Volevano riformare la giustizia e ignorano la differenza tra un'assoluzione e un'archiviazione, che lascia il fascicolo riapribile

Pochi minuti dall’archiviazione di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri dall’inchiesta sui mandanti delle stragi del 1993, e il centrodestra che ieri si prendeva a sberle torna compatto: parlano di assoluzione. Solo che assoluzione non è. La gip di Firenze Patrizia Martucci ha archiviato perché, scrivono gli stessi pm, manca «la ragionevole previsione di condanna», eppure su Dell’Utri resta «un quadro indiziario significativo». Volevano riformare la giustizia e ignorano la differenza tra un’assoluzione e un’archiviazione, che lascia il fascicolo riapribile.

Cinque pagine fitte di omissis, perché l’antimafia di Firenze sta ancora lavorando. E dentro c’è una frase che gela i festeggiamenti: ci sono «soggetti in possesso di notizie estremamente riservate su Berlusconi, mai veicolate alla magistratura».

Eppure c’è memoria corta sulla sentenza vera. Il 9 maggio 2014 la Cassazione ha reso definitiva la condanna di Dell’Utri a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa: «cerniera» tra Berlusconi e i vertici di Cosa nostra, dicono i giudici. Quella è arrivata fino in fondo. L’archiviazione la vorrebbero pietra tombale, e intanto i familiari delle vittime di via dei Georgofili l’hanno saputo dai giornali, quando per legge andavano avvisati.

Contate le volte che lo avete sentito assolto solo dopo la morte, il 12 giugno 2023: prima le misure patrimoniali nell’ottobre 2025, oggi le stragi. Ogni volta le trombe, ogni volta la volta buona, e poi daccapo. Si festeggia così ossessivo perché la sentenza che vorrebbero seppellire è lì in bella mostra. Lo cantano assolto da tre anni. Ma non ci credono nemmeno loro.

Buon venerdì.