettamente contigue alle caserme, sia dell’esercito italiano, sia della NATO, sia specificamente americane, come Ghedi, Sigonella, Vicenza.
La militarizzazione delle scuole e delle università, dunque, risponde ad un piano ben architettato dal ministero della Difesa?
Certamente. Per aggredire i luoghi in cui sono presenti i/le giovani e fare arruolamento. E ciò traspare con chiarezza dal Programma della Comunicazione del Ministero della Difesa del 2019, corredato da numerose schede di iniziative in cui le Forze Armate devono essere presenti, nonché in quello più aggiornato del 2025. Quello dei PCTO, tuttavia, è solo uno degli aspetti della militarizzazione delle scuole, giacché, sempre negli ultimi anni, all’interno dei luoghi della formazione si è data la stura ad una serie di progetti, sempre in collaborazione con le Forze Armate e con le Forze dell’Ordine, funzionali ad esternalizzare l’insegnamento di specifiche questioni largamente riconducibili all’educazione civica, all’educazione stradale, all’educazione alla legalità, ad iniziative contro il bullismo o il cyberbullismo. Per non parlare di improbabili celebrazioni, come la “Giornata di gratitudine alle Forze dell’Ordine per il contrasto alle mafie” (IISS “Baldessano-Roccati” di Carmagnola) oppure fantomatiche ricorrenze, come, ad esempio, le “Ricorrenze della Celeste Patrona dell’Arma dei Carabinieri” e “dell’83° Anniversario della Battaglia di Culqualber”, una battaglia combattuta nel 1941, quando i Carabinieri, al fianco delle Camicie Nere, si scontrarono contro i Britannici (Liceo “Ariosto” di Ferrara).
C’è un altro aspetto, tuttavia, che deve destare preoccupazione, nel mutato contesto della ipertecnologica guerra odierna. Nelle more di un devastante processo economico di marca neoliberistica, teso a depauperare la società civile per spostare risorse verso il privato e le lobby del potere guerrafondaio, si assiste inermi davanti alla nascita di Licei digitali, finanziati dalla Fondazione Leonardo. La civiltà delle macchine, collegata a Leonardo SpA, una delle maggiori industrie produttrici di armamenti al mondo, azienda compartecipata dallo Stato italiano. In tali Licei i progetti sono concepiti da Leonardo SpA (es. “Robotica e Droni in classe”); i tutor di Leonardo SpA, manager e ingegneri, formano i docenti; studenti e studentesse, sempre molto affascinate/i dalle prodezze tecnologiche, diventano il bacino che Leonardo SpA terrà costantemente in considerazione per rinnovare il suo personale, per la costante espansione del settore. Ma la cosa più preoccupante, nel generale intorpidimento del senso critico e del depauperamento politico della convivenza civile, svuotato di qualsiasi riferimento alla convivialità tra i popoli, mentre i venti di guerra si fanno sempre più fitti e vicini, è che l’industria bellica viene dipinta e vissuta dai/dalle più giovani come un settore all’avanguardia, non come un dispositivo produttore di strumenti di morte.
I corsi che organizzate che ricaduta hanno sul piano formativo e che capacità operativa determinano?
“Riuscire a rispondere in maniera deterministica sulle ricadute generali dei corsi di formazione e del lavoro culturale che svolgiamo in tutta Italia e non solo, vista la partecipazione ad una iniziativa in Germania con studenti e studentesse e in Croazia con docenti, contraddice le stesse premesse del lavoro pedagogico e didattico, che si sottrae sistematicamente alla quantificazione oggettiva di prodotti immediatamente disponibili.
Tuttavia, anche in questo caso possiamo riferire di tendenze generali che si sono verificate nel nostro Paese da quando l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ha cominciato a denunciare il fenomeno. Innanzitutto, registriamo un fatto inedito, in relazione al comportamento delle istituzioni scolastiche negli ultimi mesi: rispetto al passato abbiamo constatato, infatti, che le circolari, con le quali si informano i genitori, gli studenti e le studentesse delle iniziative che coinvolgono i militari e le Forze Armate, vengono ormai occultate nell’area riservata dei siti scolastici; segno che il facile reperimento da parte delle persone sensibilizzate sul tema e la segnalazione all’Osservatorio, con conseguente articolo di denuncia da parte nostra, genera imbarazzo da parte dei Dirigenti che accettano di militarizzare le scuole. Non solo, l’altra tendenza che abbiamo registrato è che sempre più spesso i Dirigenti cercano di dissimulare all’interno delle rispettive circolari la natura dell’iniziativa militaristica nella scuola, magari camuffandola come attività di orientamento, di Formazione Scuola Lavoro, oppure all’interno di generiche e vaghe iniziative contro il femminicidio, il cyberbullismo e altre iniziative del genere. La nostra sistematica attività di disseminazione e denuncia è giunta a lambire anche le coscienze antimilitariste dei genitori dei ragazzi e delle ragazze, ormai organizzatisi in un gruppo di monitoraggio interno all’Osservatorio, i quali scandagliano con attenzione le circolari delle scuole frequentate dai propri figli e dalle proprie figlie, al fine di denunciare le iniziative militaristiche. Anche gli studenti e le studentesse negli ultimi mesi, in concomitanza con le mobilitazioni in Germania contro la leva, hanno cominciato ad avvertire il pericolo e a comprendere come nel corso degli anni le varie iniziative militaristiche all’interno delle scuole erano finalizzate a normalizzare la guerra e a rendere più accettabile l’idea di dover imbracciare un fucile in un contesto geopolitico altamente instabile. Sul versante dei/delle docenti è, effettivamente, complesso rilevare le ricadute dei nostri corsi di formazione, ma possiamo garantire che la sempre più massiccia partecipazione alle nostre iniziative, la quantità di segnalazioni che giungono anche anonime alla nostra mail [email protected] e l’utilizzo del nostro Vademecum con le mozioni per rifiutarsi di svolgere nelle proprie ore di insegnamento attività con le Forze Armate nelle scuole, sono di per sé segnali incoraggianti.

