Le cronache scolastiche più recenti sembrano confermare una deriva che molti temevano: la riforma della filiera tecnologico-professionale, con il suo modello “4+2”, rischia di sancire una nuova forma di istruzione classista. La riduzione del percorso superiore a soli quattro anni e la forte spinta verso una didattica modellata sulle strette “esigenze delle imprese”, con una preoccupante modifica del quadro orario che vede il drastico ridimensionamento di materie fondamentali come geografia, arte, disegno tecnico, italiano, scienze integrate (solo per citarne alcune), configurano una scuola che, invece di emancipare, sembra voler addestrare precocemente i giovani, privandoli dei linguaggi e delle conoscenze necessari a decodificare la complessità del presente. In questo scenario di canalizzazione prematura, dove l’istruzione tecnica viene declassata a mera anticamera del mercato del lavoro per chi proviene da contesti già svantaggiati, le riflessioni di Michele Arena contenute nel libro Dipende dalla classe. Manifesto per una scuola anticlassista (Il Margine editore) acquistano un’urgenza politica e sociale senza precedenti.
Quella di Arena è un’opera radicale nel senso più profondo del termine: va alla radice delle disuguaglianze. L’autore
possiede la non comune capacità di mettere a fuoco uno degli aspetti centrali e dirimenti che si trova alla base della discriminazione in ogni ambito della società, scuola compresa: l’appartenenza a una determinata classe sociale.Nel caso di Arena, parliamo di una classe marginale. Da qui nascono le difficoltà nel trovare una strada personale che sia una via d’uscita e una reale possibilità di autodeterminazione nello spazio pubblico, tranciando quel «cavo che tira indietro». Come scrive lui stesso: «Essere poveri definisce e condiziona il modo in cui ci muoviamo, il modo in cui parliamo, guardiamo le altre persone e sentiamo i loro sguardi su di noi».
La povertà non è solo un dato economico. È una sorta di stigma sociale che porta all’esclusione, ma che nel libro diventa una rappresentazione della realtà lucida e mai rinunciataria. Il testo sfida apertamente la narrazione tossica del “merito” fine a sé stesso, svelando come spesso quella che chiamiamo eccellenza sia solo il risultato di una corsa in cui alcuni partono con diversi metri di vantaggio. Il libro non affronta il tema della deprivazione in termini pietistici; al contrario, è pervaso da una “rabbia” politica e feconda che rilancia la sfida a insegnanti ed educatori.
Non si può educare senza prendere atto dei presupposti strutturali che condizionano la vita: le condizioni di partenza. Tuttavia, il discorso si fa complesso quando si entra in aula. Per il docente stare in classe non significa solo rappresentare un adulto che istruisce, ma esercitare una specifica forma di potere. Arena è molto chiaro su questo punto: il docente rischia di incarnare spesso «l’ideologia dominante che fa sentire difettosi i ragazzi e le loro famiglie». Questo potere si manifesta Per continuare la lettura dell'articolo abbonati alla rivistaQuesto articolo è riservato agli abbonati
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