Due recenti inchieste della procura di Milano, hanno fatto uscire il calcio dalle cronache sportive. La prima riguarda il loisir, in quanto ha come oggetto un presunto giro di prostituzione organizzato dai proprietari di una discoteca milanese per intrattenere i calciatori. La seconda ha per oggetto la presunta condotta irregolare dell’ex-arbitro Rocchi, che avrebbe alterato, da dirigente arbitrale, sia gli esiti del VAR che le designazioni dei direttori di gara, con lo scopo di favorire l’Inter, seriamente candidata a vincere lo scudetto quest’anno.
Nell’attesa dello sviluppo giudiziario di entrambe le inchieste, che, al momento, non presentano materiali tali da far pensare a gravi irregolarità, vale la pena interrogarsi sui motivi che stanno dietro a questo clamore che si è sviluppato. Nonché allo zelo della procura meneghina, provando a fornire qualche spiegazione. La prima riflessione che viene in mente, riguarda il lawfare. Si tratta di un termine di origine inglese, diffuso in particolare nei Paesi latinoamericani, che si riferisce all’utilizzo della sfera giudiziaria per risolvere le controversie di potere. In Italia abbiamo una lunga tradizione di lawfare, che, partendo dal cosiddetto ruolo suppletivo della magistratura nei diritti sociali, ha raggiunto il suo culmine in Tangentopoli.
Da un lato non si tratta di eccepire sul ruolo del potere giudiziario, quando viene svolto all’interno della cornice dello Stato di diritto, quindi nel rispetto delle garanzie per gli imputati e nella raccolta delle prove. Dall’altro lato, demandare la risoluzione delle controversie e dei conflitti alla magistratura, può rappresentare il sintomo di malfunzionamento di una società, della sua incapacità di elaborare i conflitti e risolverli in modo costruttivo. Tangentopoli, per esempio, in nome della legalità e della moralità, si svolse sotto un sostegno acritico all’operato dei magistrati milanesi. Che non risolsero il problema della corruzione politica, né democratizzarono la partecipazione ai processi decisionale.
Il lawfare, esteso al mondo del calcio, sembra produrre risultati analoghi. Nel 2006 scoppiò lo scandalo Calciopoli, il cui esito fu la retrocessione ex oficio della Juventus, la squadra più popolare e vincente d’Italia. Culminando con la nomina di un consigliere di amministrazione dell’Inter, squadra rappresentata come parte lesa, a commissario straordinario della Figc. Per eterogenesi dei fini, le conseguenze di Calciopoli furono negative per il calcio italiano. L’Inter arrivò a vincere quattro scudetti e una Champions League (senza nessun italiano, incluso l’allenatore, in squadra). Ma lo smantellamento del sistema di gestione precedente lasciò senza protezione i calciatori italiani, aprendo le porte ai procuratori stranieri. Moggi, Dg della Juventus, pur operando in regime di monopolio, ai limiti della legalità, lavorava con calciatori italiani, e molti arrivavano a giocare titolari nei club e in Nazionale. Il suo “sistema” non venne rimpiazzato da nessuna politica di valorizzazione dei vivai, innescando il declino della Nazionale. Alcuni anni dopo, fu la vittoria di nove scudetti consecutivi da parte della Juventus a innescare nuovo malessere. A cui il club torinese diede la sponda con l’ingaggio plurimilionario della vedette attempata Cristiano Ronaldo, in mezzo a varie irregolarità di bilancio, che provocò nuovamente l’azione della magistratura (ordinaria e sportiva) e l’irrogazione di nuove sanzioni, in parallelo alla risalita dell’Inter.
Adesso è il club nerazzurro a trovarsi in mezzo alla tempesta del lawfare. Per le designazioni arbitrali. Perché, sia da questa inchiesta che da quella sugli scandali sessuali, emerge il nome di Alessandro Bastoni, difensore nerazzurro autore di gesti discutibili e imputato numero uno, per la sua espulsione durante i playoff, dell’eliminazione della Nazionale. Siamo di fronte a un vero e proprio scontro di potere, mediato dall’azione giudiziaria. Con la crisi della Nazionale a fare da sfondo, in quanto fornisce il pretesto per ridisegnare gli equilibri di potere. La crisi ormai cronica del calcio italiano fornisce il pretesto a chi vuole emergere da posizioni di secondo piano. E il capro espiatorio incarnato da un calciatore.
In realtà (seconda riflessione), sollevare scandali, fare appello al bisogno di moralizzazione, potrebbe fungere anche da strategia di distrazione di massa. Viviamo in tempi pesanti, segnati da guerre, crisi energetiche, disoccupazione, scontri sociali acuti. Deviare l’attenzione sulle disfunzioni del calcio potrebbe costituire l’occasione per distogliere l’attenzione da problemi più gravi, e disinnescare le spinte conflittuali. Oltre a rilegittimare il governo in carica, che, dalla sua azione moralizzatrice dello sport nazionale, potrebbe trarre lo spunto per recuperare consensi ormai in discesa. L’intervento del ministro dello Sport, in questo senso, è stato emblematico. L’accertamento dell’entità e della qualità delle irregolarità passano in secondo piano rispetto alle esigenze di rilegittimazione politica del governo, che li fa assurgere a problema nazionale.
Soprattutto, la patina scandalistico-moralizzatrice, fornisce l’opportunità per un intervento di facciata, come avviene dal 2006. I nomi più famosi, più esposti, pagano. Il problema è risolto. In realtà, i problemi restano e si aggravano. Da anni le squadre di calcio italiane non portano avanti alcuna programmazione a lungo termine, trascurando gli impianti sportivi e i settori giovanili. Preferendo concludere affari vantaggiosi coi procuratori, ormai veri e propri stakeholders del sistema calcistico, in grado, con la loro rete di influenza, di orientare la composizione delle squadre e l’andamento dei campionati. Con soldi in nero ed evasioni fiscali annesse. Su questo, non si trova una sola indagine. Come nessuno ha mai posto attenzione sulle acquisizioni delle proprietà dei club da parte di operatori economici stranieri, della cui reale identità si sa poco, e senza porre una seria regolamentazione ai loro investimenti. Lasciando che i club italiani diventino preda di speculazioni finanziarie. Il caso della Spal, passata in pochi anni dalla serie A al fallimento, è emblematico. Su questi aspetti, come sulle scommesse e sui diritti televisivi, sarebbe da indagare. Ma è più facile vedere il dito che la luna. E guardare i Mondiali dalla poltrona, come ci capita ormai da 12 anni.
Foto di Emilio Garcia su Unsplash