 

IL CONVEGNO DI TORINO

Il Convegno è iniziato con i saluti di Lucia Bianco, responsabile del Gruppo Abele e di Giovanna Lo Presti di Scuola e Società, che ne ha garantito l’accredito per i docenti, presso il Ministero. È seguita poi l’introduzione di Roberta Leoni, presidente dell’Osservatorio, che si è incentrata sulle motivazioni per le quali il tema scelto il Trauma della guerra , ripercorre la pista del convegno precedente, di cui vengono presentati gli atti nel volume Scuole e università di pace. Fermiamo la follia della guerra.
Bruna Bianchi, docente di storia contemporanea e storia delle donne presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, ha sviluppato una relazione sulle modalità in cui si espresse al fronte il rifiuto della carneficina durante la Prima Guerra Mondiale. 21000 fanti morirono nel solo primo minuto della battaglia della Somme. Attraverso l’analisi di fonti documentali dirette, quali documentazioni manicomiali, fotografie e estratti di diari, si è sviluppato un quadro della diserzione che ne riabilita pienamente i protagonisti. In Italia ci furono 190.000 casi di diserzione, di cui 163.000 furono processati e 101.000 sottoposti a condanne. In altri termini 1/12 dei soldati fu sottoposto a processo penale e 1/26 commise un atto di diserzione, di breve o lunga durata. Interessante è il riferimento alla psicanalisi che valutò le nevrosi di guerra come una fuga nella malattia generata da un conflitto tra disposizione ad ottemperare un dovere e paura. In realtà l’antagonismo profondo al conflitto bellico attraversava i corpi, devastando le coscienze e lacerando la sfera psichica. Si trattava di un’incompatibilità alla guerra espressa in forme individuali e collettive che la psicanalisi non volle porre in rilievo nella sua reale natura.
Carlo Greppi, storico e scrittore torinese, ha allargato lo sguardo sulla Resistenza, evidenziandone la componente internazionale. Difatti si è trattato di un movimento che si contrapponeva al nazionalismo della RSI anche con la partecipazione nelle sue file di resistenti provenienti da differenti nazioni. «In guerra si combatte per la Patria, quando si rifiuta la guerra si combatte per l’umanità». Oltre alla già evidenziata presenza di partigiani africani o afrodiscendenti, i combattenti provenivano dalla diserzione dall’esercito tedesco, in cui erano presenti anche altre nazionalità, oltre che dai campi di prigionia riservati agli alleati, una volta liberatisi. D’altra parte 39000 furono gli italiani che combatterono nelle file della resistenza all’estero, di cui ben 20000 nel piccolo Montenegro. Un’analisi circostanziata del fenomeno è proposta nel volume Storia internazionale della Resistenza italiana.
Maurizio Bonati è un medico dell’Istituto Mario Negri di Milano. Riprendendo il senso del suo lavoro scientifico, pubblicato nel volume Il cronico trauma della guerra , ha analizzato da un punto di vista storico, economico, giuridico e pedagogico tutte le implicazioni negative che scaturiscono da un orizzonte di guerra raccordando la sua disamina alla inquietante ripresa della leva di massa in Europa. In particolare ha posto in rilievo il problema della salute con particolare evidenza alla fame ed alla malnutrizione, vere armi di sterminio messe in pratica nei conflitti moderni, a partire da Gaza.
Nell’aprile 2024 il Rapporto Under threat: the International AIDS Society–Lancet Commission on Health and Human Rights evidenziava che nel 2022 l’accesso al cibo era irraggiungibile per 691-783 milioni di persone.
Gran parte di questa enorme popolazione vive in Paesi coinvolti in conflitti violenti e afflitti da instabilità politica. Sono circa la metà del miliardo e 100 milioni persone che vivono in uno stato di povertà multidimensionale, ma che il conflitto, con lo sfollamento di popolazioni, la distruzione di economie e di infrastrutture, l’aumento dei prezzi per beni essenziali e la distruzione delle riserve alimentari, acuisce non solo durante, ma anche dopo un emergenza bellica (Afghanistan, Somalia, Sud Sudan…). Nel 2014 in Yemen sì è stimato che il conflitto abbia causato oltre 377.000 morti, il 60% delle quali dovute a fame mancanza di assistenza sanitaria e acqua non potabile.
Nel 2024 in Sudan, quasi 18 milioni di persone soffrivano di grave insicurezza alimentare per la carestia dovuta all’evento bellico. Un dato ulteriore è che una persona su sei nel mondo vive attualmente in zone di conflitto attivo.

