Lo scorso mese, un ragazzo, nato e cresciuto a Modena ha preso una macchina e ha volontariamente investito dei passanti sulla via Emilia. Poi è uscito dall’auto e con un coltello ha tentato di aggredire altre persone inermi. È stato fermato con grande coraggio da persone che lo hanno immobilizzato in attesa delle forze dell’ordine. Ci sono stati otto feriti, alcuni molto gravi, per fortuna nessun morto.
Pochi giorni prima, a Taranto, di notte, un gruppo di ragazzini minorenni aveva aggredito e ucciso un ragazzo che stava tornando a casa in bicicletta dopo il lavoro. Il ragazzo è stato inseguito e accoltellato senza nessun apparente motivo. Dopo l’aggressione, mentre l’aggredito agonizzava a terra, i ragazzini, a poca distanza, chiacchieravano e fumavano come se non fosse accaduto nulla. Il ragazzino che ha materialmente ucciso si è poi giustificato dicendo che aveva paura che i suoi amici fossero in pericolo.
Questa è la cronaca, avendo tolto da essa ogni riferimento a nazionalità o caratteristiche genetiche. Leggendola cosa possiamo pensare? Che ci sia un problema politico? O un problema sociale? O una questione religiosa? O una questione di ordine pubblico? Una questione di razzismo? Oppure dobbiamo pensare che, in entrambi i casi, ci sia una questione di malattia mentale?
Come sicuramente il lettore sa il ragazzo di Modena è un italiano figlio di immigrati, quello che viene definito immigrato di seconda generazione. E l’ucciso di Taranto era un bracciante immigrato. Il primo caso è stato immediatamente cavalcato dalla destra, in particolare dalla Lega, pensando evidentemente che fosse gioco facile contribuire a propalare il pensiero “facile” che la violenza fosse per il fatto che il ragazzo era di origine non italiana. Per l’altro episodio invece, ragazzi “italiani” che uccidono un immigrato, non c’è stata nessuna reazione politica o istituzionale. Sarà stato forse pensato come una questione di lotte violente tra bande, e c’è stato qualche titolo che si riferiva al “branco”, qualcosa da ascrivere alla “normale” violenza di strada. Invece io penso che non si debba mai pensare che ci possa essere una “normalità” nella violenza, che non possa esistere una giustificazione anche se questo non significa che non si possa comprendere da cosa derivi quella violenza.
E qui c’è un primo aspetto che vorrei sottolineare. Comprendere da cosa deriva una reazione violenta non significa affatto giustificare quella violenza. Chi dice che comprendere è equivalente a giustificare sono quelli che pensano che la comprensione del perché sia impossibile visto che la violenza sarebbe in realtà espressione del Male che è innato e non c’è nulla che si può comprendere perché quel male dentro di noi sarebbe un inconoscibile. Va invece compreso e affermato che la violenza verso gli altri non è la normalità ma è qualcosa che può accadere per una perdita di qualcosa, per un cambiamento della realtà interna che perde l’umanità naturale che, come si può osservare nei bambini, cerca spontaneamente il rapporto con gli altri.
La comprensione è necessaria anche perché sarebbe quella cosa che ci permette di comprendere se c’è un movente, qualcosa che ha spinto la persona ad essere violenta, la motivazione che ha determinato quell’azione. In questo senso il caso dei minorenni a me sembra più grave perché è evidente una freddezza e una fatuità. Infatti non sembra esserci alcun movente che possa spiegare il perché. Ragazzi normali che non avevano mai dato alcun segno o motivo di preoccupazione che si realizzano assassini. A Modena invece c’è un ragazzo che aveva chiesto aiuto al servizio sanitario nazionale perché stava male, si era accorto che qualcosa non andava. Voleva capire e sapere, ma probabilmente non ha trovato risposte. Da quel che si sa dai giornali due anni fa ha interrotto le cure. Nel dibattito pubblico parlare di problema mentale rispetto a episodi di violenza come questo fa subito dire che si tratta di un modo per evitare il carcere, per sfuggire alla giustizia. E questo purtroppo è stato anche affermato da qualche psichiatra che si è affrettato a dire che la malattia mentale in realtà non esiste e che non si può dire che un disturbo psichico possa realizzare una violenza. È lo stesso discorso del Male accennato in precedenza, perché dire che la malattia mentale non esiste significa affermare che se uno sta male è una questione costituzionale, inevitabile, non è un problema che deriva dai rapporti e dalla vita che si è avuta. E la negazione che esista una malattia mentale è la negazione che possa esistere una cura per la malattia mentale. Conseguenza ovvia è che non esiste una normale sanità (“siamo tutti potenziali assassini”) e di conseguenza non esiste alcuna possibilità di rapporto con gli altri che non sia sopraffazione se non passando dal dio astratto, che sarebbe l’entità che ci concede di amare.