Don Nandino Capovilla, parroco a Marghera ha pubblicato con Betta Tusset, insegnante e consigliera di Pax Christi, il volume Sotto il cielo di Gaza; libro che si apre con i dati agghiaccianti relativi alla Cisgiordania. Dall’ottobre del 2023 , nell’arco di un anno si sono avute: 1777 strutture demolite, 4574 sfollati, mentre a Gerusalemme est, 241 strutture demolite e 670 sfollati. La mano alzata di una scolara palestinese ripresa in una foto del 1979, che ha rinvenuto in una libreria a Gerusalemme, è la mano alzata di tutti coloro che vogliono studiare, formarsi; di tutti coloro che chiedono voce, che vogliono rispetto e per questo subiscono la guerra e le sue logiche. “Noi non ci arruoliamo, alziamo le mani” contro lo scolasticidio, esorta infine don Nandino, avvolto nella sua immancabile Kefiah.

Molto sofisticata e appassionante è l’analisi di Luigi Daniele, docente universitario presso l’Università degli studi del Molise ed esperto di diritto dei conflitti armati. In rilievo viene posta la dicotomia tra funzione propulsiva dei processi di democratizzazione come antidoto collettivo alle forme in cui gli Stati strutturano i propri processi di dominio nazionale. Un paradigma univoco assomma le guerre alle pulsioni genocidarie, nonché alle pratiche di terrorismo statale.
Un aspetto colpisce immediatamente dalla relazione di Francesco Schettino, docente di economia politica: dal 2000 al 2020, il commercio globale ha completamente invertito i rapporti di forza tra Usa e Cina, così che, se la tendenza resterà tale, secondo le proiezioni della Goldman Sachs, il Global GPD, il prodotto interno lordo globale, entro il 2050 sarà a predominanza asiatica, con un protagonismo soverchiante dell’area sino-indiana. E questo, con la centralizzazione dei capitali, è uno dei motivi principali che muovono le guerre. Le crisi belliche sono quindi il meccanismo attraverso il quale il Capitalismo ridisloca le risorse e si rigenera.

Ha concluso la giornata Serena Tusini, docente e tra le fondatrici dell’Osservatorio, che incentra la riflessione sulle dinamiche che portano al ripristino della leva. In Germana prima dell’abolizione della leva erano 260.000 gli effettivi. Oggi si va verso la ferma di 240.000 soldati. La dichiarazione del ministro Crosetto, per cui ogni giorno in Ucraina muoiono 1500 soldati di Kiev, spiega perché gli stati si preoccupino di ingrossare le file dei propri eserciti. D’altra parte le forme che assume il reclutamento rispecchiano i rapporti sociali e le forme in cui si organizza la guerra. Lo stesso concetto di resilienza è la declinazione all’adattamento alla narrazione che predispone ad una prassi bellica, a fronte di differenti modelli (scandinavo, baltico, croato, ecc.) oggi in atto in Europa. La prospettiva di difesa totale d’altronde, supera la distinzione tra civile e militare e mobilita le coscienze ad una israelizzazione delle nostre società, di fronte alla quale occorre trasformare la stessa obiezione di coscienza in obiezione totale. Occorre una vera e propria pratica di Resistenza.

Foto di Shubham Sharan su Unsplash
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