Ma la negazione della malattia mentale si lega al razzismo. Perché se non esiste malattia mentale allora ognuno di noi ha un male dentro di sé che se non riesce a contenere diventa violenza verso gli altri. Questa idea è quella che dice che ciò che va controllato è ciò che non riusciamo a capire, ciò che sfugge ad una spiegazione razionale, ciò che non è come noi dove il noi è inteso come razionalità e coscienza. Il pensiero “normale” occidentale sarebbe quello che mette insieme la ragione pratica, che fa le cose per la sopravvivenza e che sostiene la libertà come caratteristica fondamentale dell’essere umano e dall’altra parte rinuncia a comprendere ciò che dentro di sé non è come se stesso, alienandolo in una realtà astratta fuori di sé e accettando una regola “morale”, la religione, e l’idea del dio astratto e onnipotente per spiegare e contenere l’incomprensibile dentro di noi (cfr. Massimo Fagioli, Religione, Ragione e libertà – lezioni 2009, L’Asino d’oro ed.). Ecco allora che chi perde la ragione è perché ha una cultura, una religione e un dna che non permettono quella scissione interna che è alla base del sistema di pensiero occidentale. Salim El Koudri sarebbe una vigna storta a causa delle sue origini e della sua cultura familiare e quello che ha fatto era un inevitabile destino. L’integrazione tanto decantata da certa politica sarebbe in fondo accettare quella scissione. Il pensiero che condanna come male Salim El Koudri è lo stesso che avevano i ragazzini di Taranto verso Bakari Sako: un non-essere umano che come tale poteva essere accoltellato e ucciso. Un essere pensato come qualcosa di totalmente diverso da sé stessi e che quindi rappresentava un pericolo perché era visto come il Male.
Dobbiamo chiederci come sia possibile che dei ragazzini possano arrivare a pensare o meglio ad eliminare ogni pensiero per credere in maniera così totale che una persona mai vista prima e del tutto innocua sia un pericolo così grande da pensare di accoltellarlo. Dobbiamo chiederci quali siano i messaggi che vengono veicolati dai racconti della violenza veicolati dai media, anche a causa di come li raccontano in maniera totalmente diseguale a seconda di chi le compie e di chi le subisce quelle violenze. E dobbiamo renderci conto di quanto siamo immersi in una cultura razzista se sia necessario che vengano mostrati i maltrattamenti della polizia israeliana agli attivisti della Global sumud flotilla, trattamenti tutto sommato leggeri rispetto a quanto subiscono quotidianamente i palestinesi, per far si che ci sia una reazione politica e istituzionale italiana ed europea.
La cultura e i messaggi in cui siamo immersi ci vuole costantemente dire che la natura umana è naturalmente violenta, che abbiamo tutti un animale-mostro dentro di noi, che la pazzia è naturale e quindi, in realtà non esisterebbe, e che questo significa che non c’è alcuna possibilità di cura, che non esiste alcuna possibilità di ribellarsi all’oppressione, che non esiste possibilità di liberarsi dall’alienazione religiosa, che non esiste alcuna possibilità di rapporto con il diverso perché questo rapporto sarebbe sempre distruttivo. Che non esiste alcun pensiero al di là di quello razionale, che non esiste la possibilità di amare perché questa capacità ci sarebbe concessa dal dio onnipotente, che non esiste fantasia personale, che non esiste una possibilità di trasformazione personale. Tutto questo va visto e compreso e poi rifiutato. Per ritrovare una speranza di trasformazione, personale e sociale, è necessario dire NO a questa non-cultura, opporsi e riappropriarsi di un pensiero che pensi l’umano in modo nuovo e che ci permetta di ritrovare la speranza. La speranza-certezza che esista un altro essere umano uguale e diverso da noi stessi (cfr. M. Fagioli, Istinto di morte e conoscenza, L’Asino d’oro edizioni).




